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<rss version="2.0"><channel><title>Fondazione Umberto Veronesi</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/</link><description>Fondazione Umberto Veronesi</description><lastBuildDate>Wed, 22 Feb 2012 08:00:00 -0000</lastBuildDate><item><title>L'Italia ama la guerra?</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3637</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;La decisione di ridurre il numero di aerei&amp;nbsp; che l’Italia dovrebbe acquistare, se decide&amp;nbsp; di proseguire nel programma di acquisto dei cacciabombardieri F-35, dimostra una volontà&amp;nbsp; di ascolto da parte del Governo&lt;/strong&gt; delle voci unanimi delle associazioni religiose e laiche, insieme a migliaia di &amp;nbsp;comuni &amp;nbsp;cittadini. &lt;strong&gt;Tuttavia ciò che tutti chiedono è l’uscita del nostro Paese dal programma e non è una questione di numeri, ma di principio&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;L’Italia è diventato un Paese che persegue la guerra e ripudia la pace, dimenticando l’articolo 11 della nostra Costituzione che assegna al nostro Paese &amp;nbsp;una vocazione profondamente ed esplicitamente pacifista? &lt;strong&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329406303_51.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=201" alt=""&gt;Dispiace&amp;nbsp; profondamente che nel “Decreto salva Italia”, che contiene importanti &amp;nbsp;sacrifici imposti alle famiglie si dia corso ad un programma militare fra i più costosi della nostra storia.&lt;/strong&gt; Quasi&amp;nbsp; ferisce il fatto che con&amp;nbsp; grande sicurezza e rapidità&amp;nbsp; non sia stata&amp;nbsp; concessa la garanzia di spesa per 4 miliardi di euro &amp;nbsp;per le Olimpiadi&amp;nbsp; del 2020 a Roma, perché troppo costose &amp;nbsp;e troppo rischiose, ma si continui a portare avanti un programma militare che impiegherà più di dieci miliardi. Le ragioni del no alle Olimpiadi sono state ben spiegate,&amp;nbsp; e perché allora non si fa altrettanto per il sì agli F 35, malgrado la mobilitazione&amp;nbsp; della società civile contro questo programma? Dal 2009 questa parte di italiani, attenti e impegnati, sostiene&amp;nbsp; con costanza&amp;nbsp; la &lt;strong&gt;campagna - "Taglia le ali alle armi" &lt;/strong&gt;-&amp;nbsp; per fermare il programma F35. Come Senatore, nel 2010, anche io ho partecipato personalmente, presentando una petizione in Senato. I promotori oggi chiedono prima&amp;nbsp; di tutto che vengano spiegati gli obiettivi: &amp;nbsp;&lt;strong&gt;per quale motivo abbiamo&amp;nbsp; bisogno di disporre&amp;nbsp; di&amp;nbsp; uno tra i più micidiali strumenti di guerra, che «colpisce il nemico come un fulmine, con una forza distruttiva e inaspettata»?&lt;/strong&gt; Quale nemico dobbiamo colpire? Non è il rischio povertà il nostro peggior nemico, per cui oggi il Paese chiede a tutti, anche ai più deboli , di accettare con fiducia e dignità pesanti tagli ai fondamenti della nostra vita familiare : stipendi, pensioni, assistenza nella malattia ? chi di noi vuole fare sacrifici oggi per un domani di sangue e di guerra?&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Per questo chiediamo allora &amp;nbsp;che vengano considerate&amp;nbsp; le alternative possibili di impiego delle risorse pubbliche: ricerca scientifica, asili, scuole, ospedali, aiuti ai giovani e alle donne.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;In questo clima &amp;nbsp;del tutto sotto silenzio è passata la decisione presa la settimana scorsa di trasformare la base militare Nato di Sigonella in Sicilia&amp;nbsp; nel più grande centro di comando e di controllo mondiale di droni “predator” i velivoli senza pilota. Un altro programma militare che si preannuncia&amp;nbsp; come uno dei più costosi e che vede l’Italia capofila di 13 Paesi chiamati a pagarne i costi.&amp;nbsp; Molti italiani ancora non sanno che &amp;nbsp;ci apprestiamo ad aumentare il nostro debito pubblico per poter ipoteticamente&amp;nbsp; colpire “con più forza” &amp;nbsp;un nemico (che non c’è), quando per ridurre lo stesso debito chiediamo a tutti i nostri &amp;nbsp;malati di pagare addirittura una tassa sulla loro malattia: il ticket sanitario. &lt;strong&gt;L’ Italia &amp;nbsp;vuole benessere, salute, crescita; e &amp;nbsp;soprattutto non vuole la guerra.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><author>Marianna Lentini</author><source url="http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3637">Marianna Lentini</source><pubDate>Wed, 22 Feb 2012 08:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1329907654</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329406303_51.jpg" length="164307" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1329907643_18/f35.jpg" length="8222" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">campagna no F35</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">guerra</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">f35</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/archive">201202</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">taglia le ali alle armi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">Science for Peace</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category></item><item><title>Troppo lavoro raddoppia il rischio di depressione</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3621</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Un’indagine finlandese mostra questo collegamento. L’esperto: «Colpa dello stress fisico, ma anche dello stress per liti in famiglia o per non poter fare attività che piacciono». Ma per i “workaholics” il lavoro è una “droga” che protegge dal male oscuro&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329812263_22.jpg?r=4&amp;amp;w=200&amp;amp;h=0" alt=""&gt;&lt;strong&gt;Lavorare stanca, scriveva in versi Cesare Pavese. Ma non solo stanca: se troppo, può far sprofondare in depressione (altra esperienza che, ahimè, Pavese ben conosceva) il doppio del normale.&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;I dati vengono da una ricerca finlandese condotta dalla dottoressa Marianna Virtanen, direttrice dell’Istituto salute e lavoro di Helsinki, che ha ripercorso un’indagine di anni fa su circa 2.000 funzionari pubblici britannici. Rivisti dopo sei anni, quanti erano stati impegnati nel lavoro per circa 11 ore al giorno o più erano risultati caduti in depressione in una percentuale per l’appunto doppia del normale tra la normale popolazione.&amp;nbsp;Qualche maggiore fragilità evidenziata: più facile cadere nella tristezza patologica per le donne più giovani e per gli addetti a mansioni di minor livello (dunque, si suppone, meno motivanti).&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;STRESS&amp;nbsp; A DUE DIMENSIONI-&lt;/strong&gt; Come si dà questo abbinamento fra troppo lavoro e depressione? «Si dà sulla base dello stress, che spesso è all’origine della depressione», risponde&amp;nbsp; Andrea Fagiolini, direttore del Dipartimento di salute mentale all’Università di Siena. &lt;strong&gt;«Stress in senso fisico, di fatica, ma io considererei anche la valenza di stress nell’essere impossibilitati a fare cose che piacciono: stare in famiglia, stare con amici, coltivare un hobby, tutte &amp;nbsp;attività che svolgono un’azione protettiva nei confronti di una caduta dell’umore».&amp;nbsp;Soprattutto, evidenzia lo psichiatra senese, ha una forte potenza protettiva l’attività fisica: «Addirittura uguaglia l’efficacia dei farmaci o della psicoterapia nella prevenzione delle ricadute nella depressione unipolare»&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;Ma palestra, canoa o corsa che sia, ciascuna di queste pratiche richiede tempo libero, che non ha chi lavora dalle 11 ore in su.&amp;nbsp;Gli autori della ricerca, pubblicata sulla rivista online &lt;em&gt;Plos One, &lt;/em&gt;snocciolano i loro risultati, ma invitando alla cautela nell’interpretarli. Occorrono altri studi più ampi, dicono in sostanza, vanno coinvolti altri tipi di lavoratori, può essere che la cultura di un paese influenzi gli stati d’animo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;E IN GIAPPONE?-&lt;/strong&gt; Vien da pensare che un’analoga indagine condotta nel 2003 in Giappone e che non ha trovato legami tra superlavoro e superdepressione riveli la “protezione” dallo stress fornita appunto ai giapponesi dalla mentalità diffusa da loro che esalta il lavorare tanto.&amp;nbsp;Su questa ipotesi concorda il professore Fagiolini. Ma gli “workaholics” di casa nostra o degli Stati Uniti, dove il termine è stato coniato per dire i “drogati del lavoro”, che volontariamente stanno in ufficio fino a notte o che si portano sempre appresso il lavoro via computer e via palmari e tablets, questi workaholics come stanno a depressione?&amp;nbsp;«Ah no, niente depressione! Anzi, per queste persone il lavoro funziona da potente antidepressivo. Sono individui che si avvolgono dentro la dimensione lavoro perché non hanno altri interessi o non hanno, fuori, altre dimensioni appaganti. Dipende dalle aspettative di ogni persona. Per diversi workaholics si ipotizza piùttosto uno scivolamento nel disturbo ossessivo».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Serena Zoli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 22 Feb 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1329812342</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329812263_22.jpg" length="430814" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1329812230_65/istock_000015415175small.jpg" length="430814" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">lavoro</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">psiche</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">mente e psiche</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">depressione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">mente</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">mente e psiche</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Addio all'amico Dulbecco, uomo di scienza e di pensiero</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3622</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329813103_36.jpg?r=4&amp;amp;w=150&amp;amp;h=180" alt=""&gt;Renato Dulbecco passa alla storia come protagonista dell’era del DN&lt;/strong&gt;A, che ha rivoluzionato non solo la medicina, ma la concezione stessa della posizione&amp;nbsp; dell’uomo nell’universo. &lt;strong&gt;Per i suoi studi su virus oncogeni e Dna meritò il Premio Nobel nel 1975&lt;/strong&gt;, e nel 1986 diede vita al &lt;strong&gt;programma mondiale per il&amp;nbsp; sequenziamento del genoma umano&lt;/strong&gt;, che porta il suo nome.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Per tutti &amp;nbsp;rappresenta &amp;nbsp;il &lt;strong&gt;modello della&amp;nbsp; figura dell’uomo di scienza del terzo millennio&lt;/strong&gt;, che non può evitare di essere impegnato civilmente, perché&amp;nbsp; il pensiero scientifico è un modo di essere, di vivere, e soprattutto di&amp;nbsp; guardare al futuro. &lt;strong&gt;Per me quindi anche un amico, al mio fianco in molti progetti importanti della mia vita&lt;/strong&gt;. La nostra amicizia ci faceva discutere: Renato credente, io laico, ma entrambi&amp;nbsp; innamorati della scienza. &amp;nbsp;Il nostro punto di incontro era la libertà di pensiero e &amp;nbsp;di ricerca scientifica, i cui risultati ognuno &amp;nbsp;può applicare (o non applicare) in base alle proprie convinzioni. &lt;strong&gt;Abbiamo sofferto&amp;nbsp; insieme per la crisi cronica della ricerca scientifica italiana&lt;/strong&gt;. “Non esiste&amp;nbsp; in Italia la cultura della scienza – mi&amp;nbsp; scrisse nel 2008 –intesa come tendenza all’innovazione che qui, negli Stati Uniti, è privilegiata in ogni senso ed è il motore del cambiamento. Si allungano così le distanze fra Paesi che investono e quelli che non lo fanno e l’Italia rischia di rimanere esclusa definitivamente dal gruppo di Paesi che concorrono al progresso scientifico e civile”.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Per questo quando nel 2003 ho dato vita alla mia Fondazione per il Progresso&amp;nbsp; delle Scienze è stato il primo ad aderire al Comitato d’Onore&lt;/strong&gt; &amp;nbsp;e, prima da Lugano e poi negli ultimi tempi da La Jolla,&amp;nbsp; ha partecipato a distanza a tutte le nostre iniziative &amp;nbsp;per la cultura scientifica. &amp;nbsp;E’ stato con noi per difendere l’insegnamento di Darwin nelle scuole, per ricreare in Italia una comunità scientifica internazionale formata dalle&amp;nbsp; nuove generazioni, e ultimamente, per mobilitare &amp;nbsp;la scienza nella tutela dei diritti umani. Quando aderì a Science for Peace, in occasione della prima Conferenza Mondiale di Milano, ci scrisse &amp;nbsp;“Sono uno scienziato che ha vissuto la guerra e sono stato testimone della sua insensata e sanguinosa sofferenza. Ciò che è cruciale&amp;nbsp; nelle relazioni umane è il dialogo. &lt;strong&gt;Se tutto il denaro e l’energia oggi impiegate nei conflitti armati fossero re-incanalate nel salvare l’umanità, potremmo vivere in un mondo davvero diverso. Gli scienziati da soli non possono portare la pace nel mondo, &amp;nbsp;ma impegnandosi in prima persona e orientando altri verso questo obiettivo, possiamo sperare di avere successo”.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Umberto Veronesi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><author>Daniele Banfi</author><source url="http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3622">Daniele Banfi</source><pubDate>Tue, 21 Feb 2012 06:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1329813131</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329813103_36.jpg" length="8742" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1329813128_67/dulbecco.jpg" length="8742" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ricerca scientifica</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">nobel per la medicina 1975</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/archive">201202</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">nobel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">dna</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">dulbecco</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">genoma umano</category></item><item><title>La pompa salva cuore</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3618</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p&gt;Ve ne sono 18 esemplari nel mondo, uno a Milano. Il dispositivo è indispensabile a sostenere la funzione cardiaca in attesa di trapianto&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li class="eve_page_list"&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/cuore-sano/2027"&gt;&lt;strong&gt;Le cinque regole per un cuore sano&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329745886_12.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=0" alt=""&gt;Multimediali, efficaci e sicuri, d’argento, di titanio o in materiali biocompatibili, miniaturizzati (100 grammi e grandi quanto una pila ministilo): sono solo alcune delle principali caratteristiche dei VAD, i Dispositivi di Assistenza Ventricolare di ultima generazione che oggi, in caso di scompenso cardiaco grave, rappresentano una concreta possibilità terapeutica in alternativa del trapianto di cuore.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;CUORE SCOMPENSATO– &lt;/strong&gt;Un cuore affetto da scompenso perde la sua normale capacità di pompare sangue per soddisfare alle funzioni vitali dell'organismo. Accade così che il sangue inviato dal cuore ai vari distretti si riduce e quello che ritorna dall'organismo incontra una resistenza superiore al normale. A risentirne non è soltanto il cuore, ma anche la buona funzionalità del fegato, dei reni e dei polmoni. Il trapianto d’organo resta in questi casi la soluzione terapeutica migliore, ma in attesa del donatore idoneo il cuore può essere aiutato nella sua funzione di pompaggio e irrorazione dal VAD. «Questo per garantire al paziente – spiega Luigi Martinelli, direttore della Struttura di Cardiochirurgia dell’Ospedale Niguarda di Milano - un tempo di attesa in condizioni migliori, in vista dell’intervento e con un rischio trombotico sensibilmente ridotto grazie ai materiali biocompatibili di cui è costituito».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;COSTANTE MONITORAGGIO–&lt;/strong&gt; Il VAD, di fatto, è una pompa di piccole dimensioni che viene posizionata, mediante intervento chirurgico, all’apice del ventricolo sinistro dove vengono create delle comunicazioni, utili a ricevere il sangue e a ripomparlo in aorta. Il dispositivo tramite cavi elettrici è collegabile ad una fonte di energia per la ricarica delle batterie e, ecco l’innovazione, ad una consolle per le comunicazioni a distanza. Grazie a dei sensori contenuti nel VAD che registrano alcuni dati, il paziente può così scaricare battiti e pulsata cardiaca e inviarli in tempo reale via Internet al centro di riferimento.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;18 CASI NEL MONDO– &lt;/strong&gt;Ad oggi i pazienti portatori del VAD “multimediale” sono 18 in tutto il mondo, fra di loro anche un italiano grazie all’impianto avvenuto all’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano ad opera di Ettore Vitali, responsabile del Dipartimento Cardiovascolare e direttore dell’equipe chirurgica. «Humanitas – commenta Vitali – è fra i centri di eccellenza, insieme a Berlino e Bruxelles, che hanno avviato una sperimentazione clinica su questo gruppo di pazienti». Si pensa già ad una evoluzione del VAD. «Presto il dispositivo – annuncia il cardiochirurgo - sarà munito di una sim card che trasmetterà i dati ininterrottamente al Centro di riferimento».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Francesca Morelli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 21 Feb 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1329745944</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329745886_12.jpg" length="157297" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1329745942_32/sala_operatoria.jpg" length="157297" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">nuove tecnologie</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cuore</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">vad</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Sul nostro portale due nuove rubriche per la sezione "La tua salute"</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/news-dalla-fondazione/3617</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Il nostro portale di informazione su salute e prevenzione si è arricchito di &lt;strong&gt;due nuove rubriche&lt;/strong&gt;: la prima è &lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/l-impaziente"&gt;"L'impaziente"&lt;/a&gt; tenuta dal giornalista del Corriere della Sera Riccardo Renzi&lt;/strong&gt;, specializzato in divulgazione scientifica&amp;nbsp; e tra i fondatori di Corriere Salute sul quotidiano di Via Solferino. Renzi segnalerà disfunzioni e mancanze in campo sanitario con lo spirito soprattutto di stimolare nuove riflessioni e svolte positive.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;In &lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/le-vostre-domande/"&gt;&lt;strong&gt;"Le vostre domande"&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; saranno &lt;strong&gt;a vostra disposizione i maggiori specialisti italiani&lt;/strong&gt; in grado di rispondere a quesiti o dubbi di interesse generale, in particolare sulla &lt;strong&gt;prevenzione&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Aspettiamo le vostre segnalazioni e i vostri quesiti! Scrivete a &lt;a href="mailto:redazione@fondazioneveronesi.it"&gt;redazione@fondazioneveronesi.it &lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1329738825</guid><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">le vostre domande</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">l'impaziente</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">riccardo renzi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">sito</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/newsletter">marzo2012</category></item><item><title>Celiachia: la miglior diagnosi la fanno i pediatri</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3590</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p&gt;In aumento i casi di intolleranza al glutine. Diagnosi spesso troppo tardive per la varietà dei sintomi. La regione Lombardia è la più colpita. Prevenzione possibile a partire dallo svezzamento&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329402990_79.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=0" alt=""&gt;Di intolleranze alimentari ce ne sono a migliaia. La più diffusa in assoluto è la celiachia con una prevalenza stimata dell’1% su tutta la popolazione mondiale.&lt;/strong&gt; Ad affermarlo è un rapporto presentato nei giorni scorsi dal Ministero della Salute. Numeri però destinati a crescere: proprio per la natura dei sintomi, può passare diverso tempo prima che avvenga una diagnosi certa.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;I SINTOMI DELLA MALATTIA- &lt;/strong&gt;La celiachia è una malattia auto-immune che rende chi ne è affetto intollerante al glutine. Purtroppo questo componente, formato dalle proteine glutenina e gliadina, è presente in un gran numero di prodotti alimentari a base di frumento, segale e orzo. Per questa ragione il regime alimentare di un celiaco è notevolmente influenzato dalla malattia. In particolare è proprio la gliadina a scatenare la reazione immunitaria. Chi ne è colpito presenta delle lesioni alla mucosa intestinale causate dalla potente risposta infiammatoria che il corpo mette in atto contro il glutine. Come dichiara il professor Alessandro Fiocchi, Direttore del reparto Pediatrico all’Ospedale Macedonio Melloni di Milano, &lt;strong&gt;«I sintomi della celiachia sono purtroppo molto variegati. I principali sono la diarrea cronica, gonfiori addominali, forte perdita di peso, reazioni cutanee, inappetenza e irritabilità. Per questa ragione spesso la patologia viene scambiata per altro. Nel corso della mia carriera ho avuto modo di osservare addirittura dei celiaci ai quali era stata diagnosticata erroneamente un’anoressia nervosa o una dermatite».&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;I NUMERI&lt;/strong&gt;- Dal rapporto presentato emerge che nel 2010 in Italia le persone con questa malattia diagnosticata sono risultate essere poco più di 122 mila, troppo poche rispetto al numero di celiaci presenti nel nostro paese. &lt;strong&gt;La malattia è diffusa in modo omogeneo all'interno della popolazione, anche se con differenze a livello regionale a seconda della densità di popolazione. Le Regioni con più celiaci sono Lombardia (15%), Lazio (11%) e Campania (11%).&lt;/strong&gt; Stando ai dati raccolti sono più soggette le donne (86.477) rispetto agli uomini (35.824), probabilmente per fattori ormonali. «L’insorgenza –spiega Fiocchi- avviene solitamente in età pediatrica. Purtroppo si tratta di una malattia emergente poiché se fino a 20 anni fa ne era colpito un bambino su 1000, ora si è passati a uno su 100».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA DIAGNOSI- &lt;/strong&gt;Proprio a causa della varietà dei sintomi la diagnosi di malattia può avvenire molto tempo dopo l’insorgenza della malattia. Questo è vero soprattutto negli adulti. «Secondo la mia esperienza posso affermare che la diagnosi viene spesso effettuata dai pediatri, anche per gli adulti. Sono loro i più esperti nel riconoscere i sintomi legati alla celiachia». In passato questa avveniva dopo un lungo iter diagnostico che prevedeva addirittura sino a 3 biopsie.&lt;strong&gt; Oggi invece può essere effettuata più agevolmente sfruttando la ricerca di diversi biomarker. «Allo stato attuale –spiega Fiocchi- in caso di sospetta celiachia si va a ricercare, a livello sanguigno, la presenza di marcatori come gli anticorpi anti-endomisio e anti-transglutaminasi tissutale. Se il paziente risulta positivo allora la diagnosi viene confermata con l’esame principe che è la biopsia del tessuto intestinale». &lt;/strong&gt;Un iter più semplice che a breve potrebbe addirittura esserlo ancor di più: verranno diramate infatti nuove linee guida che, grazie all’utilizzo di biomarker sempre più specifici, potrebbero portare anche all’eliminazione della biopsia.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;CURE E PREVENZIONE- &lt;/strong&gt;Purtroppo allo stato attuale della ricerca non esistono cure per la celiachia. L’unico rimedio è quello di non assumere in alcun modo alimenti contenenti glutine.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;«Se di innovazione all’orizzonte non se ne vedono, è invece importante l’aspetto relativo alla prevenzione primaria effettuata attraverso una corretta alimentazione nei neonati. A tal proposito dal sesto mese di vita può essere utile iniziare ad inserire con gradualità alimenti contenenti glutine» conclude Fiocchi.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;a href="http://twitter.com/#!/danielebanfi83" target="_blank"&gt;&lt;strong&gt;Daniele Banfi&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 20 Feb 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1329403048</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329402990_79.jpg" length="211109" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1329403031_64/istock_000016231527xsmall.jpg" length="211109" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">celiachia sintomi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">bambini</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">glutine</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">pediatria</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">diagnosi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>La chiamano malattia di Atlante ma colpisce soprattutto le donne</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3591</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p&gt;La fibromialgia è una sindrome di dolore muscolare cronico e in Italia ne soffrono quasi due milioni di persone. Gli ultimi ritrovati terapeutici.