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Di Negroni sbagliati ed etica animalista

L'intervista di un ricercatore a Emma Infante, collega esperta di benessere animale. «Gli animali hanno i nostri stessi diritti etici. Ai colleghi chiedo di non smettere mai di aggiornarsi e di informarsi di più riguardo ai metodi alternativi». Ma nemmeno i movimenti animalisti risultano esenti da responsabilità

Di Negroni sbagliati ed etica animalista

Mi avvicino a Espai de Gats («Spazio di gatti», in catalano), un bar in cui vivono 14 gatti situato, nel cuore del barrio di Gracia, a Barcellona. Non ho molta voglia di entrare: io e i gatti abbiamo deciso da anni di non disturbarci a vicenda e per ora va benissimo così. Decido comunque di vincere la mia resistenza, entro nel bar e trovo Emma Infante (in foto), seduta a un tavolo. Nonostante i miei sforzi, però, proprio non riesco a immaginarmi di intervistarla lì: «Forse è meglio spostarci altrove», le dico. Decidiamo quindi di andare a chiacchierare al bar vicino. La cameriera italiana ci serve un Negroni sbagliato. Di quelli buoni. Ho conosciuto Emma Infante a un incontro informativo organizzato dal comitato etico per la sperimentazione animale di cui fa parte. Infermiera, laureata in filosofia, un Master in diritto animale e società e uno in cittadinanza e diritti umani, un dottorato in corso e tante altre piccole e grandi cose che lo spazio qui disponibile non consente di elencare, Emma è soprattutto una cosa: è una convinta animalista. Di quelle sincere, autentiche, che vede le persone come «animali umani». 


Vive l’animalismo come una vocazione e non lo indossa come il vestito che oggi va tanto di moda e magari domani lo si dismette. Mai estremista, sempre sorridente, parla con la tranquillità di chi, nella vita, ne ha viste tante, fin troppe, sugli animali sia a due che a quattro zampe. E, da quanto capisco, è sempre e comunque riuscita a spremere qualcosa di buono dalle sue esperienze. Due ore e due Negroni (sbagliati) dopo, riesce a confermare tutto quello che già sapevo: l’animalismo, se fatto seriamente, al giorno d’oggi è necessario. La cultura e il pensiero critico aprono orizzonti nuovi anche in campo di etica animalista. E questo, tanto per cambiare, mi conferma che ciò che chiude le menti è e resta l’ignoranza.


Di cosa ti occupi principalmente?

«Sono esperta in benessere animale, principalmente gatti e cani. Ho bisogno di supporto da parte di esperti per rispondere a sfide che riguardano altre specie, come per esempio cavalli, colombe, tanti uccelli, topi e ratti».


Perché un’animalista fa parte di un
Comitato etico di sperimentazione animale?

«Per un impegno etico. Non ho nessun interesse materiale, anzi, mi risulta abbastanza difficile farlo. Conosco quello che la scienza fa per noi, grazie ai miei studi di infermeria, e sono convinta che anche gli animali non umani siano soggetti con dei diritti etici».


Come ci sei finita dentro?

«Faccio parte del Cipac, un organo che mette in comunicazione le 156 associazioni animaliste sparse per tutta la Catalogna con gli uffici amministrativi della Regione. Cercavano persone con conoscenze scientifiche ed esperte in etica animale e trovarono me».
 

Ogni quanto vi riunite e come procede l'iter di un xomitato etico?

«Ci riuniamo ogni quindici giorni circa, in riunioni di quattro ore ciascuna. Attraverso una rete intranet possiamo accedere ai formulari che i ricercatori e le imprese compilano per descrivere i procedimenti da sottoporre al nostro vaglio. Ogni membro del comitato deve leggerli tutti prima della riunione, in modo da poterli commentare e votare».


Cosa succede se non li leggi tutti?

«Se un membro non ha potuto svolgere i propri compiti, si astiene dal voto di quel procedimento».


Chi si occupa di controllare l'effettivo compimento di quanto scritto nei procedimenti?

«Questo è esattamente ciò che cerchiamo di migliorare ora. La normativa è cambiata da poco e siamo così pieni di procedimenti da vagliare che non abbiamo ancora potuto sviluppare completamente il sistema di supervisione e di visite».


Visite?

«Visite negli stabulari. Si tratta di visite programmate, ma non solo: il comitato può anche scegliere di fare visite a sorpresa».


Che cosa manca, oggi, a un comitato etico per la sperimentazione animale?

