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Oncologia
Fabio Di Todaro
pubblicato il 19-01-2015

Tumori e “caso”: «Errato sminuire il ruolo di stili di vita e ambiente»



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Lo Iarc ridimensiona i risultati dello studio apparso su “Science”. «Ricerca e prevenzione al primo posto, soprattutto nei Paesi più poveri»

Tumori e “caso”: «Errato sminuire il ruolo di stili di vita e ambiente»

La replica a Science: «La prevenzione resta la prima arma per vincere la battaglia contro i tumori»

«Profondo disaccordo con le conclusioni tratte dallo studio sulle cause dei tumori nell’uomo pubblicato su Science lo scorso 2 gennaio». Sono bastate due righe allo Iarc, l’Agenzia internazionale per la Ricerca sul Cancro, per sgomberare il campo dai dubbi relativi allo studio firmato da Bert Vogelstein e Cristian Tomasetti che tanto ha fatto discutere in apertura del nuovo anno. La risposta, ponderata ma doverosa, è giunta quasi due settimane dopo la diffusione della ricerca.

 

COSA VUOL DIRE “CASO”?

La ricerca, che ha goduto di ampia visibilità sui media internazionali, ha valutato il numero di divisioni delle cellule staminali di diversi tessuti e le rispettive probabilità di sviluppare un tumore. S’è così potuto vedere come maggiore è il numero di mutazioni che si verificano nel corso della vita in una linea cellulare, più alto è il rischio che in quel tessuto si formi una neoplasia. L’osservazione ha portato i due ricercatori a concludere che «questo contributo è spesso più importante di quello apportato dall’ereditarietà e dai fattori ambientali nella genesi di un tumore». Ma secondo gli esperti dello Iarc, il “braccio” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si occupa di ricerca sul cancro, «una simile sintesi confligge con una serie di evidenze epidemiologiche e non fornisce elementi utili a identificare il rischio di sviluppare un tumore in una fascia della popolazione».

 

IL RUOLO DELL’AMBIENTE

Nel corso di decenni di ricerca s’è visto come alcuni tumori siano frequenti in alcuni popoli e non in altri: dimostrazione chiara di come lo stile di vita e l’alimentazione giochino un ruolo tutt’altro che trascurabile. Oltre che fuorviante, dunque, secondo l’istituzione la sintesi - forzata sui giornali più di quanto non risulti dalla lettura completa dello studio - «potrebbe pregiudicare gli sforzi compiuti per individuare le cause della malattia e prevenirla». Un altro limite che i ricercatori dello Iarc individuano nello studio riguarda l’accento posto su alcuni tumori molto rari - come l’osteosarcoma e il medulloblastoma -, messi a confronto con dei “big killer”: dal cancro del colon-retto al tumore dello stomaco, dal tumore al seno a quello della cervice uterina. Neoplasie che difficilmente possono essere tenute assieme in una ricerca di questo tipo.

 

PREVENZIONE FONDAMENTALE

L’ultimo passaggio del comunicato è dedicato alla descrizione di un paio di esempi utili a inquadrare il ruolo della prevenzione. Due i carcinogeni presi in esame: il fumo (per il tumore al polmone) e il virus dell’epatite B (per il carcinoma del fegato). A dimostrazione di quanto si possa fare se si conoscono i fattori di rischio di una neoplasia. «Ci sono ancora diverse lacune da colmare, ma ciò non ci permette di parlare soltanto di sfortuna - chiosa il pool di esperti -. La ricerca deve continuare, così come le misure di prevenzione devono essere estese a tutte le aree più svantaggiate del mondo, dove le risorse del servizio sanitario sono spesso limitate».

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@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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