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" title="Fibromialgia" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329406667_56.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=0" alt="La fibromialgia affligge quasi 2 milioni di italiani" width="400"&gt;Dolore alla colonna vertebrale, alle spalle, alla nuca, alle braccia, ai polsi, alle cosce. Difficoltà ad addormentarsi, frequenti risvegli durante un sonno leggero, che non ristora. Affaticamento cronico, disturbi dell’umore. E’ in sintesi il quadro dei sintomi della &lt;strong&gt;fibromialgia, una sindrome caratterizzata da dolore muscolare cronico associato a rigidità&lt;/strong&gt;, nota con diversi nomi fin dal 1800. Per le forme che provocano tremendi dolori alla nuca è stata anche coniata la definizione di &lt;strong&gt;«Malattia di Atlante»&lt;/strong&gt;, dal nome del gigante ribelle a Giove che fu condannato a reggere&amp;nbsp; il mondo sulle spalle.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;ANTIDEPRESSIVI&lt;/strong&gt; - E’ una malattia tutt’altro che rara, si calcola che in Italia ne siano colpiti&amp;nbsp; tra 1 milione e mezzo - 2 milioni di persone, tutte in età lavorativa.&amp;nbsp; Con una netta prevalenza nel sesso femminile. Fino a qualche decennio fa, i suoi malati hanno avuto un destino strano: di vedersi affibbiare la spiegazione&amp;nbsp; psicosomatica, e di essere curati per depressione. &lt;strong&gt;Anche al giorno d’oggi gli antidepressivi fanno parte della cura insieme con i miorilassanti che calmano i dolori muscolari&lt;/strong&gt;, ma il punto da cui si parte per prescrivere gli antidepressivi è completamente diverso. Spiega il professor Pierluigi Meroni, primario della divisione di Reumatologia dell’Istituto Ortopedico Gaetano Pini e direttore della cattedra di reumatologia dell’Università degli Studi di Milano: «&lt;strong&gt; La fibromialgia è una malattia di confine tra&amp;nbsp; reumatologia e neurologia&lt;/strong&gt;. Ad essere in ballo non è&amp;nbsp; la psiche, ma il funzionamento del cervello, in cui si rilevano alterazioni nel meccanismo d’azione dei neurotrasmettitori. Si prescrivono quindi, in unione con i miorilassanti, antidepressivi che agiscono, potenziandolo, sul neurotrasmettitore serotonina».&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;DIAGNOSI GIUSTA&lt;/strong&gt; - E’ molto importante fare la diagnosi&amp;nbsp; giusta, ma &lt;strong&gt;la fibromialgia ha cessato di essere una malattia difficile da scovare&lt;/strong&gt;, come succedeva un tempo. Spiega Meroni: «La diagnosi differenziale non presenta problemi, e gli esami danno un risultato semplice e chiaro: le articolazioni fanno male, ma non si trova infiammazione. Il fattore reumatico non c’è. Alcune forme di fibromialgia (il 25-30%) si associano con l’artrite reumatoide, ma quando questa non è presente,&amp;nbsp; una diagnosi per esclusione deve soltanto prendere in considerazione che il dolore possa essere provocato da una sindrome paraneoplastica, cioè di origine tumorale.» Una volta fatta la diagnosi, l’obiettivo da raggiungere è ridare alla vita del malato una qualità accettabile. Gli antidepressivi, usati un tempo come un mezzo per curare una presunta malattia psicosomatica, non solo agiscono sul meccanismo dei neurotrasmettitori, ma possono essere di aiuto nel rendere migliore il riposo notturno, e in ogni caso servono a curare quei disturbi dell’umore che non sono la causa della malattia, ma la sua conseguenza, come sa bene chiunque sia costretto a convivere con un dolore cronico.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;CENTRO NAZIONALE&lt;/strong&gt; - &lt;strong&gt;La fibromialgia colpisce purtroppo persone giovani (con due picchi: i 25-35 anni e i 45-55) e presenta spesso la situazione di una giovane donna ammalata che desidera diventare madre&lt;/strong&gt;. «In questi casi – dice il professor Meroni – è utile fare uso di contraccettivi, e programmare la gravidanza. Naturalmente, in un’azione congiunta del ginecologo e del reumatologo,&amp;nbsp; la terapia farmacologica sarà adattata allo stato di gravidanza».&amp;nbsp;&lt;strong&gt;All’Istituto Gaetano Pini c’è dal 2005 un centro di riferimento regionale e nazionale per la fibromialgia&lt;/strong&gt;, che per la ricerca si affida&amp;nbsp; a un &lt;em&gt;board &lt;/em&gt;&amp;nbsp;di specialisti di tre Università: Milano, Bruxelles e Tel Aviv. E’ stato anche creato un &lt;em&gt;network&lt;/em&gt;&amp;nbsp; internazionale, che raccoglie i centri specialistici ai quali si possono rivolgere i malati che viaggiano all’estero. Perché vivere con la malattia si può. E anche fare turismo. &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Antonella Cremonese &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 17 Feb 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1329405966</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329406667_56.jpg" length="113849" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1329406612_72/istock_000003068346xsmall.jpg" length="113849" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">malattia di atlante</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">antidepressivi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">neurologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">miorilassanti</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">reumatologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">fibromialgia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Kleenex e Fondazione Veronesi insieme per la ricerca</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/news-dalla-fondazione/3580</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.kleenex.it" target="_blank"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329306988_98.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=202" alt=""&gt;Kleenex&lt;/a&gt; sostiene la ricerca della Fondazione Veronesi&lt;/strong&gt;, dando un aiuto concreto alla formazione di nuovi scienziati: sosterrà infatti la borsa di studio della Dottoressa &lt;strong&gt;Eleonora Lusito, &lt;/strong&gt;la cui ricerca è incentrata sul &lt;strong&gt;carcinoma della mammella&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ecco come Eleonora racconta cosa l'abbia spinta ad occuparsi proprio di questa tipologia di tumore:&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;"L’interesse per lo studio del carcinoma in generale e del carcinoma alla mammella in particolare e’ nato durante gli anni trascorsi all’Università.&amp;nbsp; Dal punto di vista molecolare si tratta di un campo molto affascinante in quanto le cellule tumorali non solo sono in grado di acquisire straordinarie capacita’ proliferative, ma soprattutto sono in grado di acquisire una resistenza ad una serie di trattamenti terapeutici. Per questo, lo studio della cellula tumorale e in modo particolare dei meccanismi in grado di fermarne la crescita incontrollata nonche’ in grado di&amp;nbsp; estinguere la massa tumorale, rappresenta una sfida non solo personale, ma anche sociale"&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Potete seguire gli aggiornamenti sulla ricerca di Eleonora sulle pagine &lt;a href="https://www.facebook.com/Kleenex.Italia?ref=ts" target="_blank"&gt;&lt;strong&gt;Facebook&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; e &lt;strong&gt;&lt;a href="https://twitter.com/#%21/kleenex_it" target="_blank"&gt;Twitter&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; di &lt;strong&gt;Kleenex&lt;/strong&gt;, oltre che sul &lt;a href="http://www.kleenex.it"&gt;&lt;strong&gt;loro sito ufficiale&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 16 Feb 2012 06:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1329307092</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329306988_98.jpg" length="162983" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">Borse di ricerca</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">partner</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ricerca</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">carcinoma della mammella</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">eleonora lusito</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">kleenex</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/multimedia/previewalignment">center</category></item><item><title>Un evento speciale per celebrare il nostro impegno per la ricerca</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/news-dalla-fondazione/3583</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" title="I ricercatori premiati nel 2011" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329324048_15.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=200" alt="I ricercatori premiati nel 2011"&gt;95 e 26 sono i numeri che testimoniano il &lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/i-nostri-progetti/ricerca-e-prevenzione/"&gt;&lt;strong&gt;nostro impegno concreto per la ricerca&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; nel corso del 2012.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ogni anno la Fondazione Umberto Veronesi pubblica&amp;nbsp;&lt;strong&gt;bandi di concorso&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;per  l’assegnazione di &lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/i-nostri-progetti/ricerca-e-prevenzione/finanziamento-progetti-di-ricerca"&gt;finanziamenti per &lt;strong&gt;progetti di ricerca&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; di elevato  profilo scientifico e ampia ricaduta sulla salute pubblica, e per  l’assegnazione di &lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/i-nostri-progetti/ricerca-e-prevenzione/borse-di-ricerca-young-investigator-programme"&gt;&lt;strong&gt;borse di ricerca&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; per giovani medici e ricercatori.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Il&amp;nbsp;&lt;strong&gt;28 Marzo&lt;/strong&gt;, nella prestigiosa sede del&lt;strong&gt; Campidoglio&lt;/strong&gt;, la Fondazione Veronesi assegnerà per l’anno 2012 ben&amp;nbsp;&lt;strong&gt;95 borse di ricerca&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;a giovani medici e ricercatori provenienti da&amp;nbsp; &lt;strong&gt;11 Paesi&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;e presenterà&amp;nbsp;&lt;strong&gt;26 progetti di ricerca&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;che saranno finanziati.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;La Fondazione Veronesi, nell’assegnare i fondi per il 2012, fa una scelta di campo nella ricerca scientifica: la&amp;nbsp;&lt;strong&gt;prevenzione&lt;/strong&gt;, un’area quasi inesplorata dai maggiori studi internazionali, e che invece, secondo il Comitato Scientifico, rappresenta il futuro della lotta alle grandi malattie. &lt;strong&gt;L’obiettivo non è più quindi esclusivamente curare il malato di oggi, ma anche evitare il malato di domani.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Un grazie a tutti coloro che ci hanno sostenuto. &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/sostienici/"&gt;Scopri anche tu come sostenerci&lt;/a&gt;!&lt;br&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 15 Feb 2012 14:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1329324126</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329324048_15.jpg" length="666552" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">Borse di ricerca</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ricerca</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cerimonia consegna grant 2012</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/multimedia/previewalignment">center</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">home</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category></item><item><title>Caso Eternit: le colpe dei governi</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3571</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;em&gt;Pubblichiamo l'editoriale di Umberto Veronesi che è apparso sul quotidiano torinese La Stampa.&lt;/em&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329299110_12.jpg?r=4&amp;amp;w=200&amp;amp;h=0" alt="" width="300"&gt;La condanna dei proprietari dell’azienda produttrice di amianto è sacrosanta, ma a rigor di logica dovremmo incolpare anche quei governi che hanno aspettato più di trent’anni prima di mettere fuori legge una sostanza che la scienza aveva pubblicamente denunciato come cancerogena.&lt;br&gt;&lt;br&gt;Che l’amianto fosse causa di mesotelioma, una forma di tumore della pleura molto aggressiva, si sapeva già dagli Anni 50. Addirittura negli Anni 60 l’International Agency for Cancer Research (Iarc) organizzò una conferenza internazionale sul rischio amianto e nel 1964 il «New York Times» pubblicò una pagina sul caso Eternit, informando direttamente anche la popolazione. Eppure una legge che vieta l’uso dell’amianto arriva soltanto nel 1992, - dopo che l’azienda, inaugurata nel 1906, aveva chiuso per autofallimento nel 1987 - quando il materiale cancerogeno per 80 anni aveva già invaso il mondo. Ora è difficile andare a reperire tutti i siti contaminati. L’amianto, come materiale ignifugo, è stato ampiamente utilizzato nell’edilizia sia civile che industriale, per costruire navi, scuole, case, uffici, tettoie, magazzini etc. Con l’amianto erano fabbricate le pastiglie dei freni delle automobili e quindi ogni frenata provocava un’emissione nociva nell’aria. &lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;amp;ID_articolo=9773" target="_blank"&gt;Continua a leggere&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><author>Daniele Banfi</author><source url="http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3571">Daniele Banfi</source><pubDate>Wed, 15 Feb 2012 09:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1329299201</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329299110_12.jpg" length="201904" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1329299193_70/amianto_rimozione.jpg" length="201904" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">Governo</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">sentenza amianto</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">politica</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/archive">201202</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">eternit</category></item><item><title>Cammina: guadagni in salute e 700 euro</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3567</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p&gt;Una regolare attività fisica, 3 chilometri al giorno, può aiutarti a sentirti meglio e a risparmiare 700 euro l'anno. Ecco come&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li class="eve_page_list"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/alimentazione/la-dieta-dello-sportivo/764"&gt;Speciale "Dieta dello sportivo"&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329212834_48.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=0" alt=""&gt;Qual è il miglior metodo per rimanere in forma e risparmiare? La risposta è semplice: camminare. Quanto? 5000 passi al giorno, ovvero 3 chilometri circa. Ma se per quanto riguarda la salute fisica la relazione è abbastanza ovvia, meno scontata è invece quella con il portafoglio. Lasciando l’auto parcheggiata si possono risparmiare infatti quasi 700 euro all’anno.&lt;/strong&gt; Di questi, 400 sono direttamente legati al costo del carburante e alla manutenzione della vettura. A questa cifra vanno aggiunti i 300 euro in tasse versate al sistema sanitario che servono a curare i cittadini pigri. A realizzare il curioso calcolo riguardante gli stili di vita europei è direttamente l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;I NUMERI- «&lt;/strong&gt;La sedentarietà provoca 600 mila decessi l’anno in Europa e rappresenta una delle dieci cause principali di mortalità e disabilità nel mondo. Diabete, cardiopatie, ipertensione, cancro, osteoporosi – spiega il dottor Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG) – sono le malattie croniche che colpiscono in massa gli italiani, legate proprio a stili di vita sbagliati. Sono circa 3,9 milioni i diabetici, 2 milioni e 250 mila vivono con una diagnosi di tumore». Ancora più alto è l’impatto delle patologie cardiovascolari: la sola ipertensione, un vero “killer silenzioso” provoca circa 240 mila morti l’anno ed è responsabile del 47% delle cardiopatie ischemiche e del 54% degli ictus cerebrali. «Camminare o pedalare ogni giorno è una misura efficace per tenere sotto controllo questo e gli altri fattori di rischio e permette di dimezzare il rischio di morte» spiega Cricelli.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;L'EVIDENZA SCIENTIFICA- &lt;/strong&gt;Sono numerosi gli studi che affermano l'utilità del camminare anche solo per poco tempo al giorno. &lt;strong&gt;Questa banale ma efficace attività aiuta a ridurre il livello di colesterolo “cattivo”, ad abbassare la pressione arteriosa, a controllare il rischio di diabete di tipo 2 e a tenere il peso nei limiti desiderabili. Una passeggiata di un’ora a 4 km all’ora, ad esempio, fa spendere fra le 100 e le 200 calorie e fa bruciare almeno 6 grammi di grasso.&lt;/strong&gt; Ma i benefici riguardano anche il tono dell'umore poiché camminare aiuta a bilanciare gli ormoni dello stress prodotti nell’arco della giornata.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;AD OGNUNO IL SUO PASSO- &lt;/strong&gt;L'indicazione dell'OMS è dunque quella di camminare almeno 3 chilometri al giorno. Un'indicazione di massima ma che varia da persona a persona soprattutto in base all'età e al peso.&lt;strong&gt; L'ideale, per un individuo al di sotto dei 65 anni e in buona salute, è&amp;nbsp; camminare, correre o andare in bicicletta 3-4 volte a settimana per un periodo di 30-45 minuti a seduta. Per chi è invece in sovrappeso la camminata veloce è un toccasana. L'indicazione è di 5-6 sedute alla settimana della durata di almeno 45 minuti.&lt;/strong&gt; Piccola accortezza, come consigliato dagli specialisti della Mayo Clinic, l'ente no-profit statunitense più autorevole in tema di salute, è il ritmo di camminata: è meglio partire piano, soprattutto se si è stati poco attivi e ci si stanca facilmente. Al principio, camminare solo quanto ci si sente di fare, anche se sono soltanto pochi minuti. Ad esempio, si può partire con brevi sessioni quotidiane di 10 minuti e un po’ alla volta giungere a 15 minuti due volte a settimana. Entro alcune settimane si riuscirà ad aumentare gradualmente fino a camminare da 30 a 60 minuti quasi tutti i giorni.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83" target="_blank"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 15 Feb 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1329212397</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329212834_48.jpg" length="134767" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1329212911_100/passi_camminata.jpg" length="134767" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">risparmio</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">camminare</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">salute</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">peso</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">attività fisica</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">attività fisica</category></item><item><title>Ipertensione: perché a volte i farmaci non bastano</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3560</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Secondo una recente ricerca i farmaci che dovrebbero abbassare la pressione arteriosa sembrano non essere efficaci in molti pazienti. Quali sono le cause e quali i rimedi secondo i consigli di due specialisti&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329137995_88.jpg?r=4&amp;amp;w=400&amp;amp;h=282" alt=""&gt;Secondo una ricerca della Società italiana per l’ipertensione arteriosa (SIIA), negli ultimi vent’anni sono aumentati del 62%&amp;nbsp; gli italiani con la pressione alta che non rispondono ai farmaci appositi. Un dato che sarebbe preoccupante perché l’ipertensione è un disturbo che&amp;nbsp; se non viene curato può avere serie conseguenze.&amp;nbsp; Mentre è ben noto che gli anti-ipertensivi sono in genere di grande efficacia. La ricerca ha suscitato in molti pazienti comprensibili perplessità che cerchiamo di dissipare ascoltando il parere di due esperti.&amp;nbsp;Due specialisti interpellati, e associati alla Siia, non intendono sbilanciarsi con una conferma o una negazione&amp;nbsp; netta su quel 62%, però avanzano molti distinguo.&amp;nbsp;Sì, certo, anche indagini americane parlano di un aumento della resistenza ai farmaci per abbassare la pressione del sangue, ma...&amp;nbsp;«Ma bisogna vedere come è stata presa la pressione e lo stile di vita della persona -, mette subito in guardia il professor&amp;nbsp; Nicola Glorioso, specialista dell’Università di Sassari e responsabile del Programma Aziendale Ipertensione Arteriosa e Malattie Correlate della Azienda Ospedaliera Universitaria di Sassari. –Può essere che la persona&amp;nbsp; debba solo mettersi in riga con la dieta, abbandonando formaggi, insaccati, acciughe, olive, cibi conservati sotto sale. Anche fumo e alcool in eccesso possono concorrere ad innalzare i valori della pressione del sangue. Dopo due-tre mesi di uno stile di vita corretto la pressione di quel paziente potrebbe risultare entro limiti tollerati, che sono sotto 140 nella massima (sistolica) e 90 nella minima (diastolica). Succede con oltre il 30% dei pazienti».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;CAMICE INQUIETANTE-&lt;/strong&gt; Glorioso mette in guardia contro l’effetto camice bianco o, meglio, camice del medico perché, presa dall’infermiere, la pressione risulta quasi sempre più bassa. Come se la figura del clinico generasse ansia, timore dunque un balzo in su dei valori pressori. «Facendo tre misurazioni per mettere il paziente in stato di rilassamento è impressionante la caduta di valori che si osserva tra la prima e l’ultima: da 141/93 a 130/80, o anche più, per esempio». Che va bene anche se i dati ideali sarebbero 120/80. Ma è anche chiaro come misurando la pressione una sola volta il dato può indurre a modificare la terapia mentre in base all’ultima misurazione si deduce che la terapia funziona correttamente.&amp;nbsp;Il professor Glorioso cita i dati internazionali sull’efficacia degli anti-ipertensivi, specie se usati in “terapia combinata”: con 2 farmaci si normalizza il 65-70% degli ipertesi, con 3 farmaci l’80-85%. «Resta un 15% di possibili resistenti. Ma prima di emettere questo verdetto va controllato se non ci siano motivi organici indipendenti dal cuore&amp;nbsp; ad innalzare i valori: per esempio, piccoli tumori benigni nelle ghiandole&amp;nbsp; surrenali oppure un restringimento (stenosi) dell’arteria&amp;nbsp; renale, a sua volta congenito o acquisito, etc». Comunque, continua Glorioso, la classificazione di “ipertensione arteriosa resistente” è molto delicata dato che comporta poi appesantimemti terapeutici e approfondimenti diagnostici al fine di accertare eventuali cause sfuggite alle indagini preliminari. Secondo le raccomandazioni internazionali tale definizione può essere data solo se la pressione arteriosa, rilevata secondo le modalità dette prima, risulta superiore a 140/90 mmHg pur sotto l’effetto di tre farmaci di cui uno deve essere un&amp;nbsp; diuretico tiazidico. In caso contrario, l’unico provvedimento da prendere è quello di adeguare la terapia alle linee guida internazionali e giudicare successivamente.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;BRACCIALE SPECIALE PER L’OBESO-&lt;/strong&gt; Molta cautela nel fare la diagnosi di resistenza ai farmaci anti-ipertensivi raccomanda anche il professor Enrico Agabiti Rosei, specialista dell’Università di Brescia, mettendo in guardia da altri possibili errori indotti esternamente: «Per esempio con un obeso se non dispongo di un bracciale più grande è probabile che la pressione risulti più alta. Oppure nel caso di una persona molto&amp;nbsp; anziana, se le pareti dei vasi sono diventate così dure da non comprimersi col manicotto, ancora i valori risulteranno falsati all’insù».&amp;nbsp;Secondo i canoni internazionali si può parlare di resistenza solo se la pressione arteriosa non si abbassa entro i limiti 140/90 con l’impiego di almeno 3 farmaci di cui uno sia un diuretico tiazidico. E a condizione, ovviamente, che il paziente segua scrupolosamente la terapia.Non si può, dunque, parlare di resistenza alla cura contro l’ipertensione in aumento?&amp;nbsp;Senza citare alcuna cifra, il professor Agabito Rosei afferma che sì, un aumento c’è, lo constatano anche in Usa, in quanto molte cause derivano dallo stile di vita occidentale. «Intanto – elenca – c’è da citare al numero 1) l’invecchiamento della popolazione; 2) l’aumento dei casi di sovrappeso e di obesità che generano una maggiore incidenza del diabete e, per via di questa malattia, pressione alta; 3) più obesità determina la sindrome delle apnee notturne, a loro volta causa di ipertensione resistente; 4) stile di vita sedentario con riduzione dell’attività fisica che contribuisce a tenere bassa la pressione; 5) sempre più si assumono farmaci per varie affezione di cui alcuni possono interferire con la pressione, per esempio i “banali” antinfiammatori,&amp;nbsp; certi cortisonici (a volte anche solo in crema o pomata, ma di uso quotidiano), o gli spray nasali vasocostrittori».