«Credo manchi maggiore informazione riguardo ai metodi alternativi. Sarebbe ideale se, tra i membri, ci fosse un esperto in grado di valutare la validità di metodi che non utilizzano animali. A questo, va aggiunto che ci confrontiamo con diversi problemi logistici».

 

Di che tipo?

«Questo lavoro non viene remunerato. Si tratta più di un impegno personale, vocazionale. Siamo un comitato formato da persone con un’esperienza impressionante, ognuno nel proprio campo, dalla ricerca alla medicina veterinaria, dalla legislazione in campo scientifico all’etica animalista. Nessuno di noi viene pagato, nemmeno con un buono pasto. Solo una bottiglia d’acqua. Il personale amministrativo che si occupa della parte gestionale, poi, è poco e mal pagato. Si sta pensando di attivare un pagamento simbolico per ogni riunione ma si tratterebbe comunque di una cifra che non compensa lo sforzo; una cifra simbolica, appunto. Di questo passo, tutto questo finirà per esplodere».

 

Esplodere come?

«Questo lavoro ci occupa due mattine al mese per le riunioni, che includono anche gli spostamenti, senza contare le ore passate a casa a leggere i procedimenti. E tutto questo per cosa? Per soddisfazione e impegno personale. I membri dei comitati etici si stancheranno se non troveranno dall’altra parte la forma di crescere e contribuire a interiorizzare le 3R non solo nel lavoro ma anche nella forma di pensare, nel Dna. Ci stiamo riunendo molto e ogni volta cerchiamo di essere molto restrittivi, perché il nostro obiettivo è educare i soggetti che ci mandano i loro procedimenti».

 

In che senso educarli?

«Spiegare loro come scriverli meglio, come essere più chiari e coerenti. Magari anche come ridurre il numero di animali o, meglio ancora, rinunciare completamente al loro utilizzo».


Che cosa manca, oggi, agli scienziati?

«Come animalista, chiedo che si aggiornino di più riguardo ai metodi alternativi. Come membro di un comitato etico, chiedo un po’ di cura nella redazione dei procedimenti. Il nostro lavoro sarebbe già molto più fluido se almeno si rileggesse il procedimento prima di inviarlo. Invece è evidente che la scrittura e la cura di questi procedimenti è l'aspetto meno curato di tutto l’esperimento. Noi dobbiamo non solo leggere ma anche interpretare e molto spesso ci sono contraddizioni logiche che generano inevitabilmente una richiesta di chiarimenti. Questo significa che ci saranno ritardi nell’approvazione del procedimento. Ritardi e più lavoro per tutti. Si vede che chi scrive sono scienziati e non persone con formazione umanistica».

 

Un procedimento scritto male implica una cattiva prassi?
«Assolutamente no. Anzi. Sicuramente in laboratorio i ricercatori lavorano molto meglio di come scrivono. Magari tutti coloro che lavorano a contatto con gli animali lavorassero con la stessa cura e attenzione ai dettagli».

 

Quanto è importante l'aspetto etico nelle riunioni del comitato?

«Molto. Nelle riunioni del Comitato etico impera il buon senso e la voglia di fare le cose per bene. Vogliamo far progredire la scienza ma anche ricordare che c’è un motivo se ci sono le 3R».

 

Credi che la sensibilità etica degli scienziati sia aumentata in parallelo con quella della società negli ultimi anni?

«No. Credo che l’Università, per definizione, non vada in parallelo con la società. In Spagna, come in Italia, esiste la libertà di cattedra, ossia la libertà di insegnare senza sentirsi limitato da dottrine istituite. Per questo, la mia opinione è che quando qualcuno finalmente arriva a un certo status, smette di aggiornarsi. E infatti vedo cose aberranti nell’università che non verrebbero mai accettate dalla società».


Puoi fare un esempio?

«Alcune pratiche della medicina veterinaria, per esempio».

 

Credi ci sia disinformazione riguardo alla sperimentazione animale?

«Ce n’è moltissima, si».
 

Perché, secondo te?

«Per tante ragioni. Gli scienziati hanno in genere molta difficoltà, quando si tratta di fare divulgazione. Non è il caso del sito della Fondazione Umberto Veronesi, perché esso rappresenta esattamente una soluzione a questo problema. Eppure, il fatto che voi siate una eccezione, dimostra la difficoltà che esiste. C’è troppa sensazione di élite quando gli scienziati pensano che il loro linguaggio, la loro cosmovisione e il loro mondo appartengano esclusivamente a un gruppo di eletti. Dall’altra parte c’è l’animalismo che, credo, non stia facendo bene il suo lavoro, riguardo a questo tema. La gente assume una posizione contraria alla sperimentazione animale, ma lo fa senza la serietà e le informazioni adeguate per poter parlare, in concreto, di esperimenti, di circostanze e, perché no, di alternative».