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;I DANNI DA EVITARE-&lt;/strong&gt; Forse di resistenti agli anti-ipertensivi si può parlare nel 5-6% dei casi, conclude&amp;nbsp; il professor Agabito Rosei. Per queste situazioni si stanno introducendo terapie non farmacologiche. La più invasiva vede l’installazione tipo pacemaker di uno stimolatore dei barocettori nelle carotidi. Oppure, sempre invasiva ma in misura minore, la denervazione renale, ovvero l’ablazione con alcune bruciature delle vie nervose vicine al rene.&amp;nbsp; «Importante -, conclude lo specialista, - è curare l’ipertensione sempre e dall’inizio altrimenti col tempo si generano rigidità o ispessimenti delle pareti dei vasi sanguigni che non sono più reversibili».&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Serena Zoli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 14 Feb 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1329137721</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329137995_88.jpg" length="169443" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1329137983_39/istock_000019018018xsmall.jpg" length="169443" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">resistenza</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">peso</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">farmaci</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">peso</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ipertensione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Camere del sale: per ora sono solo salate</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3549</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Nessuna evidenza scientifica sul beneficio dei trattamenti per l’asma che avvengono nei centri benessere. Un vero e proprio business, ma ancora tutto da dimostrare, che può costare fino a 600 euro&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329120872_45.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=300" alt=""&gt;&lt;strong&gt;La chiamano Haloterapia. Un trattamento capace di alleviare i sintomi dell’asma senza doversi recare per forza al mare. &lt;/strong&gt;La tecnica è un’evoluzione della speleoterapia, ovvero la cura dei problemi respiratori all’interno di grotte saline. In Italia di centri che offrono la possibilità di passare del tempo in un ambiente che mima l’aerosol marino ce ne sono ormai a centinaia. Si chiamano “camere del sale”. &lt;strong&gt;Ma sono veramente efficaci? La risposta dei pediatri, riunitisi a Milano in occasione del sesto meeting internazionale di allergie pediatriche, è netta: le camere del sale non hanno evidenza scientifica nel trattamento dell’asma.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;AEROSOL MARINO- &lt;/strong&gt;«Il concetto di base –spiega il dottor Luigi Terracciano, responsabile dell’area Allergie Respiratorie all’Ospedale Macedonio Melloni di Milano- è che in questi locali si vuole riprodurre l’effetto dell’aerosol marino e allo stesso tempo si vogliono mimare gli effetti del soggiorno nelle miniere di salgemma». Addirittura c’è chi ha tentato di quantificare l’effetto della camera al sale paragonandolo alle giornate passate al mare. Secondo quello che ormai è uno slogan, 30 minuti al giorno in queste camere sarebbero paragonabili a 3 giorni passati in spiaggia.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;MITO DA SFATARE- &lt;/strong&gt;L’idea di ricreare un ambiente marino artificiale è sicuramente accattivante. Oltretutto è largamente diffuso il pensiero che un soggiorno climatico lungo le coste sia di grande beneficio per la salute dei bambini. Un modo per metterli al riparo da asma e infezioni varie. Ma è realmente così? E’ proprio l’aerosol marino a dare beneficio o lo sono le differenti condizioni di vita? &lt;strong&gt;«Il motivo vero del miglioramento dei sintomi se ci si reca al mare sta nel fatto che in quei luoghi i bambini&amp;nbsp; non vengono a contatto con i loro coetanei&amp;nbsp; ammalati (quelli che hanno lasciato all’asilo in città), sono meno esposti alle sostanze inquinanti che aumentano il rischio di asma e infezioni, hanno abitudini di vita più idonee ad un bambino. L’aerosol marino non ha alcun ruolo&amp;nbsp; nella diminuzione&amp;nbsp; delle malattie respiratorie nei bambini che si spostano dalla città al mare» spiega Terracciano. &lt;/strong&gt;Un dato supportato dall’evidenza scientifica dei numeri: la frequenza di asma e di infezioni respiratorie nei bambini che vivono stabilmente al mare, e quindi che vivono in comunità, non è minore di quelli che vivono stabilmente in città. Non solo, numerosi studi epidemiologici italiani ed europei dimostrano che il rischio di avere l’asma è maggiore nelle zone&amp;nbsp; costiere rispetto a quelle interne.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;TECNICA PRIVA DI FONDAMENTO- «&lt;/strong&gt;Se aggiungiamo a questi elementari ma solidi dati epidemiologici il fatto che non vi sia evidenza scientifica (ci sono pochissimi studi, condotti tutti&amp;nbsp; eccetto uno&amp;nbsp; senza un adeguato gruppo di controllo) né per la terapia col sale, elegantemente definita Haloterapia, né per la speleo terapia, allora&amp;nbsp; possiamo dire che le camere del sale sono un indubbio successo commerciale,&amp;nbsp; con evidenza scientifica nulla e presupposti logici che sono contrari alle nostre conoscenze sulle malattie che vorrebbero curare» conclude Terracciano.&amp;nbsp; Un business non di poco conto: un ciclo completo di terapie dura circa 20 sedute da 30 euro ciascuna. Il conto è presto fatto, 600 euro. Quasi come un bel soggiorno al mare.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83" target="_blank"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 13 Feb 2012 07:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1329120534</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1329120872_45.jpg" length="148902" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1329120857_91/istock_000001235707xsmall.jpg" length="148902" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">camere del sale</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">allergie</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">pediatria</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">pediatria</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">bambini</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">pediatria</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">asma</category></item><item><title>Allergie pediatriche: dieci miti da sfatare</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3543</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Alcune convinzioni sono dure a morire. Specie se si tratta di questioni legate alla salute. Ecco le risposte del dottor Alessandro Fiocchi, Direttore del reparto Pediatrico all’Ospedale Macedonio Melloni di Milano, a margine del sesto convegno internazionale di Allergie Pediatriche&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;br&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328881261_44.jpg?r=4&amp;amp;w=200&amp;amp;h=0" alt=""&gt;Le false credenze in medicina possono fare davvero seri danni. Se di mezzo ci sono poi i bambini è ancora peggio. Spesso agiamo “per sentito dire” e senza mai verificare la veridicità dell’informazione. Miti da sfatare che si tramandano di generazione in generazione, dalle nonne alle giovani madri. Ecco in breve cosa c'è di vero e cosa no nel complesso mondo delle allergie pediatriche.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;L’inquinamento è una causa maggiore di asma nel bambino?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Certamente l’inquinamento atmosferico da micropolveri facilita sia la malattia in sé che lo sviluppo di crisi di affanno. Ma altri fattori stanno tornando prepotentemente alla luce. Ad esempio, le infezioni virali giocano un ruolo importante. Negli ultimi anni abbiamo avuto tanto virus respiratorio sinciziale e qualche caso di pertosse, nonostante la vaccinazione&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;La dermatite atopica non è più una malattia allergica?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;A dispetto delle nuove acquisizioni sulla genetica di questa malattia, che hanno messo in evidenza come la pelle di questi bambini sia più permeabile di quella degli altri per&amp;nbsp;deficits enzimatici, la dermatite atopica resta una malattia allergica. Alimenti, polveri, peli animali la possono peggiorare&amp;nbsp; e ne sono concause importanti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Frutta e verdura possono prevenire le allergie?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Mangiare frutta e verdura fresche protegge dall’asma perché questi alimenti contengono fattori antiossidanti, ma sempre più vediamo allergie a frutta e verdura fresca che i nostri bambini non conoscevano. Ad esempio i frutti tropicali come il lichee, ma anche basilico, zafferano, pesche. Per non parlar del kiwi….&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Portare i bimbi in piscina è salutare?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Sì, ma attenzione. Il massaggio esercitato dall’acqua sul torace del bambino con asma serve a facilitare il drenaggio delle secrezioni, ma d’altra parte il cloro delle piscine può scatenare crisi di asma. Questo è tanto più vero se – come è stato a volte constatato – viene sbagliato in eccesso il dosaggio del disinfettante. E’ vero soprattutto per i lattanti, che stanno diventando assidui frequentatori delle piscine.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Il bambino allergico alimentare deve evitare assolutamente l’alimento incriminato?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Vero, ma soprattutto vero per i bambini più allergici. Ci sono anche bambini in cui l’allergia non è così violenta e quindi possono ingerire piccole quantità d alimento. Così un bambino allergico all’uovo può a volte mangiarsi una fetta di panettone.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Gli immunostimolanti non servono, vero?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ce lo siamo sentiti dire per anni, soprattutto da quando i francesi li hanno tolti dal commercio. Peccato che non sia così. Anzi, le loro evoluzioni si stanno rivelando promettenti per la prevenzione delle allergie dei bambini&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Avere cani e gatti previene le allergie?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Forse, perché un ambiente biologicamente “sporco” è associato con una diminuzione di queste malattie. Ma un bambino allergico al pelo di animali può avere reazioni anche a minime dosi di forfora, come quelle veicolate sui vestiti dal proprietario di un animale. Questo è vero soprattutto per il cavallo (equitazione, un altro sport divenuto frequente tra i nostri ragazzi) e per i piccoli roditori (la moda della cavia o del criceto in casa). Così si vedono adesso nei bambini allergie che una volta erano riservate ai tecnici degli stabulari!&amp;nbsp; Ma anche cane e gatto sono spesso responsabili di gravi allergie.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Le camere del sale fanno bene?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Starci, si dice, è come andare al mare. In realtà forse qualche studio ha dimostrato i benefici della “haloterapia”, ma solo in ambienti naturali e non in ambienti artificiali.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Funzionano i vaccini per l'allergia?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;I nuovi vaccini funzionano velocemente, anche prima dei vecchi. Addirittura forse anche nel primo anno di somministrazione. E qualche lavoro dice che si possono iniziare anche durantela stagione primaverile.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Se il bambino va al mare, guarirà dalla congiuntivite?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ci sono congiuntiviti allergiche violente che non dipendono dalla esposizione ai pollini. E se anche uno va al mare, persistono e peggiorano. Rischiano di creare lesioni alla cornea. Se riconosciute, si possono curare; sono sorti in Italia centri specializzati gestiti da allergologi ed oculisti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83" target="_blank"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Sat, 11 Feb 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1328881390</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328881261_44.jpg" length="154751" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1328881381_74/istock_000012732321xsmall.jpg" length="154751" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">bambini</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">pediatria</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">allergie pediatriche</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">pediatria</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">miti da sfatare</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">false credenze</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Tubercolosi: perché è diventata resistente ai farmaci?</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3486</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;I microrganismi insensibili a tutte le tipologie di farmaci non sono una novità. Scarsa qualità dei medicinali, diagnosi tardive e cicli di cura non seguiti per intero alla base del fenomeno&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328192776_77.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=282" alt=""&gt;Nei giorni scorsi, la notizia della scoperta avvenuta in India di un microrganismo resistente a qualsiasi farmaco anti-tubercolosi, ha destato non poche preoccupazioni anche nel nostro paese. Secondo le autorità indiane sarebbero già una dozzina i casi accertati. Allarmismo giustificato?&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;IL CASO INDIA- &lt;/strong&gt;Lo stato asiatico rappresenta il paese per eccellenza in relazione al numero di malati di tubercolosi. &lt;strong&gt;Secondo l'OMS, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'India è la nazione che fa registrare il più alto numero di casi di TBC e quasi 1000 decessi al giorno&lt;/strong&gt;. A far scattare l'allarme, in un paese già così colpito da questa piaga, è stato l'isolamento di un nuovo ceppo batterico resistente ai farmaci attualmente in uso. «Il Mycobacterium tubercolosis isolato in India fa parte di una categoria di microrganismi che noi chiamiamo TDR (Totally Drug Resistant), ovvero resistenti a tutti i farmaci disponibili sul mercato. Il dato importante è che la resistenza è stata testata in vitro a partire dai fluidi biologici dei malati. Il vero problema è capire se esiste una correlazione per tutti i farmaci tra la risposta clinica e il saggio in vitro» spiega la dottoressa Daniela Cirillo, responsabile dell'unità Emerging Bacterial Diseases dell'Istituto Scientifico San Raffaele di Milano.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA RESISTENZA- &lt;/strong&gt;Se ad una persona viene diagnosticata la tubercolosi in forma attiva l'approccio farmacologico è la sola via per arrivare alla guarigione completa. L'utilizzo dei farmaci però non è esente da problemi. Il caso India è solo l'ultimo di una lunga serie. «La presenza di microrganismi di tipo TDR non è di certo una novità.&lt;strong&gt; Alla base del fenomeno della resistenza vi sono una serie di cause. Spesso si registra in microrganismi isolati da pazienti con diagnosi effettuate in ritardo, che hanno avuto prescrizioni non adeguate, che possono aver assunto farmaci qualitativamente scadenti ed infine, dato molto importante, che non hanno seguito per intero il ciclo di cura&lt;/strong&gt;» spiega la Cirillo. Queste variabili possono portare alla selezione di ceppi batterici via via più resistenti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;TEST POSITIVO- &lt;/strong&gt;Quando si parla di tubercolosi non è raro confondere una semplice positività all’infezione con la ben più grave malattia conclamata. Il nostro sistema immunitario infatti è in grado autonomamente di arginare l'invasione del microrganismo e mantenerlo in uno stato di quiescenza, ovvero una situazione nella quale i sintomi della malattia non sono presenti. Queste persone quindi non sono malate. Non solo, come spiega la dottoressa Cirillo «hanno una bassa possibilità di sviluppare la tubercolosi nel corso degli anni. &lt;strong&gt;Infatti, più del 90% delle persone che hanno contratto l’infezione non sviluppano la malattia&lt;/strong&gt;, chi ha contratto l’infezione può ulteriormente ridurre il rischio di sviluppare la malattia se opportunamente trattato. Per questo è molto importante identificate i soggetti a rischio di infezione».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;PERSONE A RISCHIO-&lt;/strong&gt; Qual è allora l'identikit del restante 10%? &lt;strong&gt;La tubercolosi è considerata una malattia strettamente legata anche alle precarie condizioni di vita. In questa categoria quindi entrano d'obbligo sia le persone immunocompromesse, come i malati di HIV o i pazienti in cura con terapia immuno-soppressive a causa di trapianti o chemioterapia, sia gli individui in precarie condizioni igienico-sanitarie&lt;/strong&gt;. «Questi ultimi, spesso provenienti da paesi dove la tubercolosi è endemica, giunti nel nostro paese possono andare in contro ad un abbassamento delle difese immunitarie e passare quindi ad una forma attiva di malattia. Per questa ragione è necessario concentrare gli sforzi in materia di prevenzione proprio su queste fasce di popolazione, gli individui infetti possono essere trattati per ridurre notevolmente il rischio di sviluppare la TBC» conclude la Cirillo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83" target="_blank"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 10 Feb 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1328192899</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328192776_77.jpg" length="123057" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1328192923_60/istock_000013834655xsmall.jpg" length="123057" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">resistenza farmaci</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">microrganismo resistente</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">tubercolosi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">TBC</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Contro l'ictus ci vuole più unità</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3521</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p&gt;Si chiamano Stroke Unit i reparti ospedalieri dove prestano le migliori e urgenti cure a chi è colpito da ictus. Ce ne vorrebbero 400 su tutto il territorio e invece ce ne sono 150&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li class="eve_page_list"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/che-cos-e-l-ictus/3526"&gt;Per saperne di più: che cos'è l'ictus?&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" title="Soltanto una percentuale limitata di persone  riesce ad avere cure e assistenza adeguate nelle Stroke Unit" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328718306_67.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=199" alt="Soltanto una percentuale limitata di persone  riesce ad avere cure e assistenza adeguate nelle Stroke Unit"&gt;Non sempre tutte le malattie sono trattate con la stessa e giusta attenzione dal sistema sanitario nazionale. Chi è affetto da diabete o colpito da infarto cardiaco, trova sul territorio le cure e l’assistenza più adatte e con grande facilità. Non così, per &lt;strong&gt;l’ICTUS Cerebrale&lt;/strong&gt;,&amp;nbsp; che, pur essendo in Italia la prima causa di invalidità, la seconda per la demenza e la terza per la morte, non ha finora ottenuto grande considerazione dagli organi istituzionali, con il risultato che ogni giorno quasi un milione di persone sono costrette a far fronte alle conseguenze invalidanti della malattia, anche a proprie spese.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;ALICE TI AIUTA-&lt;/strong&gt; Lo conferma Paolo Binelli, il presidente della Federazione nazionale A.L.I.Ce. (Associazione Lotta Ictus Cerebrale), il raggruppamento delle Associazioni regionali, che si occupano di questi malati e dei pesanti carichi che devono sopportare i familiari. «L’&lt;strong&gt;ICTUS deve essere affrontato con più attenzione dal sistema sanitario&lt;/strong&gt; – dice Paolo Binelli – perché&amp;nbsp; soltanto una percentuale limitata di persone&amp;nbsp; riesce ad avere cure e assistenza adeguate nelle &lt;strong&gt;Unità Urgenza Ictus (STROKE Unit) presenti in Italia&lt;/strong&gt;. Le cause sono molteplici: prime fra tutte: l’inadeguato numero delle Stroke Unit, dove a fronte di una necessità di circa 400 Unità ne sono attive solo circa 150, e la scarsa conoscenza della patologia dell’ICTUS, nota solo a meno del 40% della popolazione tanto che soltanto poche persone colpite da ICTUS arrivano negli ospedali, entro le 3-4 ore dall’evento, limite oltre il quale la terapia trombolitica, per sciogliere il trombo che ha provocato l’occlusione e quindi l’ICTUS, abbia efficacia».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;MANCANZA DI INFORMAZIONE-&lt;/strong&gt; Ma anche quando i pazienti vengono dimessi dall’ospedale, dopo le cure intensive, i familiari non sanno che cosa fare perché non esiste un percorso di riabilitazione e rieducazione continuativo che tenga conto del reinserimento occupazionale, sociale e familiare. «E’ la mancanza di informazione – prosegue Binelli -a fare più danni di quanti non ne faccia già la malattia stessa; in percentuali assai significative la depressione colpisce non solo i malati colpiti da &lt;strong&gt;ICTUS&lt;/strong&gt;, ma anche i loro familiari, che si sentono abbandonati. Peraltro quello che pochi sanno è che &lt;strong&gt;una corretta prevenzione che tenga sotto controllo i fattori di rischio&amp;nbsp; potrebbe più che dimezzare i casi di ictus&amp;nbsp;&lt;/strong&gt; (studi americani riportano addirittura valori superiori all’80%)». Non è dunque fatalismo&amp;nbsp; ciò che circonda l’evento, ma il risultato di uno stile di vita sbagliato e la non applicazione delle linee guida internazionali per la prevenzione e la cura dell’ictus.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;FATTORI DI RISCHIO-&lt;/strong&gt; Milioni di italiani (addirittura 1su 6), rischiano di andare incontro ad un ictus perché pochi&amp;nbsp; conoscono i fattori che lo inducono e i sintomi che identificano l’evento cerebrale perché l’informazione è carente e i centri per la prevenzione sono inesistenti.&amp;nbsp; Nei paesi dove i progressi scientifici e tecnologici sono stati recepiti con l’adozione di piani assistenziali nazionali,&amp;nbsp; la mortalità e l’invalidità conseguente all’ictus sono enormemente diminuiti, mentre in alcune regioni italiane si muore più di ICTUS Cerebrale che di infarto del miocardio&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Per questo l’&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/alice-onlus/3527"&gt;Associazione A.L.I.Ce. Italia Onlus&lt;/a&gt; chiede che le persone colpite da ICTUS debbano essere curate nelle strutture più adeguate e con il massimo dell’attenzione&lt;/strong&gt;. Condizioni riassunte in 10 punti della Carta dei diritti, scaricabile dal sito &lt;a href="http://www.aliceitalia.org/"&gt;www.aliceitalia.org&lt;/a&gt;. Essendo l’ictus una malattia prevedibile e curabile, si arriverebbe ben presto a una riduzione della mortalità, della disabilità e, non ultimo, un vantaggio economico per la spesa sanitaria.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Edoardo Stucchi &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 09 Feb 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1328718475</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328718306_67.jpg" length="178442" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1328718486_30/ictus.jpg" length="178442" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">stroke unit</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ALICe</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">prevenzione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ictus</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">unità urgenza ictus</category></item><item><title>E' lo sport la prima arma per i giovani diabetici</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3465</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Attività fisica e una corretta alimentazione aiutano nei giovanissimi a controllare il diabete e a prevenire le patologie correlate in età adulta&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328192217_12.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=0" alt=""&gt;Sono in crescita fra i bambini e i ragazzi al di sotto dei 20 anni le forme di diabete di tipo 2, che di norma si manifesta dopo i 40-50 anni, e le cause sono riconducibili a sovrappeso e obesità. Le linee guida delle società scientifiche, per i ragazzi e i bambini, raccomandano: niente farmaci. Il diabete di tipo 2 si cura con la correzione dello stile di vita, un regime alimentare equilibrato e una regolare attività fisica.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;strong&gt;LE LINEE GUIDA–&amp;nbsp;&lt;/strong&gt; Lo sport si conferma un’arma vincente per i giovanissimi affetti da diabete: aiuta il controllo del tipo 1 e previene l’insorgenza del tipo 2. Ad ogni età, però, il suo esercizio fisico: tra i 3 e i 5 anni solo attività ludiche (correre, giocare, saltare e fare capriole), tra i 6 e i 9 anni impegni più strutturati (ginnastica, nuoto, giochi di squadra e bicicletta), tra i 10 e i 12 anni le linee guida danno il benestare anche ad attività agonistiche con preferenza per nuoto, tennis, ginnastica artistica e danza e fra gli sport di squadra calcio, ciclismo e pallavolo. «L’attività sportiva – dice Andrea Scaramuzza, responsabile del Servizio di diabetologia, malattie del metabolismo e nutrizione della Clinica Pediatrica dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano – determina un miglioramento della sensibilità insulinica e riduce colesterolo e trigliceridi». Con notevoli benefici anche per l’apparato cardiovascolare che regolarizza i valori della pressione. Sì, dunque, al movimento ma a condizione che i ragazzi si attengano alle precise indicazioni della terapia insulinica, ad una buona alimentazione e sappiano gestire eventuali crisi, se sopraggiungono nel corso della pratica sportiva.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;PREVENZIONE DELLE CRISI–&lt;/strong&gt; Ipoglicemia e iperglicemia restano sempre in agguato ma si possono controllare. «Un programma sportivo più impegnativo – continua Scaramuzza – richiede il bilanciamento tra introito di carboidrati, dispendio energetico e un buon controllo glicemico sia durante l’esercizio fisico che nelle ore successive». Quando la fatica si fa sentire, sintomo tipico dell’ipoglicemia e i valori scendono sotto i 60 mg/dl, l’attività sportiva va temporaneamente sospesa e ripresa nell’arco della giornata combattendo l’emergenza con zucchero e/o bevande zuccherate. Nel caso opposto, quando i valori dello zucchero nel sangue superano i 250 mg/dl, indicati dalla necessità frequente di urinare, occorre evitare cibi ricchi di carboidrati fino a che i valori non rientrano nella norma e scegliere per sconfiggere la crisi cracker, mela o uva (che contengono zuccheri facilmente assimilabili) e succhi di frutta. «È fondamentale misurare prima e dopo ogni attività sportiva – raccomanda lo specialista – i valori della glicemia per intervenire subito in caso di necessità e correggere con il diabetologo la terapia insulinica o l’alimentazione».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;BENEFICI DELLO SPORT–&lt;/strong&gt;&amp;nbsp; I benefici di una attività sportiva si apprezzeranno soprattutto in età adulta con un miglior controllo delle patologie correlate al diabete, fra queste le retinopatie e i disturbi renali di cui recenti statistiche attestano una riduzione del 35%. Mentre non sono trascurabili i vantaggi che lo sport gioca, fin da subito, a livello psicologico: migliora l’autostima, accresce la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità e insegna ad accettare la malattia con tutto ciò che essa comporta (momenti di debolezza fisica, terapia insulinica e controlli costanti della glicemia) anche davanti ai compagni.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Francesca Morelli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 08 Feb 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/0_06122200_1326730701-1328001240</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328192217_12.jpg" length="224882" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1328192235_29/istock_000016020413xsmall.jpg" length="224882" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/author">0-06122200-1326730701</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">diabete tipo 1</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ipoglicemia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">glicemia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">diabete tipo 2</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">sport</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">iperglicemia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">crisi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">linee guida</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">attività fisica</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">attività fisica</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">attività fisica</category></item><item><title>Parola d’ordine dell’OMS contro il cancro: alzati e fai qualcosa!</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3510</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Si è celebrata la giornata mondiale per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema della prevenzione oncologica. Sport, alimentazione sana e smettere di fumare i fattori chiave&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328192033_45.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=282" alt=""&gt;Alzati e fai qualcosa: è questo lo slogan scelto dagli organizzatori del World Cancer Day,  l'iniziativa promossa dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), celebrata  per sensibilizzare l'opinione pubblica su una malattia che secondo le stime dovrebbe colpire più di 21 milioni di persone entro il 2030.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA SFIDA-&lt;/strong&gt; Nonostante le previsioni l'OMS lancia una sfida: ridurre del 25% il numero dei morti per cancro entro il 2025 e per stimolare all'azione ha adottato lo slogan “alzati e fai qualcosa”. &lt;strong&gt;Invertire la tendenza secondo gli esperti è possibile perchè, come ricorda l'organizzazione internazionale, una morte su tre provocata dal cancro potrebbe essere prevenuta attuando dei cambiamenti nello stile di vita, a partire da una sana alimentazione, da un'attività fisica costante e dallo stop al fumo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;I DATI-&lt;/strong&gt;&lt;span style="color: #003aa1;"&gt;&lt;span style="font-family: Verdana, sans-serif;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;Quello della prevenzione è un messaggio che purtroppo, nonostante i continui appelli, non sembra ancora essere recepito: più della metà degli italiani (54%) ammette infatti di fare attività fisica solo per un’ora la settimana, o anche meno. In linea con la media internazionale, sette connazionali su 10 (71%) bevono alcolici e quasi un terzo fuma (30%). Eppure l’86% è preoccupato di sviluppare in futuro una malattia cronica: oltre un terzo degli italiani (37%) teme il cancro, mentre meno di uno su dieci (8%) si preoccupa delle malattie cardiache e appena il 5% del diabete. Gli italiani ammettono che il maggior impedimento a scegliere stili di vita più sani è la mancanza di tempo (30%) mentre per il 17% è la scarsa motivazione.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;MANGIAR SANO-&lt;/strong&gt; L’ipotesi che l’alimentazione di tutti i giorni possa avere a che fare con l’insorgenza o, al contrario, con la prevenzione dei tumori ha attirato l’attenzione dei ricercatori già a partire dagli anni ‘40 del secolo scorso. &lt;strong&gt;Oggi sappiamo con certezza, grazie ai numerosi studi scientifici pubblicati sull’argomento, che esiste una precisa relazione tra dieta e cancro. Una dieta sana ed equilibrata è in grado di ridurre fino a oltre il 30% il rischio di avere un tumore.&lt;/strong&gt; Perchè i cambiamenti dietetici possano però dare risultati tangibili, in termini di prevenzione oncologica, ci vuole tempo: per questa ragione è necessario che le abitudini alimentari “protettive” inizino già da bambini e siano portate avanti per molti anni. I segni tangibili dei cambiamenti nella dieta fanno la loro comparsa, a livello di prevenzione, dopo almeno 15 anni dal suo inizio.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;ATTIVITA' FISICA- &lt;/strong&gt;&lt;span style="color: #1a1718;"&gt;&lt;span style="font-family: Times-Roman, 'Times New Roman', serif;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;Ma oltre al mangiar sano, è l’attività fisica ad essere un punto imprescindibile nella prevenzione delle malattie: fare sport, secondo le proprie caratteristiche personali e soprattutto secondo le indicazioni del proprio medico, è la nostra risorsa segreta per vivere bene, più a lungo, affrontare patologie che possono sembrare penalizzanti dal punto di vista fisico, ma anche ricaricare le energie, riacquistare il buon umore, abbattere lo stress. E questo a tutte le età. &lt;strong&gt;Lo sport (e per sport si intendono comunque tutte le attività motorie svolte con regolarità) allunga la vita. È stata dimostrata ormai l’influenza positiva dell’attività sportiva anche per quanto riguarda molte patologie oncologiche: secondo alcuni studi di scienziati americani, l’esercizio fisico effettuato almeno 2/3 volte la settimana regola i livelli di ormoni sessuali e di ormoni legati all’insulina, riducendo così il rischio di carcinoma mammario e di carcinoma alla prostata&lt;/strong&gt;. Questa tipologia di tumori è fortemente legata agli ormoni: anche l’iperglicemia (che provoca l’innalzamento dei livelli d’insulina) può aumentare il rischio di cancro. L’esercizio fisico, invece, crea un equilibrio positivo in ambito ormonale riducendo il rischio di diabete ma anche quello di tumore.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83" target="_blank"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 07 Feb 2012 13:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1328603254</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328192033_45.jpg" length="165331" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1328603250_51/istock_000009109571xsmall.jpg" length="165331" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">prevenzione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">world cancer day</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">oncologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">oncologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cancro</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">fumo</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">peso</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">attività fisica</category></item><item><title>Diamo un taglio al cesareo. Solo quando serve</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3506</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Questa la raccomandazione secondo le Linee Guida dell’Istituto Superiore della Sanità, perché il parto naturale è più sicuro per mamma e neonato&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li class="eve_page_list" style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/linee-guida-cesareo/3507"&gt;Le linee guida del parto cesareo&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1312189611_97.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=282" alt=""&gt;«Non è vero che un parto con il taglio cesareo sia più sicuro per la madre e il bambino. La mortalità materna è 3-4 volte superiore rispetto al parto naturale, ed è più alto l’indice di malattie che possono colpire il bambino nel primo mese dopo la nascita». La ricercatrice Serena Donati, ginecologa ed epidemiologa, lavora all’Istituto Superiore di Sanità nel reparto Salute della Donna e dell’Età evolutiva, ed è decisamente dalla parte delle donne. Per esempio, si arrabbia quando sente dire che molte volte sono le donne  a richiedere il cesareo: «Perfetto: così la colpa diventa delle vittime! Ma non è vero. Sono pochissime le donne che chiedono il cesareo, e in uno studio di qualche anno fa abbiamo dimostrato che ben il 72%  delle donne sottoposte a cesareo avrebbero voluto partorire in maniera fisiologica».&amp;nbsp;All’insegna dello slogan programmatico “Il cesareo solo quando serve”,  in questi giorni l’Istituto Superiore di Sanità ha presentato le nuove linee-guida internazionali, messe a punto  dai suoi esperti con un brillante lavoro di revisione di tutta la letteratura scientifica.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;MEDICINA DELL’EVIDENZA-&lt;/strong&gt; E’ l’applicazione del principio di una medicina basata sull’evidenza, e ne sono venuti fuori un utilissimo manuale clinico per tutti gli addetti ai lavori (una facilitazione: è in italiano), e nello stesso tempo una chiara linea-guida per il pubblico, «affinché il taglio cesareo divenga una scelta appropriata e consapevole da parte delle donne -dice la dottoressa Donati-  e si modifichi profondamente la situazione, che per ora vede l’Italia alla guida della classifica europea per il numero di cesarei, con una media del 38 per cento (e con picchi che arrivano anche al 60%, come in Campania) rispetto a una media europea del 24%».&amp;nbsp;Serena Donati, che è uno dei tre coordinatori dello studio dell’Istituto Superiore di Sanità per queste nuove linee-guida, è convinta che ci si possa riuscire: «Il parto naturale è la scelta migliore, e salvo controindicazioni dev’essere sempre preferito, assicurando alle donne il sollievo dal dolore, sia con il ricorso all’analgesia dell’epidurale sia con il sostegno emotivo, nella modalità one-to-one , cioè facendo in modo che ogni partoriente abbia una persona presente in tutto il travaglio, che la sostiene e la conforta. Non c’è bisogno che sia un medico o un’ostetrica, può essere anche un laico, vale a dire un parente informato e preparato. E’ inoltre importantissimo che durante la gravidanza la donna sia stata costantemente informata, e abbia potuto discutere con il medico il tipo di parto da effettuare. Tranne casi veramente rarissimi di incoercibile paura del parto, una donna pienamente informata arriva al travaglio serenamente, ed è anche in grado di affrontare i problemi imprevisti».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;OSTETRICI PIU’ PREPARATI-&lt;/strong&gt; Normalizzare un panorama che vede da anni la continua crescita dei tagli cesarei passa anche da una migliore formazione dei professionisti. Dice la dottoressa: «Nelle scuole di specialità, occorre considerare di più la fisiologia del parto. Attualmente l’insegnamento è spostato verso la patologia, e manovre come il rivolgimento nell’utero di un feto in posizione anomala rischiano di non fare più parte del bagaglio professionale». Anche la cosiddetta medicina difensiva è causa dell’eccesso di tagli cesarei, e la ricercatrice fa notare un paradosso: «In genere si riscontra un’alta percentuale di cesarei nelle piccole cliniche, dove confluiscono soprattutto le donne che non hanno avuto una prognosi  di parto a rischio, e che quindi sarebbero candidate a un parto normale, naturale».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;PUNTI NASCITA-&lt;/strong&gt; Serve anche una grande riorganizzazione dei punti nascita: «Bisogna continuare sulla strada già intrapresa di creare strutture dove siano disponibili équipes multidisciplinari (oltre ai ginecologi e alle ostetriche, pediatri, anestesisti-rianimatori, psicologi) in grado di scambiarsi pareri, e di crescere professionalmente grazie a una continua revisione tra pari» E’ così, con un grande sforzo organizzativo e partecipativo, che l’abbassamento del numero di parti cesarei diventa un indicatore della qualità e dell’appropriatezza. Conclude Serena Donati: «Se si vuol fare, si può fare. Per esempio a Castellamare di Stabia una persona come l’ostetrico Ciro Guarino ha accettato la sfida e l’ha vinta: i cesarei sono scesi ad appena il 17%.  Guarino si era portato una brandina in reparto, e stava lì anche di notte».&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Antonella Cremonese&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Approfondimento: &lt;/em&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/linee-guida-cesareo/3507"&gt;scopri le linee guida per il parto cesareo&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 07 Feb 2012 03:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1328541850</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1312189611_97.jpg" length="156172" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1328541953_26/istock_000011779282xsmall.jpg" length="160547" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">parto</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">punti nascita</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ginecologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">parti cesarei</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">gravidanza</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">ginecologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">ginecologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Cari amici, donereste un giorno di ferie per chi soffre?</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3505</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328541286_58.jpg?r=4&amp;amp;w=220&amp;amp;h=359" alt="" class="eve_alignleft"&gt;Vi ricordate  «I ragazzi della via Pàl?»  Io lo lessi con emozione e  partecipazione a un’età che era quella dei protagonisti, e non so se mi piaceva di più  il generale Boka, che era già un uomo in erba, o il soldato semplice Ernesto Nemecsek, un bambino pieno di paura e di coraggio.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Forse perché nella vita avrei fatto il medico, anche se allora non lo sapevo, ricordo che fui molto colpito da un particolare: mentre il povero biondino Nemecsek moriva nel suo lettuccio dopo essere stato costretto dai «nemici»  a un’immersione nel laghetto gelato, suo padre sarto lavorava a finire una giacca che gli era stata sollecitata con impazienza, facendo grande attenzione a non macchiarla di lacrime. La famiglia aveva bisogno di tutti gli stentati guadagni, e ancor di più ce n’era bisogno per la malattia di quel bambino.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ho pensato a questa scena leggendo una notizia dalla Francia: nel 2009, nelle officine Badoit di un paesino della Loira, i compagni di lavoro, grazie a un accordo col proprietario della fabbrica, donarono a un collega 170 giorni di riposi non goduti, per consentirgli di rimanere a casa accanto al figlio di undici anni con un tumore terminale. Giorni di riposo donati in modo anonimo, non per chiedere un grazie.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Perché non fare in modo che quell’iniziativa di solidarietà non restasse un atto isolato, ma potesse consentire ad altri genitori disperati di ricevere in dono giorni di riposo rinunciati dai compagni di lavoro? Così è sorta un’associazione, «Da una farfalla a una stella», e le cose sono andate avanti.  Si è arrivati a  un disegno di legge, e proprio in questi giorni l’Assemblea Nazionale (l’equivalente della nostra Camera dei deputati)  l’ha ratificata. Ora passerà al Senato, e si spera che anche lì venga approvata. Non mancano le voci e i voti contrari di chi sostiene un «diritto uguale per tutti», sottratto alle iniziative volontaristiche, ma per cambiare in questo senso le leggi sul lavoro chissà quanto tempo passerebbe. Intanto le famiglie con un bambino gravemente ammalato sopravvivono a fatica, perché i giorni di congedo concessi per la malattia del figlio sono pagati molto meno del parametro contrattuale. Ha detto il padre del bambino: «Bisogna averla vissuta, per capire che la malattia di un figlio trascina con sé la precarizzazione della famiglia. Il sistema attuale chiede ai genitori di scegliere tra il lavoro e l’accompagnamento della propria creatura».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Forse sarà un’immagine di quelle che gli scettici definiscono «strappacuore», ma il padre di Nemecsek che piange mentre lavora è un’immagine dell’umanità a rischio di perdita e di sconfitta, e merita un dibattito.  Cari amici, dareste un giorno del vostro tempo libero per consentire a un papà, a una mamma, di stare con il bambino che soffre e muore? C’è un bicchiere d’acqua da dargli, e un’ultima favola per fargli ridere gli occhi.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Umberto Veronesi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><author>Daniele Banfi</author><source url="http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3505">Daniele Banfi</source><pubDate>Mon, 06 Feb 2012 14:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1328541307</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328541286_58.jpg" length="101007" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1328541251_68/veronesi.jpg" length="227227" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">politica</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">malattia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">lavoro</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ospedale</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category></item><item><title>Il manganese capace di neutralizzare l’Escherichia coli</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3485</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p&gt;Poco costoso e disponibile con facilità, il manganese sembra essere l'elemento in grado di bloccare l'attività della tossina prodotta dal microrganismo. Invece per prevenire le infezioni l’arma migliore  è lavarsi le mani accuratamente&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1307689603_41.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=346" alt=""&gt;&lt;strong&gt;Lo scorso giugno ha destato non poca preoccupazione l'infezione causata dal microrganismo &lt;em&gt;Escherichia coli&lt;/em&gt;. Nella sola Germania, epicentro del focolaio, si sono registrati più di 2500 casi e 45 decessi&lt;/strong&gt;. Un'epidemia non prevedibile che ha lasciato disorientati anche gli addetti ai lavori. Spenti i riflettori per qualche mese, l'&lt;em&gt;Escherichia coli&lt;/em&gt; torna alla ribalta grazie ad uno studio pubblicato dalla rivista &lt;em&gt;Science&lt;/em&gt;. &lt;strong&gt;Secondo gli scienziati della Carnegie Mellon University di Pittsburgh (Stati Uniti), la tossina prodotta dal microrganismo potrebbe essere facilmente combattuta con un elemento chimico abbondante e a basso costo: il manganese&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;IL MICRORGANISMO- &lt;/strong&gt;L’&lt;em&gt;Escherichia coli&lt;/em&gt; è un microrganismo presente comunemente nella flora intestinale degli uomini e, più in generale, dei mammiferi. Oltre ad essere innocuo possiede la capacità di modulare in maniera positiva la presenza di ulteriori batteri. Ciò garantisce all'organismo ospitante, cioè l'uomo, di mantenere integra la corretta funzionalità intestinale. &lt;strong&gt;Purtroppo però esistono diversi ceppi di &lt;em&gt;Escherichia coli&lt;/em&gt; e alcuni di essi sono enteropatogeni, ovvero provocano infezioni, diarrea e in alcuni casi producono tossine pericolose che portano a morte cellulare&lt;/strong&gt;. Una di esse prende il nome di Shiga, scoperta inizialmente essere prodotta nei microrganismi del genere Shigella. In particolare questa tossina è capace di bloccare la sintesi proteica, processo fondamentale per la sopravvivenza della cellula.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;COME AGISCE?- &lt;/strong&gt;Da tempo gli scienziati sono al lavoro per decifrare il complesso meccanismo che la tossina utilizza per colonizzare la cellula e provocarne la morte. &lt;strong&gt;Diversi studi hanno dimostrato che una proteina presente nelle cellule umane, GPP130, gioca un ruolo chiave nell'invasione. GPP130 infatti funge da vera e propria navetta in grado di trasportare la tossina in quei punti della cellula dove può fare danni&lt;/strong&gt;. Al contrario, in assenza di essa, la tossina finisce per essere “demolita” dalla cellula.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA RICERCA-&lt;/strong&gt; Dunque bloccare l'attività di GPP130 potrebbe essere una delle strategie per evitare la morte delle cellule. Ed è proprio questa la direzione in cui si sono spinti gli scienziati statunitensi. &lt;strong&gt;Nello studio, svoltosi in modello animale,  gli esperti hanno scoperto che a dosi non tossiche il manganese è capace di inattivare GPP130 rendendo quindi innocua la tossina shiga. Un risultato straordinario che potrebbe presto portare anche a dei risultati in campo terapeutico.&lt;/strong&gt; La somministrazione di antibiotici infatti può paradossalmente essere fatale perchè i batteri muoiono rilasciando alte dosi di shiga. L'idea dei ricercatori è quindi quella di somministrare, insieme all'antibiotico, anche il manganese così da neutralizzare contemporaneamente sia il batterio sia la tossina prodotta.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LAVARSI LE MANI- &lt;/strong&gt;La prevenzione rimane comunque l'arma più efficace per contrastare le infezioni da microrganismi. Ci sono poche e semplici norme igieniche di base che se rispettate in casa e in comunità possono assicurare una discreta protezione. &lt;strong&gt;In assoluto lavare spesso e accuratamente le mani con sapone, strofinandole bene (i microrganismi spariscono attraverso l’azione meccanica) è la migliore strategia&lt;/strong&gt;. A differenza di quanto si crede invece conta meno la temperatura dell'acqua. Un microrganismo come l'&lt;em&gt;Escherichia coli&lt;/em&gt; può infatti crescere a temperature vicine ai 45 gradi. Via libera dunque ai prodotti igienizzanti per le mani.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83" target="_blank"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 06 Feb 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1328191204</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1307689603_41.jpg" length="198005" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1328191612_37/istock_000007914386xsmall.jpg" length="198005" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">mani</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">prevenzione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">echerichia coli</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">patogeno</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">manganese</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">microrganismo</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">escherichia coli</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Attenti al business dei test genetici</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3499</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Sono utili se sono “mirati” e a soli 1.000 dollari, come è stato pubblicizzato, l’esame del genoma è incompleto e in gran parte inutile&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li class="eve_page_list" style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/test-genetici/3519"&gt;Scopri la differenza tra familiarità ed ereditarietà&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1308742596_90.