 

Quindi anche per questo sei entrata nel comitato etico?

«Assolutamente sì. Per essere meno ignorante. Il Comitato mi arricchisce, in questo ambito, molto di più di quanto mi abbia dato il master in diritto animale e società».


Addirittura...

«Si. La sperimentazione animale è il tema più sgradevole nel campo della difesa dei diritti degli animali. Questo perché è il tema che più di tutti ti mostra l’egoismo dell’essere umano quando si tratta della lotta alle malattie o, in generale, alla morte. Avere una coscienza animalista, protettrice e sensibile è facile nella misura in cui la tua coscienza te lo permette. Rinunciare alla carne o alle scarpe di pelle è relativamente facile. Quando poi, però, si arriva a qualcosa che può determinare la differenza tra la vita e la morte, l’assenza o la presenza di dolore, la malattia o la salute...lì si misura davvero la grandezza della tua empatia verso gli animali».

 

Una domanda filosofica. Come conciliare questa visione con la conservazione della specie? Per dirla in un altro modo, perché consideri egoista l'uomo che usa animali per fare scienza e non consideri egoista il ghepardo che caccia la gazzella per nustrirsi? Non è sopravvivenza in entrambi i casi?

«No, non lo è. Per il semplice motivo per cui il processo attraverso cui da un esperimento arrivo a salvare una vita è troppo lungo e complesso per essere comparato a un ghepardo che insegue una gazzella per sfamarsi. E i ricercatori sono le prime vittime di questo processo. Possono arrivare a risultati meravigliosi e brillanti, potenzialmente utili a salvare mezzo mondo, ma se gli interessi delle imprese, dei laboratori e delle università non coincidono, quei risultati non vengono pubblicati e quei ricercatori non fanno carriera. I ricercatori lottano contro la natura, il ghepardo caccia la gazzella perché è in accordo con la sua natura».

 

Ma in questo esempio, il problema lo vedo non nella sperimentazione ma in ció che viene dopo, nella gestione dei risultati e nell’avarizia di chi ne possiede i diritti.

«Chiaro. Se un laboratorio ha possibilità di scegliere tra generare una malattia o curare una malattia, sceglierà la prima opzione».

 

Creare la malattia?

«Non trovi strano che si generino sempre più categorie ambigue di malattia? Oggi sembra che tutti i bambini soffrano di deficit dell’attenzione».

 

Magari col passare degli anni, il progresso medico ci ha permesso di dare un nome più specifico a patologie che prima non conoscevamo o che probabilmente confondevamo con altri disordini, non credi?

«Si, però vedi... Prima i bambini erano tranquilli, variabili o tremendi. Oggi sono tutti tremendi. Perché? Perché i genitori sono così stanchi della loro stressante vita lavorativa che quello che è un comportamente normale di un bambino, oggi li stanca ancora di più e viene visto come anomalo».

 

Che la società di oggi non aiuti i genitori è un fatto. Nonostante questo, mi sembra un problema più sociologico e culturale che scientifico.

«Ma è lì dove i laboratori si inseriscono e fanno i propri interessi».

 

Il mondo occidentale vive a un ritmo troppo veloce per il cervello dell’Homo Sapiens Sapiens. Il consumo di psicofarmaci è alle stelle. Ma, ripeto, è un allarme culturale, sociologico, magari anche antropologico, ma non scientifico. E posso anche essere d'accordo col fatto che l'avarizia abbia spesso offuscato il senso stretto di conservazione della specie. Quello che io non vedo è l'antinaturalità, in questo. Perché semplicemente non concepisco la differenza tra naturale e antinaturale. Cosa è naturale e cosa no? Chi taccia di naturale o antinaturale qualcosa, si fa detentore di una verità "fatta in casa", che sfiora quasi il dogmatismo religioso.

«Naturale è avere un mal di testa e tenerselo. Antinaturale è la proposta di alcuni collettivi animalisti per separare leoni e gazzelle, o per convertire i gatti a un’alimentazione vegana. Però bisogna tracciare una linea: è tanto antinaturale convertire un gatto in vegano come lo è pensare che tutti gli animali siano al nostro servizio».


Credi che il cittadino medio sappia cosa accade davvero in uno stabulario?