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=284" alt="" width="220"&gt;La mappa del proprio genoma a mille dollari, consegna in giornata. Il professor Sandro Banfi, dell’Istituto Telethon di Genetica e Medicina di Napoli diretto da Andrea Ballabio, forse non condivide sino in fondo l’entusiasmo di un annuncio che ha fatto scalpore in America e ha meritato la  prima pagina del &lt;em&gt;Wall Street Journal&lt;/em&gt; e del &lt;em&gt;Financial Times&lt;/em&gt;, ma certamente pensa che la svolta sia importante per lo sviluppo della medicina “personalizzata”. Basta che tutto resti in mani affidabili, come ha sottolineato anche il grande genetista Edoardo Boncinelli.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;UN TEST SERIO COSTA 5OOO DOLLARI-&lt;/strong&gt; Al professor  Banfi, il costo a prezzo di saldi risulta un po’ sospetto: «Io valuto che per un lavoro serio con risultati seri non si possa dare la mappa completa del genoma a meno di 5mila euro, e l’insieme  dei soli geni almeno a 2-3mila euro». E racconta una curiosa esperienza di prima mano: «Per curiosità scientifica, un   ricercatore del mio gruppo ha  ordinato la mappa del proprio genoma a due ditte diversi. E ha avuto due mappe del suo genoma diverse».&amp;nbsp;Come si può immaginare, intorno alle applicazioni della genetica pulsa il mercato, mentre preoccupazioni etiche si addensano intorno alla possibilità che di una “predisposizione” genetica a sviluppare una determinata malattia possano fare cattivo uso le compagnie assicuratrici e i datori di lavoro. Però, non tutto è semplice come può apparire. Dice Banfi: «Dobbiamo guardarci dalla semplificazione. Molte malattie genetiche, per esempio, sono causate da più geni, non da uno solo, e questa multifattorietà non è facile da decifrare. Certo, il sequenziamento veloce è una svolta epocale, ma i limiti stanno nell’interpretazione dei risultati messi a disposizione».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;RIVOLUZIONE EPOCALE-&lt;/strong&gt; Trent’anni fa, la rivoluzione della biologia molecolare  ha permesso l’identificazione progressiva di centinaia di geni implicati nelle malattie monogeniche, che cioè riconoscono la loro causa nell’alterazione o nella mancanza di un gene solo. «E’ il caso – esemplifica Banfi – dei tumori della mammella per la mutazione dei geni BRCA1 e 2, ed è il caso dei tumori per poliposi familiare. Invece per le malattie in cui sono implicati vari geni c’è ancora molto da comprendere e da studiare».&amp;nbsp;Contrario all’idea di usare come in un grande screening le possibilità date dalla mappatura del genoma, Banfi è però molto favorevole alle indagini genetiche mirate, che possono portare a scoprire una terapia genica. E’ il caso dell’&lt;em&gt;amaurosi di Lebe&lt;/em&gt;, malattia ereditaria dell’occhio, di cui il gruppo Telethon di Napoli si sta occupando, con Sandro Banfi, Enrico Surace e altri ricercatori. Spiega Banfi: «Questa malattia colpisce i bambini nei primi mesi di vita, e abbastanza rapidamente li porta purtroppo alla cecità. Grazie all’indagine genetica mirata, siamo arrivati anche alla terapia genica. Che sta funzionando. Per correggere il difetto genetico usiamo come vettore un adenovirus che trasporta nell’occhio (soltanto nelle cellule malate) la copia sana del gene. Grazie a un processo di ingegnerizzazione, il virus viene reso innocuo e iniettato direttamente nell’occhio del piccolo paziente. Abbiamo già trattato alcuni bambini, e abbiamo visto un continuo miglioramento della vista. Vedevano ombre, e adesso distinguono forme e lettere dell’alfabeto. Speriamo di arrivare a un trattamento che basterà fare una sola volta nella vita».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Antonella Cremonese&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Sat, 04 Feb 2012 08:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1328346933</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1308742596_90.jpg" length="120931" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1328346915_20/istock_000012023891xsmall.jpg" length="120931" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">genetica</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">low cost</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">test genetici</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">test predittivi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Perchè gli spazzini del colesterolo non puliscono le arterie</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3467</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;I macrofagi hanno il compito di ripulire le arterie per evitare il formarsi delle placche aterosclerotiche. Uno studio ha scoperto perché e come non compiono il loro lavoro.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;“&lt;strong&gt;Oetzi, l’uomo di Similaun? Non era anziano (al massimo una cinquantina d’anni) ma aveva già una bella placca di ateroma nelle arterie&lt;/strong&gt;, e i polmoni neri, sicuramente affumicati dalla pratica di conservare i salami col fumo di un fuoco senza camino”. Come sappiamo l’Uomo venuto dal ghiaccio o, generalmente,&amp;nbsp; Oetzi&amp;nbsp; è un reperto umano risalente ad un'epoca compresa tra il 3300 e il 3200 a.C.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" title="i macrofagi, spazzini del colesterolo" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328004232_43.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=225" alt="i macrofagi, spazzini del colesterolo"&gt;&lt;strong&gt;IL COMPITO DEI MACROFAGI-&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;Il professor Fabio Magrini, direttore del dipartimento toraco-polmonare e cardiocircolatorio dell’Università degli Studi di Milano, parte da questo caso clinico di&amp;nbsp; quasi cinquemila anni fa per analizzare uno studio americano apparso su “Nature Immunology”: “La dieta di Oetzi e dei suoi compaesani era sicuramente a base di carne conservata, che in una traversata delle Alpi&amp;nbsp; fornisce con i suoi grassi molte calorie contro il freddo.”&amp;nbsp;Lo studio americano, frutto della collaborazione tra centri universitari degli Stati Uniti e del Brasile, è stato presentato dalla rivista come “Articolo del mese” (* vedi citazione a piè di pagina). In strettissima sintesi, la ricerca è riuscita a spiegare come mai &lt;strong&gt;i macrofagi, che dovrebbero essere gli “spazzini” del colesterolo, una volta arrivati sulla placca ateromatosa vi restano come presi in trappola, accumulandosi gli uni sugli altri&lt;/strong&gt; (e&amp;nbsp; rendendo fragile la placca, che poi si potrebbe sfaldare)&amp;nbsp; invece di andare a versare altrove il loro pericoloso contenuto. I ricercatori hanno scoperto che i macrofagi hanno un fattore di guida, il gene netrina-1, molto marcato e che blocca la loro migrazione. Hanno anche constatato che la netrina-1, così come il suo recettore, viene espresso dalle cellule spumose della placca di ateroma, che – ricordiamolo – è una specie di “pappa” che restringe il lume dei vasi sanguigni.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;ESPERIMENTO GENETICO-&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Che cosa succede? Che i macrofagi zeppi di colesterolo non riescono ad allontanarsi dalla placca, e mancano l’appuntamento con la chemochina CCL19, che normalmente permette il distacco dalla placca,&amp;nbsp; e con un’altra chemochina, CCL2, che nel corso dei fenomeni infiammatori dirige il traffico dei macrofagi “spazzini” verso le vie linfatiche. La prova del nove i ricercatori l’hanno avuta grazie a un esperimento genetico: hanno allevato topi privati&amp;nbsp; del gene netrina-1 e hanno poi trovato placche ateromatose meno complesse e più piccole. Dice il professor Magrini: “&lt;strong&gt;E’ sicuramente uno studio importante, un altro passo avanti verso la comprensione di come si originano le placche aterosclerotiche, causa prima di molte patologie cardiovascolari&lt;/strong&gt;. In questo campo, bisogna stare in guardia da una possibile reazione del pubblico, stimolata dai media in caccia di notizie: e cioè che la causa della malattia sia unica, e quindi il rimedio sia a portata di mano.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA DIETA APPROPRIATA-&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Com’è noto, questa patologia inizia nell'infanzia come strie lipidiche (a carattere reversibile) che tendono a divenire placche aterosclerotiche.&amp;nbsp; Sui cadaveri dei giovani soldati uccisi in Vietnam e in un grande studio su soggetti da 0 a 29 anni, si dimostrò che si tratta di una patologia a comparsa molto precoce, su cui occorre fare prevenzione sia con una dieta appropriata a basso contenuto di grassi, sia con&amp;nbsp; l’attenzione ai fattori ambientali. “E le cose non sono molto cambiate dai tempi dell’uomo di Similaun”, chiosa Magrini. E aggiunge: “Sui meccanismi che provocano questo pericoloso intasamento delle arterie sono al lavoro da decenni i studiosi di tutto il mondo, alla ricerca di punti di vista nuovi. Anche il nostro gruppo dell’Università degli Studi di Milano&amp;nbsp; ci sta lavorando. Abbiamo in corso uno studio che intende capire perché l’aterosclerosi non viene mai rintracciata nelle arterie polmonari. Non c’è letteratura, su questo quesito, e noi vogliamo capire quale trucco usano i polmoni per salvaguardarsi.” &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;•&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;The neuro immune guidance cue netrin-1 promotes atherosclerosis by inhibiting the emigration of macrophages from plaques. Janine M van Gils, e altri Nature Immunology 13, 136-143 (2012) doi: 10.1038/ni.2205&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Antonella Cremonese&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 03 Feb 2012 05:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1328004268</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328004232_43.jpg" length="57550" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1328004175_17/macrofagi.jpg" length="57550" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ateroma</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">macrofagi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">patologie cardiovascolari</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">arterie</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">aterosclerosi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">colesterolo</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Dal dolore si può guarire, ma pochi lo sanno</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3480</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;La legge sulla terapia del dolore, non solo oncologico, ha due anni, ma appena una persona su 3 la conosce e perciò solo il 5% dei sofferenti si rivolge allo specialista. L’indagine di un’associazione di pazienti in 14 città italiane&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328113212_76.jpg?r=4&amp;amp;w=260&amp;amp;h=0" alt=""&gt;Il dolore come malattia. Malattia in sé, non importa quale ne sia la causa, e come tale da curare e lenire. Ma quante persone conoscono questo concetto e sanno cos’è la terapia del dolore? La legge che ne ha delineato la liceità e i tratti, liberalizzando tra l’altro l’uso degli oppioidi a tale scopo, è del marzo 2010, ma quanti la conoscono?&amp;nbsp;L’associazione “Vivere senza dolore” ha indagato e le risposte raccolte sono sconsolanti. Si deduce che al grande pubblico è arrivato piuttosto il messaggio che ora si possono impiegare la morfina e le sostanze affini per i malati terminali e basta. La legge n. 38, invece, distingue chiaramente già nel titolo tra cure palliative per i malati terminali e cure del dolore cronico: e nei fatti è risultato che la patologia all’origine del dolore solo nel 6,6% dei casi è un cancro. Nel 93,4 % si tratta di mal di schiena, cefalee, dolore cervicale, diabetico, da herpes zoster, spessissimo (45,2%) artrosi.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;CU.P.I.DO INDAGA-&lt;/strong&gt; “Vivere senza dolore” è la prima associazione a livello internazionale fondata da pazienti a favore di pazienti che convivono con una sofferenza fisica continua. Di recente hanno riferito di un’indagine, dall’allettante nome Cu.p.i.do (Cura previeni il dolore), condotta nel corso del 2011 attraverso 14 città italiane. I sofferenti di un dolore cronico sono risultati il 67,3%, di cui oltre la metà non aveva alcuna terapia in corso. L’età media, 58 anni. A conoscenza della legge n. 38 sono risultati meno di un terzo degli intervistati, benché  il 90% abbia dichiarato che la sofferenza incide sulla loro vita, in tutti gli ambiti, non ultima la famiglia.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;TROPPI INSODDISFATTI-&lt;/strong&gt; Tra quanti si curano per  il dolore predomina il ricorso al medico di famiglia (57,9 %) e si rivolge al terapista del dolore solo il  6%. Il risultato è che appena il 17% si dichiara soddisfatto della cura. Come mai?&amp;nbsp;Da altri dati si capisce che non è per niente entrato nella mentalità anche dei medici, sia di base sia specialisti (ma non di terapia del dolore), l’impiego degli oppioidi per contrastare la sofferenza fisica. Più del 60% di  malati ricevono fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) e solo il 17% si trova con la prescrizione di un oppioide, debole o forte.&amp;nbsp;L’ignoranza e le prescrizioni non appropriate si trovano anche dentro un grande ospedale come il Policlinico Tor Vergata di Roma, che ha al suo interno un qualificato centro di terapia del dolore (Hub). Ma appena il 6,5% dei ricoverati di undici reparti, contattati dagli esponenti di Cu.p.i.do,  è risultato sapere della sua esistenza, e pure dai vari specialisti è stato quantomeno ignorato: le cure antidolorifiche sono risultate prescritte da un terapista del dolore per meno di un terzo dei degenti. Forse non c’è da stupirsi se oltre la metà  si sono dichiarati insoddisfatti e ancora sofferenti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;OPERARSI O NO?-&lt;/strong&gt; Siamo lontani dall’”ospedale senza dolore” di cui gettò le basi nel 2001 Umberto Veronesi quando fu ministro della Sanità. Da lì si è partiti, dicono i presentatori dell’iniziativa Cu.p.i.do, per la legge 38, che ha poi esteso l’obiettivo a “ospedale-territorio senza dolore”. Il grande problema – ha sottolineato Marta Gentili, presidente di “Vivere senza dolore” – è l’informazione, la sensibilizzazione. Devono sapere i medici di base innanzitutto, devono pretendere i cittadini consapevoli una efficace terapia antidolorifica per sofferenze croniche che per non pochi si trascinano da anni e incidono pesantemente sulla loro vita privata e lavorativa. Quante assenze per gravi e “incurabili” lombalgie. Ma incidono anche sulle scelte terapeutiche: se il dolore all’anca non dà pace, il paziente accetterà subito l’opzione chirurgia. Ma se  la sofferenza viene placata, aspetterà per farsi operare che l’impellenza sia d’ordine ortopedico.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;GUARIRE SI PUO’-&lt;/strong&gt; Per chi diffida dell’impiego di “nuovi” farmaci, per di più dall’inquietante nome “oppioidi”, va sottolineato quanto esteso, per quantità e durata nel tempo, sia l’abuso di fans e altri medicinali, presi inutilmente, e quante persone se ne “imbottiscono” continuando a vivere sotto il basto di un dolore cronico che in molti casi li porta a vagare da uno specialista all’altro senza risultati. Invece guarire dalla malattia dolore si può. Ormai c’è lo specialista giusto.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Serena Zoli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 02 Feb 2012 05:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1328113086</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1328113212_76.jpg" length="128068" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1328113170_36/istock_000006919579xsmall.jpg" length="128068" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">dolore</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">terapia del dolore</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">dolore cronico</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Glaucoma: un nuovo raggio laser per curarlo e un holter per controllarlo</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3426</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Dopo due anni di studi, arriva in alcuni centri specialistici un raggio laser hi-tech che cura i glaucomi refrattari alle tradizionali terapie e una holter per il controllo della pressione oculare&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1327484869_75.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=282" alt=""&gt;Una holter per misurare la pressione dell’occhio e una tecnica laser innovativa e indolore, chiamata SLT (Trabeculoplastica Laser Selettiva) che garantisce buone probabilità di successo nelle forme refrattarie alle terapie tradizionali con colliri specifici. Sono queste le nuove opportunità di cura per il glaucoma, una patologia piuttosto diffusa dopo i 40 anni che provoca un danno cronico e progressivo del nervo ottico.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;L’HOLTER OCULARE-&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Disponibile ancora in pochi centri specializzati, un nuovo dispositivo che assomiglia ad una lente aiuta a monitorare nell’arco delle 24 ore&amp;nbsp; le variazioni della pressione dell’occhio affetto da glaucoma, altrimenti difficilmente individuabili. «Il glaucoma è una malattia asintomatica e progressiva – commenta Michele Iester, docente al dipartimento di Neuroscienze, oftalmologia e genetica dell’Università di Genova - causata da una pressione oculare elevata dovuta all’umore acqueo, il liquido presente nell’occhio che trasporta le sostanze nutritive al suo interno». La quantità di liquido prodotto dovrebbe essere pari a quello riassorbito, ma se ciò non accade, come nel caso del glaucoma, la pressione dell’occhio aumenta ed il nervo ottico che trasporta le immagini visive al cervello viene schiacciato e la vista compromessa fino a raggiungere la cecità nei casi più gravi.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA TERAPIA-&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Di norma la pressione oculare viene tenuta sotto controllo con colliri specifici beta bloccanti o con i più recenti antiprostaglandici. Ma nel corso degli anni è possibile che le terapie tradizionali falliscano il loro obiettivo (3 casi su 10) e la pressione torni irrimediabilmente a salire, richiedendo interventi più invasivi con una chirurgia laser. La SLT, è la nuova tecnica particolarmente indicata per le forme di glaucoma ad angolo aperto, rispetto ai laser attuali: non lascia cicatrici interne all’occhio o nelle aree circostanti, riporta in 7 casi su 10 la pressione nella norma, e può essere usata anche come prima opzione terapeutica in pazienti allergici ai conservanti contenuti nei colliri. «Il raggio laser – spiega Michele Iester – riattiva le cellule del canale in cui defluisce l’umore acqueo favorendo la fuoriuscita del liquido». L’intervento con la SLT, ecco un altro vantaggio, può essere ripetuto ambulatoriamente, qualora la pressione riprendesse a salire.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA PREVENZIONE-&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Di primaria importanza per combattere il glaucoma resta la visita oculistica poiché la malattia danneggia prima la parte periferica (la coda dell’occhio) della visione ed in fase avanzata la parte centrale i cui danni, irreversibili, vengono percepiti solo quando la vista è gravemente compromessa. Prevenzione che diviene ancora più importante in presenza di alcuni fattori di rischio: l’età (più di 50 anni), la familiarità, la razza nera, la pressione dell’occhio elevata, lo spessore della cornea sottile, la forte miopia, la pressione minima molto bassa, l’uso prolungato di colliri a base di corticosteroidi e le terapie a base di cortisone.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Francesca Morelli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 31 Jan 2012 05:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/0_06122200_1326730701-1327383144</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1327484869_75.jpg" length="138912" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1327484888_22/istock_000017936033xsmall.jpg" length="138912" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/author">0-06122200-1326730701</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">colliri</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">visita oculistica</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">terapia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">prevenzione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">glaucoma</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">fattori di rischio</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">laser</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">umore acqueo</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">pressione oculare</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">holter oculare</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">oncologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">oncologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Perchè c'è bisogno di maggior tolleranza</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3449</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1327912477_90.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=199" alt=""&gt;Provengo da una famiglia fortemente cattolica -&amp;nbsp; lo era soprattutto mia madre -&amp;nbsp; e &lt;strong&gt;la religione è un elemento&amp;nbsp; imprescindibile della mia formazione&amp;nbsp; e dei miei ricordi d’infanzia&lt;/strong&gt;: il rosario tutte le sere, le domeniche a servire Messa come chierichetto. Quando Dio è uscito dai miei orizzonti, ho voluto mantenere&amp;nbsp; ancora moltissime occasioni di scambio con&amp;nbsp; uomini di religione ad ogni livello, ed ho trovato sempre nei miei interlocutori le porte aperte al dialogo e&amp;nbsp; alla comprensione,&amp;nbsp; che non significa accettazione , delle posizioni diverse e a volte opposte. &lt;br&gt;Mi ha lasciato sconcertato&lt;strong&gt; la polemica sorta intorno allo spettacolo teatrale “Sul concetto di volto del Figlio di Dio”,&amp;nbsp; in scena in questi giorni al Teatro Parenti a Milano&lt;/strong&gt;,&amp;nbsp; che al di là dei suoi valori artistici ho considerato un’occasione importante per riflettere sull’evoluzione dei rapporti fra mondo delle religioni e mondo laico. Invece si sono avute manifestazioni di incomprensibile intolleranza da parte di alcune associazioni che si definiscono difensori dei valori cristiani. Da&amp;nbsp; non-credente mi sono sempre pronunciato a favore della tolleranza, che diventa sempre più necessaria in un società multietnica&amp;nbsp; e multiconfessionale. Credo&amp;nbsp; che &lt;strong&gt;per favorire la tolleranza bisogna&amp;nbsp; prima di tutto evitare le provocazioni, che sono sempre nemiche del dialogo&lt;/strong&gt;. Ho imparato questa regola dalla mia esperienza personale.&lt;br&gt;Nel mondo&amp;nbsp; dell’arte,&amp;nbsp; che è vicino a quello della scienza nella libertà e universalità di pensiero, non si può prescindere&amp;nbsp; da posizioni forti e da strumenti espressivi audaci. Molta saggezza ha mostrato quindi&amp;nbsp; il Cardinale&amp;nbsp; Scola,&amp;nbsp; che, pur rammaricandosi e chiedendo più attenzione alla sensibilità cattolica, non&amp;nbsp; ha chiesto la sospensione della pièce al Parenti. Peccato che il Vaticano pochi giorni dopo abbia invece condannato l’opera, scatenando questa volta l’estremismo dei cosiddetti “ultrà cattolici”. Del resto tutti ricorderanno di aver condannato le violente e sanguinose reazioni del mondo islamico al discorso di Regensburg di papa Ratzinger nel settembre del 2006, dove compariva il noto giudizio su Maometto&amp;nbsp; “che ha portato solo cose cattive e disumane”, messo in bocca a Manuele Secondo, il Paleologo, nel 14esimo secolo. &lt;br&gt;Anche oggi quindi l’invito deve essere alla moderazione in entrambe i mondi,&amp;nbsp; e credo che questa sia la direzione indicata anche da Scola. &lt;strong&gt;Ci sono troppi motivi per cui religione, scienza&amp;nbsp; e arte devono unire le proprie forze e agire insieme&lt;/strong&gt;. La lotta alla fame nel mondo, il rispetto dei diritti umani, soprattutto nei più deboli, la soppressione della pena di morte, l’auspicio&amp;nbsp; del disarmo universale e la pace nel mondo. Nella costruzione della pace,&amp;nbsp; &lt;strong&gt;in particolare, la scienza può avere un ruolo nuovo e fondamentale, che però non può realizzarsi senza dialogo fra religioni&amp;nbsp; e fra religiosi e laici.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt; L’enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII del 1963 ha diffuso un messaggio molto bello e forte che io cito sempre&amp;nbsp; e a cui credo tutti dovrebbero ispirarsi :&amp;nbsp; “ Non esistono guerre giuste”. E ancora “La guerra non è inevitabile, né la pace è soltanto un dono», ma entrambi sono «prodotti di un operare umano, cioè di un operare di cui gli uomini sono responsabili».&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;strong&gt;Umberto Veronesi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><author>Marianna Lentini</author><source url="http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3449">Marianna Lentini</source><pubDate>Mon, 30 Jan 2012 07:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1327912531</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1327912477_90.jpg" length="206951" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1327912529_39/piantina.jpg" length="206951" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">tolleranza</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/archive">201201</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">religione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">umberto veronesi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">pace</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">franco parenti</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">Science for Peace</category></item><item><title>Farmaci generici: equivalenti a quelli di marca ma a minor prezzo</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3439</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ancora troppo pochi i farmaci “equivalenti” &amp;nbsp;presenti sul mercato. In lento aumento i consumi. L'unica differenza con i prodotti originali è il prezzo più vantaggioso&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li class="eve_page_list" style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/farmaci-equivalenti/3448"&gt;Farmaci generici: quanto risparmi?&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1327584132_25.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=0" alt=""&gt;&lt;strong&gt;I farmaci equivalenti rimangono ancora pochi ma gli italiani cominciano ad utilizzarli maggiormente&lt;/strong&gt;. E' quanto emerge confrontando le statistiche fornite ogni anno dall'Istituto Superiore di Sanità. La fotografia scattata ci mostra un paese dove la quota di farmaci generici presenti sul mercato è di poco superiore al 12% sul totali di farmaci in vendita. Una percentuale molto bassa se confrontata con la media europea ma che fa ben sperare visto che solamente cinque anni fa era di poco inferiore al 7%. Trend positivo anche per i consumi: &lt;strong&gt;negli ultimi anni l’utilizzo degli equivalenti è risultato in crescita, dal 19,6% nel 2007 si è passati al 30,4% del 2010.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;COSA SONO GLI EQUIVALENTI- &lt;/strong&gt;La svolta è datata 1996. Con la legge finanziaria approvata dal governo sbarcano nelle farmacie gli “equivalenti”. &lt;strong&gt;Tecnicamente si tratta di medicinali a base di uno o più principi attivi, prodotti industrialmente, non protetti da brevetto. Farmaci del tutto identici  tra loro poiché devono necessariamente contenere lo stesso principio attivo, nelle stesse quantità e devono prevedere la stessa via di somministrazione.&lt;/strong&gt; Spesso li sentiamo nominare con il nome di generici, frutto di una traduzione ambigua del termine inglese “generic”. Il termine generico infatti può trarre in inganno il consumatore poiché lo si può associare ad un medicinale dagli effetti non specifici. Dal 2005, per ovviare al problema, il termine generico è stato sostituito da equivalente.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA STORIA- &lt;/strong&gt;Dal 1978 in Italia è possibile brevettare un farmaco. Ciò significa che l'azienza che detiene il brevetto può produrre in maniera esclusiva il principio attivo in questione per 20 anni esatti. Alla scadenza chiunque può iniziare a produrre il farmaco. Ed è proprio per questa ragione che alcune farmaceutiche hanno incominciato a commercializzare farmaci equivalenti. Tra i casi più conosciuti vi è sicuramente quello dell'Aulin. Brevettato nel 1985 ora può essere venduto come equivalente con il nome del principio attivo, ovvero nimesulide. Stesso discorso per un altro antinfiammatorio per eccellenza, Oki, commercializzato anche come Ketoprofene sale di lisina. &lt;strong&gt;A differenza delle specialità medicinali, il farmaco equivalente di solito non ha un nome di fantasia ma viene messo sul mercato con il nome comune del principio attivo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;EFFICACIA- &lt;/strong&gt;Equivalente o medicinale di marca? Spesso la scelta ricade sul secondo per paura di acquistare un farmaco di qualità scadente. Un po' come avviene al supermercato con i prodotti di marca preferiti a quelli in stile discount. Ma se per gli alimentari ciò può essere vero, la stessa cosa non si può dire per i farmaci equivalenti. Questi ultimi infatti devono rispondere agli stessi criteri di qualità, efficacia e sicurezza del farmaco originale. Parametri garantiti dall'AIFA, l'Agenzia Italiana del Farmaco.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;RISPARMIO GARANTITO-&lt;/strong&gt; Ma i generici, essendo in tutto e per tutto identici al farmaco originale, quali vantaggi offrono? La risposta è semplice ed immediata: il prezzo. Stessa qualità a minor costo. &lt;strong&gt;Mediamente questi farmaci sono disponibili ad un prezzo inferiore che varia dal 20 all’80% rispetto all'originale di marca&lt;/strong&gt;. Ma come è possibile tutto ciò? La ragione è legata ai costi di sviluppo del principio attivo. L’industria farmaceutica che produce il prodotto equivalente non ha dovuto sostenere nessuna spesa di ricerca e sviluppo del farmaco. E' questo il segreto del minor prezzo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83" target="_blank"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;br&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 30 Jan 2012 05:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1327584241</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1327584132_25.jpg" length="97003" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1327584156_41/istock_000014040085xsmall.jpg" length="97003" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">farmacia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">farmaci generici</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">equivalenti</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>I volti e le storie dei nostri ricercatori</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/2509</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Non esiste futuro senza ricerca. Le esperienze dirette dei nostri ricercatori sono la più importante testimonianza della funzione che svolge la Fondazione Umberto Veronesi&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li class="eve_page_list"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/i-progetti-finanziati-con-la-tua-donazione/3443"&gt;Decimo appuntamento: Valeria Vadilonga, eventi stressanti e tumore al seno&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;La ricerca scientifica ha come obiettivo il miglioramento della qualità della vita. Ad ogni risultato raggiunto corrisponde non solo la soluzione più utile e innovativa ad un interrogativo scientifico, ma anche una nuova speranza per chi soffre, nuove prospettive di una vita migliore che incidono sulla famiglia, sul mondo del lavoro, su tutta la società.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;
&lt;object style="display: block; margin-left: auto; margin-right: auto;" width="425" height="350" data="http://www.youtube.com/v/DXZyksR45gw" type="application/x-shockwave-flash"&gt;
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&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Il progresso scientifico non si alimenta senza ricerca. &lt;strong&gt;Per questo la Fondazione Umberto Veronesi investe energie e fondi, condividendo con &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;autorevoli &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;studiosi importanti iniziative che possano aprire le porte al futuro.&lt;/strong&gt; Lo fa sostenendo i progetti più all’avanguardia e offrendo borse di ricerca (&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/ricerca-e-prevenzione/borse-di-ricerca-young-investigator-programme/"&gt;Young Investigator Programme&lt;/a&gt;, &lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/ricerca-e-prevenzione/borse-di-ricerca-ipsen/"&gt;borse di ricerca finanziate da IPSEN&lt;/a&gt;) a giovani medici e scienziati, attraverso la pubblicazione annuale di bandi aperti a tutti. La Fondazione, inoltre, &lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/ricerca-e-prevenzione/finanziamento-progetti-di-ricerca/"&gt;finanzia progetti di ricerca&lt;/a&gt; nelle aree della prevenzione oncologica, cardiologica e della qualità di vita.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Qualche dato? Per il 2012 la Fondazione Veronesi stanzia:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;- n° 18 borse di ricerca della durata di 12 mesi, dell’importo di € 27.000&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;- n° 24 borse di ricerca della durata di 6 mesi, dell’importo di € 13.500&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;inoltre:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;- n° 2 borse di ricerca IPSEN della durata di 12 mesi, dell'importo di € 25.000&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;CHI SONO I NOSTRI RICERCATORI&lt;/strong&gt; - Le esperienze dirette dei nostri ricercatori sono la più importante testimonianza della funzione che svolge la Fondazione. Nel 2011, 27 borse di studio hanno permesso ad altrettanti giovani di frequentare la Scuola Europea di Medicina Molecolare (Semm). Fra loro, ricercatori iraniani, tedeschi, indiani, lettoni, serbi, a confermare la vocazione internazionale dell'attività della Fondazione.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/2487"&gt;Chiara Segrè, alla scoperta degli "errori" cellulari che portano al cancro&lt;br&gt;&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/i-progetti-finanziati-con-la-tua-donazione/2488"&gt;Beatrice Colombo, una psiconcologa al lavoro con i malati di melanoma&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/i-progetti-finanziati-con-la-tua-donazione/2730"&gt;Agnese Collino, tumori causati da infiammazione cronica&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/i-progetti-finanziati-con-la-tua-donazione/3037"&gt;Francesco Mariani, la relazione tra tumori e infiammazione&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/i-progetti-finanziati-con-la-tua-donazione/3117"&gt;Eleonora Lusito, meccanismi molecolari nel tumore alla mammella&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/i-progetti-finanziati-con-la-tua-donazione/3181"&gt;Janaina Brollo, effetti collaterali della chemioterapia contro il cancro al seno&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/i-progetti-finanziati-con-la-tua-donazione/3283"&gt;Chiara Malinverno, meccanismi molecolari nello sviluppo delle metastasi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/i-progetti-finanziati-con-la-tua-donazione/3326"&gt;Valentina Calvenzani, comprendere l'interazione tra dieta e geni&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/i-progetti-finanziati-con-la-tua-donazione/3392"&gt;Elena Berrone, interazione tra tumore e sistema vascolare&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/i-progetti-finanziati-con-la-tua-donazione/3443"&gt;Valeria Vadilonga, eventi stressanti e tumore al seno&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 27 Jan 2012 06:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1318424938</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1318424778_72/box_borsisti.jpg" length="862218" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">I PROGETTI FINANZIATI CON LA TUA DONAZIONE</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">scienziati</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">giovani</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">finanziamenti</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">borse</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">medicina</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ricerca</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">scienza</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">fondazione veronesi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category></item><item><title>Come si cura il drogato del sesso</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3430</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Riportata d’attualità dal film “Shame”, la compulsione sessuale non è una vergogna da nascondere ma una patologia da curare. Ne parla il massimo specialista&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1327424013_30.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=282" alt="Sexual addiction: sono sempre più numerose le richieste di aiuto nel nostro Paese"&gt;E’ arrivato &lt;strong&gt;Shame al cinema&lt;/strong&gt;, Vergogna, con il bel  Michael Fassbender impegnato in tour de force di sesso, sesso e ancora  sesso. La “vergogna” del titolo non è per le effusioni intime, ma per  l’addiction, come dicono in inglese, la compulsività con cui il  protagonista si dedica a queste pratiche, via via sempre più degradanti.  Una vera droga, cui non sa sottrarsi.&lt;br&gt;Forse la prima volta che molti  hanno sentito parlare del sesso come troppo, da curare, è stato quando  Michael Douglas, pochi anni fa, comunicò urbi et orbi che si ritirava in  una clinica per disintossicarsi non dall’alcool (come già tanti nomi  noti Usa), ma dalla mania del sesso. A parecchi era parsa una delle  solite “americanate” o delle trovate di Hollywood per far parlare di sé.  Invece…&lt;br&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA SEXUAL ADDICTION-&lt;/strong&gt; «Negli ultimi 10 anni, invece, è un crescendo continuo, vorticoso direi, anche qui in Italia di richieste di aiuto, o quantomeno di informazioni mirate a capire se si ha un problema&amp;nbsp; o “la” malattia», dichiara il dottor Cesare Guerreschi, fondatore della Società italiana di intervento sulle patologie compulsive (Siipac) di Trento, con sedi in altre città. E’ una delle poche se non l’unica struttura nel nostro paese a occuparsi in modo complessivo di sexual addiction. Si tratta di una onlus, «ma riceviamo ben poche offerte o fondi perché le malattie di cui ci occupiamo, alcolismo, droghe, gioco d’azzardo compulsivo, vengono considerate vizi nell’opinione corrente. E così non è. Ognuna di queste patologie è fonte di grandi sofferenze».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Anche la pratica spinta del sesso? «Dice bene – risponde Guerreschi –, dopo un po’ resta solo la spinta e basta».&amp;nbsp;Lo specialista descrive un mondo sotterraneo in cui si inabissa sempre più chi subisce una compulsione sessuale che lo induce a cercare sempre e comunque un partner fino a che quel pensiero, prima dominante, diventa l’unico. C’è, nell’uomo, l’attrazione irresistibile verso le prostitute, poi dopo un po’ vuole provare solo quelle di colore, segue la ricerca non solo del colore ma del gruppo e via via in sperimentazioni sempre più degradanti che conducono ai viados, agli animali e ad altri diciamo “assaggi” sempre più stravaganti.&lt;br&gt;«In genere - dice Guerreschi - la moglie si accorge per lo meno che il marito ha “un problema” e diverse lo accompagnano poi nel percorso terapeutico mentre altre scappano con ribrezzo. E seguono esse stesse, pur piangendo, una specifica terapia. Ovviamente l’inverso non si dà mai: che i mariti, i compagni stiano accanto a una donna che cerca di disintossicarsi dal sesso compulsivo. Si vede anche in altri casi di malattie serie. Le donne restano, sono più sensibili, superiori.&amp;nbsp; Per questo ho voluto da noi quasi solo personale femminile: ha empatia e l’empatia è parte della cura».&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;strong&gt;QUALE TERAPIA-&lt;/strong&gt; Già, la cura: in che cosa consiste? &lt;strong&gt;Trattamento psicologico con un’équipe che indaga sui lati affettivi, familiari, relazionali, sociali del paziente&lt;/strong&gt;. &lt;strong&gt;E farmac&lt;/strong&gt;i. Previsto il soggiorno nella comunità specifica, massimo di 3 mesi. Qui, per esempio, viene chiesto al paziente di astenersi dal sesso per tre giorni, per esempio. «Dirà che non ce la può fare, che per lui/lei è impossibile. E’ solo una prova, insistiamo noi, niente di grave se non ci riesce».&lt;br&gt;Quando il o la paziente ce la fa, col continuo sostegno degli specialisti, si passa a una prova di astinenza più lunga e così via. «Con questo non vogliamo arrivare alla negazione del sesso, ma passare dalla compulsione alla pulsione sessuale. Una normale vita intima».&lt;br&gt;La cura, dicono alla Siipac, va più che mai ritagliata addosso al singolo paziente. Sul lato fisico non di rado l’estrema promiscuità sessuale ha condotto&amp;nbsp; il malato a contrarre&amp;nbsp; sifilide, blenoragia, Aids…&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;strong&gt;DIVERSI TIPI DI PATOLOGIA-&lt;/strong&gt; Quasi sempre nella cura entrano gli antidepressivi.&lt;strong&gt; I malati di sesso, continua Guerreschi, vivono una depressione profonda&lt;/strong&gt;, e tutta particolare. Sono quei depressi che tentano il suicidio, e non a scopo dimostrativo. Reale. «Subentra, questo stato, subito dopo la soddisfazione dell’impulso. Ma un po’ alla volta scompare ogni “soddisfazione”, piacere, c’è solo quella spinta, invincibile. E un’estrema solitudine e vergogna. Pensate al disagio di chi vive e confessa: mi basta veder poco più della caviglia per esser preso da una voglia fisica pazzesca. Va a rotoli non solo un matrimonio, ma il rapporto con i figli, il lavoro, sparisce ogni hobby».&lt;br&gt;Non tutti comunque i drogati dal sesso hanno bisogno della pratica sessuale. Si distinguono gli “erotomani”, che tendono alla conquista soprattutto affettiva, poi non compiono l’atto sessuale, ma lo vivono interiormente al pari di un delirio: come se ci fosse stato davvero.&lt;br&gt;Tra le donne si distinguono le “ninfomani”, che non raggiungono mai l’orgasmo e pensano sempre che la prossima volta sì, lo proveranno, e non succede, è un percorso obbligato di frustrazione penosa.&lt;br&gt;Ci sono i “dipendenti pornografici” ed è il settore dove si trova un ampio gruppo di giovani in quanto è soprattutto Internet a fornire migliaia di siti porno che stimolano l’autoerotismo.&amp;nbsp;Ci sono gli “zoofili” che vanno con gli animali e c’è un’altra gran quantità di “preferenze” di cui nella comunità si tiene conto per impostare la cura.&amp;nbsp;Cesare Guerreschi è un pioniere: si è formato in America e dal 1999 ha dato vita a questa struttura dove in parte si è “copiato”&amp;nbsp; il metodo americano e in un’altra gran parte si è adattato il programma alla nostra specificità culturale.&amp;nbsp;Perché tante richieste vorticose negli ultimi dieci anni?&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;strong&gt;AUMENTANO LE DONNE-&lt;/strong&gt;&amp;nbsp; «Ci sarà stato anche prima&amp;nbsp; il sesso compulsivo, anzi certamente – risponde Guerreschi – ma non si sapeva che fosse una malattia. Noi esistiamo da 13 anni ed è da un decennio che andiamo spesso in tv o alla radio. Ormai direi una sessantina di volte l’anno. E se prima ci invitavano nelle trasmissioni di terza serata, oggi ci invitano anche in prima. E noi non perdiamo occasione con i media perché far conoscere che esiste una malattia del sesso e che si può guarire fa parte del nostro compito. Queste persone vanno liberate dalla vergogna come se&amp;nbsp; fossero viziosi e non malati, va tolto lo shame di cui parla il film con Fassbender».&lt;br&gt;Per portare qualche numero, la terapia dura da un anno a un anno e mezzo, dopo seguiranno controlli ogni 3 mesi, poi ogni 6 mesi e così via. &lt;strong&gt;Il 60% dei sexual addict in Italia risultano ad ora essere uomini, ma, dicono alla Siipac, è in corso un’escalation delle donne&lt;/strong&gt;. Nella struttura di Trento e delle altre città collegate ci sono tutti i tipi di dipendenza: da internet, da cellulare, dal lavoro, dal gioco in borsa, dagli acquisti. Sul sito della Siipac ogni persona interessata può trovare uno specifico test da eseguire per avere una prima risposta orientativa. Poi la speranza c’è. «Si può guarire. E la vita cambia totalmente», assicura il dottor Cesare Guerreschi. E si raccomanda: «Se sospettate di avere questo problema, cercate aiuto, fatelo assolutamente, ne va della vostra esistenza».&lt;br&gt;&lt;br&gt;&lt;strong&gt;Serena Zoli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 26 Jan 2012 05:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1327417597</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1327424013_30.jpg" length="147505" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1327505643_19/sex_addiction.jpg" length="147505" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">sesso</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">sexual addiction</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">mente e psiche</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">siipac</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">compulsione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cesare guerreschi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">mente e psiche</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>La privacy in ospedale non è un optional</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3422</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Secondo appuntamento con la rubrica "L'impaziente", a cura di Riccardo Renzi. Questa settimana parliamo di privacy negli ospedali&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1317369744_96.jpg?r=4&amp;amp;w=200&amp;amp;h=133" alt="" width="300"&gt;Mi è recentemente capitato, purtroppo, di accompagnare due persone in due diversi ospedali e di seguire le procedure di accettazione. Nel primo caso, oltre alla richiesta dei dati anagrafici e sanitari, al paziente è stato consegnato in modo sbrigativo un foglio da firmare, definito “liberatoria della privacy”. E’ stato firmato praticamente senza leggerlo. Nel secondo caso l’impiegato addetto all’accettazione ha formulato lui stesso le domande relative alla privacy. Ha chiesto, tra l’altro, se il paziente desiderasse essere registrato&amp;nbsp; e chiamato con il proprio nome o con un numero che rispettasse l’anonimato. E ha spiegato come i dati computerizzati sarebbero stati trattati, chiedendo se accettasse che fossero accessibili a chi era autorizzato, compreso il medico di famiglia.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ora, è vero che quando uno entra in ospedale (salvo casi particolari) quella della privacy non è certo la prima delle preoccupazioni. E’ vero che quasi a nessuno, se non sono delle rockstar, piace essere chiamato con un numero e che pochi, a meno che non ci abbiano appena litigato, si oppongono al fatto che il proprio medico possa seguirli durante il ricovero (il che è effettivamente avvenuto in questo caso: anche i medici di famiglia, a quanto pare, hanno imparato a usare il computer!).&amp;nbsp; Ma è vero anche che quelle domande rappresentano &lt;strong&gt;un segnale fortemente positivo che le complesse regole che proteggono la privacy e la dignità del paziente siano seguite&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;in quell’ospedale, anche nella pratica e non solo sulla carta&lt;/strong&gt;. E suggeriscono anche che il rispetto che in tal modo si manifesta nei confronti del paziente si estende al di là del ristretto campo della normativa sulla privacy e coinvolge in generale il rapporto tra i medici e i loro assistiti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Nel 2008 l’autorità del garante per la protezione dei dati personali aveva compilato una sorta di classifica, stilata sulla base dei reclami pervenuti, delle &lt;strong&gt;violazioni lamentate dai pazienti nell’uso del sistema sanitario&lt;/strong&gt;. Al primo posto c’era appunto l’abitudine di essere chiamati ad alta voce per nome nelle sale d’aspetto, soprattutto nelle visite ambulatoriali. La seconda violazione più gettonata riguardava la scarsa insonorizzazione dei luoghi di visita, che spesso permette di seguire in diretta anamnesi e indagini varie, trasformando gli ambulatori in una specie di Grande Fratello. La terza lamentava le modalità di consegna dei risultati degli esami medici eseguite in modo tutt’altro che privato. E così via. Si segnalavano anche casi eclatanti extraospedalieri, come la consegna alle Poste di assegni&amp;nbsp; con in evidenza la scritta “liquidazione per malati di mente” e il recapito a domicilio di pacchi con la stampigliatura “prodotti per l’incontinenza”.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Anche sulla base di quei reclami, &lt;strong&gt;è stato elaborato e&amp;nbsp; pubblicato quest’anno online, sul sito del garante (&lt;a href="http://www.garanteprivacy.it" target="_blank"&gt;www.garanteprivacy.it&lt;/a&gt;) una sorta di vademecum, destinato&amp;nbsp; ai pazienti, ai cittadini, che spiega quali sono i loro diritti in campo sanitario&lt;/strong&gt;. Era ora: perché ancora oggi i regolamenti che impongono a ciascuna struttura sanitaria di attuare le norme previste a protezione della dignità dei pazienti non sono applicate o sono applicate soltanto parzialmente in molti ospedali. A cominciare dal primo passo: l’obbligo appunto&amp;nbsp; di&amp;nbsp; spiegare ai pazienti i propri diritti in modo chiaro e dettagliato e non attraverso una generica richiesta di consenso poco informato.