«No, perché credo sia abbastanza sgradevole anche solo chiedere. Chi va in stabulario ogni giorno fa uno sporco lavoro, ma è lo stesso sporco lavoro del signore che è in macelleria. Con la differenza che il macellaio soddisfa ogni giorno ciò che la gente mangia nel menù, mentre gli scienziati possono salvare la vita al cittadino medio di cui mi chiedi. E anche agli stessi animali. Credo che la vita sia già sufficientemente dura per tutti e che non ci sia la necessità di esplicitare con i dettagli cosa succede in uno stabulario o in un macello».

 

Uno stabulario, però, non è un macello...

«In Francia sta avendo un grande succeso un libro chiamato “Steak Machine” scritto da un giornalista che, infiltratosi per quaranta giorni in un macello, osserva i dipendenti con un occhio al loro comportamento. Conferma quello che già molti studi indicano: lavorare nei macelli espone a un alto rischio di malattie patologie psichiatriche come la depressione e predispone all’abuso di sostanze tossiche. Non è un lavoro gratificante, vocazionale o comodo. Trovo, però, essenzialmente ipocrita dire che il macello è brutto e poi usare prodotti cosmetici testati su animali».

 

La legge però proibisce ormai da dieci anni i test di prodotti cosmetici sugli animali.

«E’ vero, ma questo vale solo per l’Unione Europea; basta uscire fuori dall’Europa per verificare che tale divieto non è più valido».

 

Verissimo. Detto ciò, comprendi in che posizione viene messo un ricercatore dai gruppi animalisti estremisti, al giorno d’oggi? Una legge per evitare che si sperimenti su animali per testare prodotti cosmetici esiste già, la R di riduzione noi la stiamo rispettando. Se qualcuno decide di aggirarla e fare il furbo, questo non può portare alla generalizzazione che “la scienza ignora il progresso”, magari accompagnata da una bella propaganda con un coniglietto con la pelle bruciata da qualche prodotto cosmetico testato male. Il problema non è della intera comunità scientifica ma di chi ha deciso di infrangere il codice deontologico che regola il nostro lavoro. Se ci pensi, ogni categoria professionale ha i suoi furbetti, in fondo.

«Il problema è che tu questo lo chiami lavoro. Perché il ricercatore che usa animali deve essere considerato più cattivo del macellaio? La differenza è che il lavoro del macellaio è prescindibile, quello dello scienziato non lo è».

 

Non ho mai fatto questa domanda a un animalista. Come si vive con la contraddizione di comprare un farmaco, alimentare un gatto con cibo a base di carne o portarlo al veterinario, sapendo che sia il farmaco, sia il cibo del gatto che le pratiche veterinarie vengono dalla sperimentazione animale?

«Lo vivo nella costante ricerca di metodi alternativi, con un impegno morale -come ad esempio il Comitato etico-, guardando le cose in faccia. Se un giorno dovesse esserci un alimento per il mio gatto che non sfrutta l’industria della carne, ne sarò felice. Le cose saranno sempre finite finché vivremo dentro una sfera chiusa e che non ammette alternative».

 

Cosa pensano i gruppi animalisti della tua collaborazione col nemico?

«Non ho chiesto la loro opinione e loro non hanno chiesto la mia. Se dovessero chiedermi spiegazioni, gliele darò e mi aspetterò che vengano rispettate. In caso contrario, non avranno capito nulla del mio lavoro».

 

Cosa possono fare gli scienziati per migliorare i rapporti con i gruppi animalisti?

«Credo che l’obiettivo non sia migliorare la relazione con gli animalisti. Se io fossi una scienziata, piuttosto mi concentrerei sul migliorarli con me stessa e con i miei valori, e, successivamente, sul cercare di ricollegarmi un po’ alla società e alle sue necessità. Chiunque faccia un’analisi seria della faccenda, alla comunità scientifica rinfaccerà alcune cose e la ringrazierà per altre».

 

Cosa possono fare i gruppi animalisti per migliorare i rapporti con gli scienziati?

«La risposta è simile. Non è quello l’obiettivo. La stessa persona che ha fatto un’analisi seria della faccenda, può andare dagli animalisti e ringraziarli per alcune cose e rinfacciargliene altre. Perché, da quello che vedo, noi animalisti ci stiamo presentando in maniera pessima: stiamo chiedendo alle persone di rinunciare a qualcosa che a loro piace, come ciò che mangiano o gli spettacoli a cui assistono, senza spiegar loro che in realtà stiamo proponendo la sopravvivenza. Dietro la nostra richiesta di rinuncia a questo o a quel benessere, c’è la ricerca ben più legittima di una sopravvivenza più armoniosa sia nei rapporti uomo-uomo che uomo-animale. Invece cosa vedo? Una parte dell’animalismo, che possiamo definire “animalismo immaturo”, che si crede in una posizione di superiorità morale, totalmente ingiustificata».

 

Come una religione?

«È come una scusa per stare al mondo. Una scusa che, in questo periodo storico, sembra essere la più efficace, al punto da farmi chiedere cosa significa, per me, essere animalista».

 

Che significa per te essere animalista?

«Vivere con il senso del dover comprendere gli altri animali e non far loro del male».

 

Cosa possono fare scienziati e gruppi animalisti per migliorare il loro rapporto con la società?

«Conoscersi».

 

Cosa pensi della liberazione indiscriminata di animali da sperimentazione (o allevati per altri scopi) in ambienti che possono non essere adatti al corretto corso della loro vita?

«Pur trattandosi di animali che, essendo stati cresciuti per certi fini, vivono una vita parallela, liberarli indiscriminatamente, magari in ambienti inadatti alla loro sopravvivenza, mi sembra una violenza assurda. La questone non è liberare i visoni, quanto eliminare il bisogno di avere le pellicce come beni di consumo».

 

Cosa pensi dell'Animal Liberation Front (ALF, una frangia estremista animalista in passato già riconosciuta colpevole di diversi reati)?

«In ogni movimento ci sono i buoni e i cattivi. Ho conosciuto gente molto poco seria che sta incanalando le proprie frustrazioni adolescenziali in questi tipi di fanatismo. In Spagna, le frange estremiste sono molto più innocue che in Italia, per via di errori nell’applicazione delle leggi anti-terrorismo a cui sono soggette queste situazioni di cronaca al giorno d'oggi. Nel giugno 2013, in Spagna ci furono degli arresti di attivisti che, credo, furono effettuati in maniera sbagliata».

 

Sbagliata in che senso?

«Credo si sbagliarono sia di persone che di intensità. Bisogna essere prudenti, perché è soprattutto una questione morale. In generale, però, esistono movimenti violenti e credo che stiano confondendo delle cose».

 

Credi che la sperimentazione animale sia prescindibile oggi?

«Oggi no. Spero lo sia tra dieci anni. Esistono ancora oggi troppi esperimenti senza senso, come gli esperimenti con probiotici, in cui gli animali vengono messi in gabbie metaboliche per misurare cose inutili. Molti esperimenti accademici, condotti solo per pubblicarne i risultati il prima possibile, esperimenti ripetitivi, commerciali, ecc.. Possono essere tutti evitati».

 

Hai citato solo casi che infrangono le 3R. Abbiamo già delle norme etiche, la questione è applicarle.

«Bisogna cambiare la cultura. C’è ancora una componente emotiva troppo forte».

 

La scienza può sopravvivere coi metodi alternativi?

«Credo che le istituzioni, gli sperimentatori e gli esperti che si dedicano a sviluppare metodi alternativi debbano conoscersi molto meglio, scoprire che un buon rendimento economico a volte passa anche dall’innovazione. Potremo dire che la scienza è davvero innovatrice solo quando verranno dismessi metodi del diciannovesimo secolo».

 

Credi che si applichino ancora metodologie così antiquate?

«Alcune sì, lo sono. Al comitato etico ci arrivano dei procedimenti che aggrediscono il buon senso, prima ancora della buona scienza».

 

Credi esistano procedure che possono essere fatte senza l'uso di animali ma che ancora ricorrono alla sperimentazione animale?

«Senza dubbio. Ci sono ancora troppe occasioni in cui mi sorprendo della inutilità e ripetitività di certi esperimenti».

 

Perché credi che non si abbandoni l'uso di animali da sperimentazione?

«Le imprese preferiscono soddisfare standard di qualità invece di essere realmente innovatrici. Per lo stesso motivo per cui tre filetti di seitan mi costano sei euro e mezzo chilo di pollo da allevamenti intensivi, in cui gli animali sono mantenuti in condizioni pessime, mi costa tre euro. Le nostre scelte vengono inevitabilmente condizionate da questioni economiche. Per ora le opzioni minoritarie sono più costose delle opzioni maggioritarie».

 

Non dovrebbe essere così: mantenere gli animali in stabulario comporta prezzi a volte ingestibili.

«Accade perché la gente non si è resa conto del fatto che il gap tra le due opzioni, la minoritaria e la maggioritaria, è proprio l’etica. Bisognerebbe iniziare a dare un valore economico all’etica e finalmente scopriremmo che, in realtà, l’etica non ha prezzo».

 

Cosa speri per il futuro dell'animalismo?

«Che non sia più necessario».


@f_mannara



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