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;L'autore:&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326459356_15.jpg?r=4&amp;amp;w=100&amp;amp;h=151" alt="" width="60"&gt;Riccardo  Renzi, milanese, 63 anni, è laureato in storia, ma ha fatto il  giornalista e si è specializzato in divulgazione medico-scientifica. Nel  campo della salute, ha diretto i mensili Salve e Insieme ed è stato tra  i fondatori del Corriere Salute, l’inserto di medicina del Corriere  della Sera, che poi ha diretto dal 2000 al 2010, cercando soprattutto di  essere un “mediatore” tra medici e pazienti. Ma più dalla parte dei  pazienti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;L'impaziente:&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Questo  spazio non vuol essere “uno sportello reclami” generico, perché siamo  convinti che gli episodi della cosiddetta “malasanità” siano di gran  lunga inferiori a una situazione di buona sanità. L’Impaziente vuole  invece dare indicazioni e sollecitare iniziative che servano a  migliorare il servizio sanitario e a questo fine invitiamo tutti a  mandare segnalazioni che siano utili ad un approfondimento.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Invia la tua mail a &lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;a href="mailto:redazione@fondazioneveronesi.it"&gt;redazione@fondazioneveronesi.it&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 25 Jan 2012 05:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1327332461</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1317369744_96.jpg" length="148040" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326459356_15.jpg" length="1300391" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1327475252_42/coppia_medico.jpg" length="148040" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">l'impaziente</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ospedali</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">l'impaziente</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">riccardo renzi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">sistema sanitario</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">privacy</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">l'impaziente</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>In alta montagna: ripararsi dal sole oltre che dal freddo</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3417</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Alleato della salute se preso con giudizio e con creme protettive per evitare scottature&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1306514369_93.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=282" alt=""&gt;Chi pensa ai danni delle scottature solari quando è inverno? Eppure bisognerebbe pensarci, e tutti i dermatologi sono d’accordo. Anche senza arrivare ad evocare il melanoma, il tumore maligno della pelle la cui apparizione raddoppia di frequenza ogni dieci anni, prevenire i danni del sole è importante anche nella stagione fredda. Si tratta di un argomento sottovalutato, e di cui si sa poco. Quando si parte per una “settimana bianca ”, si pensa senz’altro ad occhiali da sole adatti, ma molti trascurano di pensare agli effetti del sole alle quote di media o alta montagna.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;CONDIZIONI CLIMATICHE-&lt;/strong&gt; Partiamo dalle condizioni ambientali. In montagna la fascia atmosferica è meno spessa, e il sole è conseguenza più pericoloso che in pianura. Anche le condizioni climatiche sono importanti, ed è del tutto ingannevole pensare che il sole non ci scotterà perché è nascosto dietro le nuvole di una giornata coperta. Infatti, i raggi ultravioletti passano anche attraverso le nuvole, le quali quindi non costituiscono affatto una protezione.&amp;nbsp;Pensiamo che i vestiti ci proteggano, e infatti è vero, ma le parti del corpo che rimangono scoperte (viso, orecchi, labbra) sono estremamente sensibili ai raggi ultravioletti, il 90 per cento dei quali sono riverberati dalla neve.&amp;nbsp;E le creme di protezione? Ormai da anni è  patrimonio comune della cultura di prevenzione fare uso di queste creme, che infatti svolgono egregiamente la loro azione. Quello che non si sa, è che spesso aver applicato la crema di protezione dà un senso di falsa sicurezza, tanto che si prolungano incautamente i tempi di esposizione al sole.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;COME APPLICARE LE CREME PROTETTIVE-&lt;/strong&gt; Anche il modo in cui si usa la crema entra nella dinamica della prevenzione: bisogna applicarla in maniera uniforme, e se ci si espone al sole con un vestiario ridotto (a torso nudo, per esempio) si dovranno usare le stesse precauzioni che si prendono d’estate sulla spiaggia, e non dimenticare di spalmarla dappertutto, nonché di ripetere abbastanza spesso questa operazione.&amp;nbsp;Preso con razionalità e senza esagerare, il sole è apportatore di molti effetti benefici. Il più importante di questi effetti è che induce la produzione di vitamina D. E’ una vitamina che fa bene alle ossa (agli anziani si raccomanda, d’estate, di esporsi al sole 10-15 minuti al giorno) ma che aiuta anche a prevenire alcune malattie. In studi scandinavi e americani, si è visto che i tumori della prostata, dell’intestino e della mammella sono meno frequenti in chi ha buoni livelli di vitamina D. E lo stesso accade per malattie del sistema immunitario, come il diabete giovanile, la sclerosi multipla e l’artrite.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;ALLEATO DELLA SALUTE-&lt;/strong&gt; Quindi, il sole va trattato da alleato e non da nemico. Prendendo tuttavia alcune indispensabili precauzioni. Dovranno esporsi al sole molto moderatamente coloro che hanno pelle bianca e occhi chiari, capelli biondi o rossi. Chi è portatore di molti nei dovrà fare attenzione a proteggersi, perché anche se la relazione tra l’esposizione ai raggi solari e l’insorgenza del melanoma è ancora materia di dibattito e non ha evidenze scientifiche, la prudenza è d’obbligo. Nei Paesi europei il melanoma è abbastanza raro (7 casi ogni 100mila abitanti), ma non bisogna dimenticare che le scottature solari in tenera età sono fattori predisponenti all’insorgenza di questo tumore della pelle, potenzialmente letale e tuttavia curabile e guaribile se scoperto tempestivamente.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Antonella Cremonese&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 24 Jan 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1327307912</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1306514369_93.jpg" length="84450" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1327307899_19/vetta_montagna.jpg" length="84450" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">montagna</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">oncologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">sole</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">oncologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">pelle</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">melanoma</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">creme solari</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Pupa sostiene la Fondazione Veronesi</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/news-dalla-fondazione/3424</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Da sempre &lt;a href="http://www.pupa.it" target="_blank"&gt;&lt;strong&gt;Pupa&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; è riconosciuta per la sua anima italiana, oggi al servizio della ricerca Made in Italy: la famosa azienda di cosmesi finanzia, infatti, una &lt;strong&gt;Borsa di Studio della Fondazione Umberto Veronesi a sostegno di una giovane ricercatrice italiana,&lt;/strong&gt; Angela Santoro, laureata in Biotecnologie Farmaceutiche, Dottorato in Molecular Oncology.&lt;br&gt;&lt;br&gt;L’argomento della sua ricerca è di altissimo livello scientifico: “Ruolo delle cancer stem cells quiescenti nella crescita dei tumori”.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;br&gt;Ecco come Angela descrive la sua ricerca:&lt;br&gt;“&lt;em&gt;Il mio progetto di dottorato verte sul problema dello stato di quiescenza delle cellule staminali del cancro. E' noto infatti come la gran parte dei trattamenti farmacologici anti-cancro sia volta ad eliminare le cellule iper-proliferanti,che si replicano in modo incontrollato e che sono responsabili della formazione e dell'espansione del tumore. &lt;/em&gt;&lt;br&gt;&lt;em&gt;La presenza di cellule quiescenti, che quindi non proliferano, nel tumore è postulata come la causa di resistenza alle terapie anti-cancro e della ricomparsa del tumore anni dopo il trattamento.&lt;/em&gt;&lt;br&gt;&lt;em&gt;Io mi occupo dell'identificazione delle cellule quiescenti per tentare di caratterizzarle dal punto di vista molecolare e funzionale per comprendere il loro ruolo&lt;/em&gt;".&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img title="Un'immagine della campagna Pupa a sostegno della ricerca della Fondazione Veronesi" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1327336046_38.jpg?r=4&amp;amp;w=500&amp;amp;h=375" alt="Un'immagine della campagna Pupa a sostegno della ricerca della Fondazione Veronesi"&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 23 Jan 2012 15:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1327335944</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1327336046_38.jpg" length="947644" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ricerca</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">angela santoro</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">pupa</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">borse di studio</category></item><item><title>Arriva No Smoking be HaPPy, la app per dire stop al fumo di sigaretta</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/news-dalla-fondazione/3404</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" title="La app No Smoking be hAPPy" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326991640_84.jpg?r=4&amp;amp;w=200&amp;amp;h=300" alt="La app No Smoking be hAPPy"&gt;Da oggi arriva un supporto in più per chi decide di uscire dal tunnel delle bionde: dopo la &lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/fumo"&gt;nuova sezione news sul sito&lt;/a&gt; e il &lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/guida-alla-prevenzione/fumo/forum/"&gt;Forum&lt;/a&gt;, nell'ambito della nostra &lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/i-nostri-progetti/ricerca-e-prevenzione/no-smoking-be-happy"&gt;campagna di lotta al fumo di sigaretta&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;, promossa con Fondazione Pfizer, è arrivata anche la &lt;strong&gt;app per iPhone No Smoking be hAPPy&amp;nbsp; oggi disponibile per essere &lt;a href="http://itunes.apple.com/it/app/no-smoking-be-happy/id494906634?mt=8"&gt;scaricata dall'App Store&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;. &lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;br&gt;&lt;br&gt;L‘applicazione è divisa in due sezioni, ‘&lt;strong&gt;No Smoking&lt;/strong&gt;’ e ‘&lt;strong&gt;Be Happy&lt;/strong&gt;’, che a loro volta presentano diversi contenuti.&amp;nbsp; La prima sezione, ‘No Smoking’, permetterà agli utenti di essere costantemente informati su tutte le iniziative della campagna No Smoking Be Happy e sui Centri anti-fumo più vicini, oltre che su come e perché smettere di fumare.&lt;br&gt;&lt;br&gt;La seconda sezione, ‘Be Happy’, aiuterà il fumatore nel suo percorso di disassuefazione dal vizio, informandolo sui progressi fatti sin dal giorno in cui si è deciso di dire addio al fumo, sui benefici fisici che si possono ottenere grazie all’eliminazione delle sostanze tossiche assimilate attraverso il fumo, i soldi risparmiati, fino ai benefici legati al non fumare, di cui gioveranno anche i propri cari e tutti coloro che fino a quel momento avevano subito la presenza del fumo passivo. Tutto ciò grazie a simulazioni grafiche, che permetteranno di far vedere i miglioramenti nel tempo del proprio organismo e del proprio aspetto, dai primi giorni in cui si smette di fumare sino a diversi anni dopo!&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;br&gt;«La recente ricerca sul fumo che abbiamo deciso di commissionare – dichiara Paolo Veronesi, Presidente della Fondazione Umberto Veronesi - ha dimostrato che, &lt;strong&gt;per smettere di fumare in modo definitivo, la sola forza di volontà spesso non è sufficiente, ma risulta fondamentale un appoggio morale e pratico proveniente dall’esterno&lt;/strong&gt;. L’applicazione è stata realizzata ad hoc per rispondere a queste necessità, fornendo uno strumento completo ed efficace, realizzato attraverso uno dei canali preferiti dalla fetta di popolazione dove si sono registrati il maggior numero di fumatori. Questo ci ha permesso di ottenere un doppio risultato: sia di raggiungere attivamente questo target, sia di poterlo sostenere nel tempo, fattore fondamentale per la buona riuscita del percorso di disassuefazione.»&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;a href="http://itunes.apple.com/it/app/no-smoking-be-happy/id494906634?mt=8"&gt;&lt;br&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://itunes.apple.com/it/app/no-smoking-be-happy/id494906634?mt=8"&gt;Clicca qui per scaricare No Smoking be hAPPy&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img title="La app No Smoking be hAPPy" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326991652_25.jpg?r=4&amp;amp;w=320&amp;amp;h=480" alt="La app No Smoking be hAPPy"&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 23 Jan 2012 07:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1326991604</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326991640_84.jpg" length="35696" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326991652_25.jpg" length="55317" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">No Smoking Be Happy</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">fumo</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">app</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/multimedia/previewalignment">top</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">home</category></item><item><title>Tubercolosi: la prevenzione è la miglior difesa</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3403</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Nonostante il numero di casi in Italia sia costante è vietato abbassare la guardia. Veronesi:  “Bisogna attuare con la massima diligenza le misure preventive”. Test cutaneo e radiografia al torace gli esami consigliati&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326982921_49.jpg?r=4&amp;amp;w=280&amp;amp;h=424" alt=""&gt;La &lt;strong&gt;tubercolosi &lt;/strong&gt;continua a colpire. Nei mesi scorsi ha suscitato scalpore la notizia dell'infermiera del Policlinico Gemelli di Roma che avrebbe infettato diversi neonati. Poco tempo dopo è toccato ancora a del personale sanitario. A Torino sono risultati positivi al test per la TBC 5 studenti di Medicina dell'Ospedale “Le Molinette”. Un ritorno della malattia? Come dichiara il professor Umberto Veronesi, «&lt;strong&gt;Sulla tubercolosi bisogna avere il coraggio di dichiarare lo stato di massima allerta e agire di conseguenza. Se è vero che in Italia l’incidenza della malattia non è alta, è anche vero che bisogna attuare con diligenza le misure di prevenzione&lt;/strong&gt;». La TBC infatti continua a mietere nel mondo milioni di morti ogni anno. Una malattia tutt’altro che sconfitta: dall'India giunge notizia di un ceppo resistente a qualunque farmaco.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA MALATTIA-&lt;/strong&gt; Il &lt;em&gt;Mycobacterium tuberculosis&lt;/em&gt; è il microrganismo che causa la tubercolosi. Esso può essere trasmesso per via aerea da un individuo malato, tramite saliva, starnuto o colpo di tosse. Per propagare l’infezione bastano pochissimi bacilli anche se non necessariamente tutte le persone contagiate dai batteri si ammalano subito. Il sistema immunitario, infatti, può far fronte all’infezione e il batterio può rimanere quiescente per anni, pronto a sviluppare la malattia al primo abbassamento delle difese. &lt;strong&gt;Secondo i dati riportati dall'ISS, si calcola che solo il 10-15% delle persone infettate dal batterio sviluppa la malattia nel corso della sua vita&lt;/strong&gt;. Un individuo malato, però, se non è sottoposto a cure adeguate può infettare, nell’arco di un anno, una media di 10-15 persone.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;IN ITALIA- &lt;/strong&gt;Nonostante i casi del personale sanitario affetto da TBC sia eclatanti in Italia non esiste nessuna emergenza immediata. &lt;strong&gt;Ogni anno il numero di casi è costante e, secondo il rapporto presentato dall'Istituto Superiore di Sanità, nel periodo 1998-2008 i tassi di incidenza della malattia sono stati stabili e inferiori ai 10 casi per 100.000 abitanti. Dunque l'Italia è una delle nazioni a bassa endemia&lt;/strong&gt;. Nonostante ciò non si deve assolutamente abbassare la guardia. Nel caso degli studenti di Torino sembra che siano state trascurate proprio quelle norme di prevenzione che prescrivono di sottoporre al test della tubercolina le persone che entrano in contatto con l’ambiente ospedaliero. «Purtroppo -continua Veronesi- proprio negli ospedali, dove è alto il rischio di contagio delle varie infezioni, vengono disinvoltamente trascurati gli screening d’obbligo per tutti i lavoratori, siano essi medici, infermieri, o studenti che svolgono il tirocinio».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;PREVENZIONE- &lt;/strong&gt;Scarse condizioni di vita, come malnutrizione e pessime situazioni igenico-sanitarie, possono portare ad un abbassamento delle difese immunitarie e al conseguente sviluppo della malattia. Ciò però può essere vero solamente per alcune fasce di popolazione. Ma per gli studenti di medicina colpiti? Spesso quando si ha una semplice tosse viene scarsamente presa in considerazione l'ipotesi della tubercolosi. &lt;strong&gt;E' invece importante indagare la possibile presenza del microrganismo attraverso una radiografia del torace e il test cutaneo. La diagnosi è tanto più efficace quanto più è precoce, con ripercussioni positive sia per la guarigione del malato, sia per la prevenzione del contagio di altre persone&lt;/strong&gt;. «Non si può colpevolmente abbassare la guardia proprio quando si tratta di monitorare lo stato di salute degli “addetti ai lavori”, uno stato di salute che dev’essere ottimale, sia per garanzia del personale sanitario sia per la massima tutela dei malati ricoverati» conclude Veronesi.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 23 Jan 2012 05:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1326983841</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326982921_49.jpg" length="119062" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1326983979_85/istock_000018052721xsmall.jpg" length="119062" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">prevenzione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">fumo</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">tubercolosi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">TBC</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">infezione</category></item><item><title>E’ di moda la ‘drunkoressia’, ma voi evitatela</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3383</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Aperitivi e superalcolici bevuti come acqua fresca dai giovani fra i 16 e i 24 anni dopo una giornata di volontaria astensione dal cibo. Gli esperti mettono in guardia: gli alcolici fanno incamerare con più facilità le calorie di stuzzichini e prodotti poco gratificanti per la linea e causano danni irreparabili al fegato&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326791169_88.jpg?r=4&amp;amp;w=260&amp;amp;h=423" alt=""&gt;Cresce in Italia, sull’onda del trend dietetico dei campus statunitensi dove è già una moda pericolosa, la ‘drunkoressia’. Termine coniato dai giornalisti statunitensi del ‘New York Times’, identifica una abitudine che è un misto di etilismo e anoressia. Ha trovato presa e si è diffusa fra i giovani tra i 16 ed i 24 anni, ed in particolare fra le ragazze, i quali scelgono di astenersi volontariamente dal cibo per preparasi agli aperitivi e sballi notturni senza correre troppi rischi per la linea.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;IL FENOMENO–&lt;/strong&gt; Si mangia poco, fino ad arrivare anche a digiunare in maniera ossessiva, per potere assumere forti quantità di alcolici. A favorire lo sviluppo di questa moda, attecchita soprattutto negli ultimi dieci anni, sono stati anche i nuovi modelli del bere giovanile. Primo fra tutti il binge drinking, la tendenza a bere a ritmi compulsivi ed in poche ore più alcolici insieme (birra, breezer, alcool, superalcolici), visti come mezzo facile per favorire le capacità di relazione, grazie ad una maggiore disinibizione, loquacità, euforia e farsi accettare dal gruppo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;I RISCHI– &lt;/strong&gt;Ma dietro l’angolo sono diverse le insidie. «Assumere zuccheri attraverso l’alcol per procurarsi senso di sazietà – spiega Emanuele Scafato, dell’Osservatorio Nazionale Alcol CNESPS - significa apportare all’organismo calorie prive di qualsiasi valore nutrizionale e che fanno far aumentare l’assorbimento degli alimenti consumati in occasione degli aperitivi». L’alcool favorisce, infatti, la maggiore permeabilità della parete gastrica, ma soprattutto consente all’alcol che non trova il filtro del cibo di entrare in circolo immediatamente, rendendolo l’organo più sensibile a sviluppare steatosi epatica (il fegato grasso), cirrosi e tumore. «Sono più a rischio per lo sviluppo di queste sintomatologie le ragazze - continua Scafato – poiché la donna metabolizza l'alcol più lentamente». Inoltre, per quella componente di anoressia insita nell’abitudine della ‘drunkoressia’, aumenta nelle ragazze anche la percentuale di rischio per osteoporosi, alterazioni cardiache e amenorrea.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;PREVENZIONE– &lt;/strong&gt;Educare gli adolescenti alle conseguenze di un uso smodato di alcolici e combattere la cultura dello “sballo”, vale a dire di un divertimento possibile solo se associato a comportamenti eccessivi e trasgressivi. È questa la raccomandazione degli esperti per una buona prevenzione e contenimento della ‘drukoressia’. Dunque stop a tutti gli alcolici e per tutti? No, se assunti con moderazione e tenendo conto del sesso e dell’età del bevitore. «Gli alcolici vanno banditi sotto i 15 anni – conclude Scafato - perché il metabolismo non è sufficientemente sviluppato e l’apparato digerente ancora incapace di smaltire l’alcol che risulta così più tossico, mentre è bene limitarsi a un bicchiere fra i 16 e i 20 anni e oltre i 65». Chiare le indicazioni dall’OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) per gli adulti: 2 dosi di alcol al giorno per gli uomini (una dose equivale a un bicchiere da pasto di vino o a una lattina di birra o a un bicchierino di superalcolico) e 1 dose al giorno per la donna.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Francesca Morelli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 20 Jan 2012 06:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1326791192</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326791169_88.jpg" length="219487" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1326791157_68/ragazza_alcol_locale.jpg" length="219487" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">alcol</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">alcol</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">alcol</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">alcolici</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">prevenzione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">bere</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Per i test neonatali ci sono regioni virtuose e meno virtuose</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3339</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;La regione Lombardia annuncia che diventa obbligatorio il test audiologico per tutti i neonati. E questa è una buona notizia. Ma la cattiva notizia è scoprire per l’occasione che sono soltanto 7 le regioni italiane dove questa misura è stata presa. Sono decenni che si chiede che questo basilare test diventi un diritto per tutti, e siamo ancora fermi soltanto a 7.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;br&gt;R&lt;img class="eve_alignleft" title="Ecografia fetale" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1322479450_78.jpg?r=4&amp;amp;w=250&amp;amp;h=172" alt=""&gt;ecentemente Bruno Dalla Piccola, come presidente di Orphanet, la rete italiana che si occupa di malattie rare, ha lanciato un appello perché sia esteso a tutti lo screening per le malattie metaboliche ereditarie. Anche qui la cattiva notizia è che lo screening neonatale è regolamentato per legge solamente per quattro malattie (la fenilchetonuria, l' ipotiroidismo congenito, la fibrosi cistica, la galattosemia);&amp;nbsp; il resto delle malattie indagate rimane a discrezione della regione o su iniziativa degli ospedali che attuano progetti pilota. Solamente in due regioni (Toscana e Umbria) l’esame di screening copre 47 diverse malattie metaboliche.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Siamo ancora all’Italia dei campanili, all’Italia a macchie di leopardo. &lt;strong&gt;Ma non è per niente folcloristico il fatto che il destino di un bambino (e dei suoi genitori) continui a dipendere dal luogo in cui nasce&lt;/strong&gt;. C’è la devolution, è vero, l’autonomia regionale nella gestione della sanità. Ma esistono anche i Lea, (Livelli Essenziali Assistenza) cioè le prestazioni che devono essere garantite a tutti in tutta Italia. &lt;strong&gt;E viene da chiedersi perché i test neonatali, che permetterebbero di affrontare per tempo la sordità o tante malattie gravi, non debbano essere considerati Livelli essenziali di assistenza&lt;/strong&gt;, come tutti gli esami di diagnosi precoce che abbiano un fondamento scientificamente riconosciuto.&lt;br&gt;&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Oggi poi c’è un argomento in più che dovrebbe spingere a estendere il più possibile l’adozione di ampi screening neonatali: il risparmio&lt;/strong&gt;, secondo molti studi, che deriverebbe al Servizio sanitario nazionale, potendo giocare d’anticipo contro molte malattie. Grazie anche al fatto che il costo dei test, una volta proibitivo, si è ormai molto abbassato. Se non basta il richiamo al diritto alla salute, l’argomento economico, che oggi sembra far da guida a tutte le scelte di politica sanitaria e non, può essere uno stimolo a uniformare tutto il Paese al modello delle regioni più virtuose.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;L'autore:&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326459356_15.jpg?r=4&amp;amp;w=100&amp;amp;h=151" alt="" width="60"&gt;Riccardo Renzi, milanese, 63 anni, è laureato in storia, ma ha fatto il giornalista e si è specializzato in divulgazione medico-scientifica. Nel campo della salute, ha diretto i mensili Salve e Insieme ed è stato tra i fondatori del Corriere Salute, l’inserto di medicina del Corriere della Sera, che poi ha diretto dal 2000 al 2010, cercando soprattutto di essere un “mediatore” tra medici e pazienti. Ma più dalla parte dei pazienti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;L'impaziente:&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Questo spazio non vuol essere “uno sportello reclami” generico, perché siamo convinti che gli episodi della cosiddetta “malasanità” siano di gran lunga inferiori a una situazione di buona sanità. L’Impaziente vuole invece dare indicazioni e sollecitare iniziative che servano a migliorare il servizio sanitario e a questo fine invitiamo tutti a mandare segnalazioni che siano utili ad un approfondimento.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Invia la tua mail a &lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;a href="mailto:redazione@fondazioneveronesi.it"&gt;redazione@fondazioneveronesi.it&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 17 Jan 2012 08:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1326450619</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1322479450_78.jpg" length="187408" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326459356_15.jpg" length="1300391" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1326877201_81/feto_ecografia.jpg" length="187408" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">malattie rare</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">test neonatali</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">servizio sanitario nazionale</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">screening</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">l'impaziente</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">l'impaziente</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category></item><item><title>Il bisturi cybernetico che cura il trigemino</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3381</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Una delle nevralgie più dolorose ora viene operata con il Cyberknife, un’apparecchiatura che si è dimostrata prodigiosa soprattutto nei tumori cerebrali&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326790680_59.jpg?r=4&amp;amp;w=280&amp;amp;h=0" alt=""&gt;Già noto per il trattamento di lesioni oncologiche e di volumi ridottissimi (dai 4 ai 10 millimetri) in organi delicati o di piccole dimensioni, quali il cervello e la prostata, il Cyberknife è oggi sperimentato con successo (benché il numero di casi sia ancora limitato) anche nel trattamento delle nevralgie del trigemino di tipo funzionale. Una patologia di natura benigna che causa un dolore intenso lungo il nervo del trigemino, con sensibili ripercussioni sulla qualità della vita. L’estrema precisione del Cyberknife consente di concentrare sul nervo circa 200 fasci di radiazioni sottili 5 millimetri al fine di ottenere, con una singola somministrazione della radiochirurgia robotica, la remissione della sintomatologia dolorosa.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;L’APPARECCHIATURA–&lt;/strong&gt; Presente ancora in pochissime strutture italiane (una a Vicenza e due a Milano), il Cyberknife, che è simile ad un acceleratore lineare compatto ma dotato di un braccio robotico controllato da un software molto sofisticato, è un vero e proprio bisturi cibernetico, capace di orientarsi in tutte le direzioni così da garantire molte posizioni differenti di erogazione del fascio di raggi. Il computer calcola i percorsi migliori per colpire ‘intelligentemente’ la lesione spostando di volta in volta il braccio in modo da seguire con precisione millimetrica le variazioni posturali del paziente, perfino quelle causate dal respiro, superando in questo modo l’obbligo di assoluta immobilità richiesta dai sistemi attuali. Spostamenti che sono guidati anche dall’acquisizione di immagini radiologiche (particolarmente utili in caso di patologie oncologiche) che vengono aggiornate in continuazione nel corso del trattamento.&amp;nbsp;«La macchina – spiega Laura Fariselli, direttrice del Dipartimento di Radioterapia dell’Istituto Neurologico Besta di Milano - , è in grado di utilizzare le immagini Tac, Pet (tomografia ad emissioni di positroni) e Rmn (risonanza magnetica nucleare) acquisite prima del trattamento per localizzare il tumore, pianificare l’intervento e focalizzare l’irradiazione con la massima efficacia, limitando in questo modo gli effetti collaterali sui tessuti sani». Caratteristiche, queste, che sono prerogativa di una maggiore guarigione, minore tossicità e di una migliore qualità di vita del paziente.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;INDICAZIONI TERAPEUTICHE–&lt;/strong&gt; Il maggior utilizzo del Cyberknife, a parte qualche differente esperienza sporadica, resta ancora correlata al trattamento di lesioni oncologiche molto piccole e dai margini ben definiti. Tanto che oggi il 60% di pazienti con tumori al polmone, al fegato, al pancreas e alla prostata ed il 40% con lesioni a carico del cervello vengono trattati con questa metodica. «Le potenzialità tecniche dell’apparecchiatura - continua la Fariselli - rendono il bisturi particolarmente indicato nel trattamento di tumori localizzati in diverse parti del corpo, quali tumori e metastasi cerebrali (anche con diametro superiore ai 4 cm), tumori alle cartilagini o ai tessuti molli, craniofaringiomi, meningiomi, tumori primitivi e secondari del midollo spinale o della colonna vertebrale, tumori del fegato e dei polmoni, se periferici, ed anche della prostata». Le indicazioni terapeutiche possono essere estese anche a lesioni tumorali situate in vicinanza di strutture od organi molto sensibili o a tumori considerati inoperabili perché troppo a rischio.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;RISULTATI PRELIMINARI–&lt;/strong&gt; Lo studio ora in corso è ancora in fase di sperimentazione ed occorre un follow-up più ampio per comprovare in maniera definitiva l’efficacia ed il miglioramento anche in termini di sopravvivenza del Cyberknife, rispetto alla terapia tradizionale. Ma gli incoraggianti risultati preliminari aprono nuove aspettative anche per il trattamento di patologie funzionali, come il tremore nella malattia di Parkinson. Sarà il tempo a dare o meno ragione.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Francesca Morelli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 17 Jan 2012 07:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1326790548</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326790680_59.jpg" length="157297" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1326790702_15/sala_operatoria.jpg" length="157297" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cyberknife</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">trigemino</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Se le droghe leggere non fanno male</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3348</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326703757_90.jpg?r=4&amp;amp;w=250&amp;amp;h=166" alt=""&gt;&lt;strong&gt;Le droghe leggere non fanno male&lt;/strong&gt;, è la conclusione di uno studio di ricercatori del King’s College di Londra passato quasi sotto silenzio nei giorni scorsi e che invece io credo&amp;nbsp; meriti qualche commento. &lt;strong&gt;La ricerca ha preso in esame 9 mila inglesi di 50 anni che in gioventù avevano fatto uso di marijuana&lt;/strong&gt; e varie altre sostanze illegali compresa la cocaina: sottoposti per sei anni a test cognitivi e di memoria i risultati sono apparsi migliori rispetto a giovani che non avevano “fumato spinelli”. "Il risultato indica che non esiste un legame necessario fra uso di droghe leggere e compromissione delle facoltà cognitive a 50 anni",&amp;nbsp; ha spiegato&amp;nbsp; Alex Dregan del King's College, che ha pubblicato il suo studio sull'ultimo numero dell'American Journal of Epidemiology.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Da medico e da ricercatore,&amp;nbsp; &lt;strong&gt;ho sempre considerato doveroso applicare al problema della droga un approccio scientifico, e ho sempre contestato la facile soluzione del proibizionismo&lt;/strong&gt;. Nella nostra società, infatti, non si è ancora abituati a discutere in base ai fatti e ai risultati, e si continua a discutere in base alle ideologie e a litigare sulle opinioni. &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Da persona responsabile, premetto che non posso considerare un fatto di costume lo spinello nelle scuole, tanto più se parliamo della media dell'obbligo, dove gli studenti sono poco più che bambini. Una maggiore sorveglianza, da parte delle autorità scolastiche e da parte delle famiglie, è quindi assolutamente doverosa. &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Detto&amp;nbsp; questo, dobbiamo vedere che cosa succede nella realtà.&amp;nbsp; A 15 anni "fumano" dal 10 al 15%&amp;nbsp; dei ragazzi e a 18 anni il 40% delle femmine e il 60% dei maschi. E' un fenomeno di massa, quindi. Come considerarlo, a quali rischi&amp;nbsp; va incontro chi fuma lo spinello? Le statistiche epidemiologiche dimostrano che la mortalità per droghe leggere è pari a zero, che esse non&amp;nbsp; danno una forte assuefazione e che non sono il tanto temuto "ponte" di passaggio alle droghe pesanti, in particolare all'eroina. Di quel 60% che a 18 anni fuma lo spinello solo lo 0,8% è passato all'eroina. E la ricerca inglese dimostra che lo spinello non intacca le facoltà mentali. Il proibizionismo può allora essere una carta vincente? Ho molti dubbi al riguardo perchè, come&amp;nbsp; è storicamente dimostrato, &lt;strong&gt;il proibizionismo non paga, non evita i danni per i quali è stato deciso, e ne crea altri molto peggiori&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;&amp;nbsp; Come medico e come uomo, credo profondamente nella "riduzione del danno", che ormai è la strada scelta in Europa dai Paesi più avanzati per tentare di risolvere il problema ben più grave della tossicodipendenza. Del resto, anche l'Italia è andata in questa direzione. L'azione efficacemente svolta dai Sert in questi anni, la distribuzione gratuita di siringhe da parte delle "unità di strada", l'informazione sanitaria diffusa tra i giovani da operatori sociali coraggiosi e molto motivati stanno dando risultati importanti, che forse pochi conoscono.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Di droga si muore di meno, innanzitutto. Secondo i dati più recenti la mortalità per overdose risulta in coda nelle cause di morte della popolazione dai 15 ai 44 anni. Prima vengono gli incidenti stradali, il suicidio, l'Aids.&lt;/p&gt;</description><author>Daniele Banfi</author><source url="http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3348">Daniele Banfi</source><pubDate>Mon, 16 Jan 2012 07:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1326703250</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326703757_90.jpg" length="123207" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1326703879_48/droghe_leggere.jpg" length="123207" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">tossicodipendenza</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">droghe leggere</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">droga</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">proibizionismo</category></item><item><title>Cefalea e cervicale: il dolore si batte anche stando seduti in ufficio</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3347</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Uno studio sugli impiegati del Comune di Torino dimostra che semplici esercizi posturali eseguiti alla scrivania possono ridurre di un terzo mal di testa, dolore a collo e spalle e uso di analgesici&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326666323_35.jpg?r=4&amp;amp;w=260&amp;amp;h=424" alt=""&gt;Ore e ore seduti alla scrivania, tutti i giorni di fronte a un monitor o a uno sportello: per quanti impiegati tutto questo si traduce in mal di testa e dolori cervicali? Ora uno studio dell’università di Torino, appena pubblicato sulla rivista &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0029637"&gt;PloS ONE&lt;/a&gt;&amp;nbsp;&lt;/em&gt;mostra come proprio in ufficio si possa mettere in atto una strategia in grado di ridurre di un terzo i sintomi dolorosi e l’uso di medicinali.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;IL PROGETTO -&lt;/strong&gt; Il progetto ha coinvolto poco meno di 2.000 dipendenti del Comune di Torino. Per 7 mesi una metà di loro ha partecipato a un programma educativo e di esercizi messo a punto dai ricercatori della sezione Cefalea e Dolore Facciale del dipartimento di Fisiopatologia Clinica e del CPO Piemonte dell'Azienda Ospedaliero Universitaria San Giovanni Battista - Molinette di Torino. L’altra metà degli impiegati invece ha continuato con la vita di sempre. Tutti hanno tenuto un diario quotidiano e alla fine sono stati confrontate le condizioni dei due gruppi.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;I RISULTATI –&lt;/strong&gt; All’inizio dello studio i “travet” del capoluogo piemontese lamentavano una media di 7 giorni di mal di testa al mese e 11 giorni di dolore a collo e spalle, malesseri per cui assumevano analgesici 3 giorni al mese. Dopo i 7 mesi di esercizi a casa e sul posto di lavoro, i partecipanti al programma ha riportato una diminuzione del 34% della frequenza di cefalea, contro l’11% nel gruppo di controllo; una diminuzione del 29% del dolore a collo e spalle contro il 7% e un calo del 29% nell’uso di farmaci analgesici rispetto a una riduzione del 13% nel gruppo di controllo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;ESERCIZI POSTURALI ANCHE ALLA SCRIVANIA -&lt;/strong&gt; Ma qual è stata la ricetta anti-dolore proposta agli impiegati? Lo ha spiegato Franco Mongini, responsabile della ricerca: «Si è trattato di eseguire una serie di esercizi posturali ogni due o tre ore sul luogo di lavoro, posizionando inoltre delle piccole etichette rosse bene in vista per ricordare di evitare una contrazione eccessiva dei muscoli della testa del collo. A casa, poi, è stato chiesto loro di eseguire per uno o due periodi di 10-15 minuti un esercizio di rilassamento applicando nel contempo degli impacchi caldi su guance, collo e spalle». Il tutto è stato ben spiegato con filmati e esercitazioni. «Interventi relativamente semplici sul luogo di lavoro possono ridurre il dolore in molte persone – conclude Mongini -. A questo proposito abbiamo recentemente lanciato sul Web un social network (&lt;a href="http://www.nomalditesta.it"&gt;www.nomalditesta.it&lt;/a&gt; o &lt;a href="http://www.nocervicale.it"&gt;www.nocervicale.it&lt;/a&gt;) concepito specificatamente per ridurre e, per quanto possibile, prevenire questi disturbi così diffusi». &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;GLI ESERCIZI &lt;/strong&gt;- Ecco alcune delle posizioni suggerite agli impiegati coinvolti nello studio, tutte da ripetere 8-10 volte ogni 2 o 3 ore. Primo: a piedi uniti contro una parete, schiena e spalle ben aderenti al muro, rilasciare le spalle e poi accostarle di nuovo alla parete. Secondo: sempre  in piedi aderenti al muro con schiena e spalle, inclinare il capo in  avanti e riportarlo in posizione eretta. Terzo: con le mani dietro la nuca e la testa in posizione eretta, spingere il capo contro le mani facendo resistenza per alcuni secondi.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Donatella Barus&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 16 Jan 2012 05:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1326666126</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326666323_35.jpg" length="142845" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1326666351_28/istock_000010414904xsmall.jpg" length="142845" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ossa</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">dolore</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">lavoro</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">postura</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">articolazioni</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">dolore cronico</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cervicale</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">mal di testa</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Dose sbagliata di chemio: fattore umano e tecnologia per evitare errori</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3322</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Un probabile errore di calcolo ha causato la morte di una donna a Palermo. La SIFO: va introdotto in tutti gli ospedali un professionista che affianchi il medico durante le visite e sia responsabile del percorso del farmaco, dalla preparazione alla somministrazione&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326290529_39.jpg?r=4&amp;amp;w=250&amp;amp;h=424" alt="" width="160"&gt;L'abbiamo imparato sin dall'infanzia, una virgola messa al posto sbagliato e il risultato del compito in classe era fallimentare. Da adulti invece abbiamo capito che uno zero in più o in meno sul conto in banca può fare la differenza. Ma anche sul lavoro i numeri sono importanti: progettare un ponte o somministrare la giusta dose di farmaco vede protagonista necessariamente il calcolo matematico. Nell'ultimo caso spesso c'è di mezzo la vita o la morte. Sbagliare una dose può avere effetti devastanti. L'esempio l'abbiamo avuto davanti agli occhi la scorsa settimana: il caso della donna morta a Palermo per un eccesso di dose chemioterapica. Un errore però potenzialmente evitabile. A dirlo è la SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie): «Va introdotto in tutti gli ospedali un professionista che affianchi il medico durante le visite e sia responsabile del percorso del farmaco, dalla preparazione alla somministrazione&lt;span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"&gt;»&amp;nbsp;&lt;/span&gt;dichiara Laura Fabrizio, presidente della società scientifica.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;IL FATTO- &lt;/strong&gt;Valeria Lembo era una giovane donna di Palermo. 34 anni, una famiglia e un'esistenza segnata nell'ultimo periodo dalla malattia, il linfoma di Hodking. Una leucemia che se presa in tempo può essere curata positivamente nella maggior parte dei casi. Proprio come Valeria. Addirittura la giovane donna palermitana aveva dato alla luce un bimbo la scorsa primavera. Un figlio che oggi dovrà crescere senza madre per un errore puramente matematico. Il 29 dicembre infatti Valeria si è spenta a causa di una dose letale di chemioterapia, ben 10 volte superiore a quella utilizzata correntemente, somministratale al Policlinico di Palermo. 90 milligrammi anziché 9.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;IL FARMACO- &lt;/strong&gt;Il chemioterapico che ha ucciso Valeria Lembo è la vinblastina, una moleola ricavata da una particolare pianta originaria del Madagascar. La sua funzione è quella di bloccare la divisone cellulare, stoppando quindi di fatto la moltiplicazione incontrollata delle cellule tumorali. La terapia a base di questo chemioterapico è ormai consolidata da anni e le leucemie sono il bersaglio prediletto della vinblastina. Il suo ampio utilizzo è dovuto anche agli scarsi effetti collaterali, prevalentemente a livello del sistema nervoso centrale. Quando invece viene somministrata in dosi eccessive per errore, come il caso della donna palermitana, gli effetti sul corpo sono devastanti: fegato, esofago e polmoni sono i distretti che dopo un solo giorno vengono messi fuori uso.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326290589_36.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=282" alt=""&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;LE SOLUZIONI- &lt;/strong&gt;Ma come è possibile che si sia verificato un simile errore? Incapacità o disattenzione? Come dichiara la dottoressa Fabrizio, presidente SIFO, «E' assolutamente necessario che le Istituzioni pubbliche e private mettano a disposizione tutti gli strumenti, incluso un buon clima lavorativo e la formazione del personale, per prevenire tragedie come quella avvenuta a Palermo. La magistratura sta indagando, ma è inaccettabile che, come risulta dai primi accertamenti, una giovane donna muoia a causa di un numero scritto per errore». Come evitare dunque che si verifichino nuovamente casi del genere? La risposta è chiara: «Come Società scientifica -spiega la Fabrizio- sosteniamo l’uso di strumenti in grado di determinare significativi vantaggi per la sicurezza dei pazienti e dei professionisti: la prescrizione informatizzata, il carrello automatizzato che si interfaccia con l’operatore, i software per le posologie oncologiche provvisti di allerta automatici per dosi incongrue, fino alla robotica per la preparazione dei farmaci e al farmacista di dipartimento che affianca il medico in corsia. Con questi sistemi il farmacista potrà tenere sotto controllo ogni prescrizione e collaborare con infermieri e medici al letto del paziente suggerendogli dosaggi, indicazioni, incompatibilità, effetti collaterali. In particolare, procedure informatizzate, come già sottolineato dal senatore Ignazio Marino, avrebbero certamente evitato un episodio tanto grave».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA TECNOLOGIA- &lt;/strong&gt;Tra le varie procedure informatiche che potrebbero evitare errori del genere vi è l'utilizzo dei software per la Prescrizione Elettronica Assistita (PEA) dei farmaci antitumorali. Questi software risultano particolarmente utili per ridurre il rischio di errore associato alla trascrizione e al calcolo manuale di informazioni e dati. Non solo, il programma informatico prevede blocchi e avvertimenti per il medico all’atto della prescrizione, come ad esempio l'impossibilità di prescrivere dosi superiori alle massime consentite per alcuni medicinali, per il farmacista al momento della preparazione e per l’infermiere responsabile della somministrazione. In questo modo è garantita la tracciabilità di tutto il processo relativo al farmaco chemioterapico. Ma le sole procedure informatizzate non bastano: «Ogni Azienda sanitaria dovrebbe predisporre di un piano specifico aziendale per la sicurezza e la prevenzione degli errori in terapia che preveda anche il forte coinvolgimento di risorse umane mirate, come quella del farmacista di dipartimento che svolge la sua attività in corsia. La presenza di questa figura professionale, anche durante le visite in reparto, riduce drasticamente gli eventi avversi con un notevole risparmio sui costi sanitari e una diminuzione della durata delle degenze» conclude la Fabrizio.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 13 Jan 2012 06:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1326290627</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326290529_39.jpg" length="168628" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326290589_36.jpg" length="158518" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1326290726_49/istock_000003884943xsmall.jpg" length="168628" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">oncologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">oncologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">oncologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">chemioterapia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cancro</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">farmaci</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">farmacologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">tumori</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Tumore polmonare: un corso sulla diagnostica con Tc torace a basso dosaggio</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/news-dalla-fondazione/3324</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Si terrà il prossimo &lt;strong&gt;22 marzo&lt;/strong&gt; presso l'Istituto Europeo di Oncologia&lt;strong&gt; il corso "La diagnosi precoce del tumore polmonare con TC spirale a basso dosaggio&lt;/strong&gt;", coordinato da Lorenzo Spaggiari e Giulia Veronesi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Il tumore polmonare rappresenta ancora oggi la prima causa di morte per neoplasia nei Paesi occidentali e si prospetta diventi uno dei problemi emergenti più gravi nei Paesi in via di sviluppo.&amp;nbsp;La diagnostica con Tc torace a basso dosaggio appare oggi una concreta possibilità per ridurre la mortalità di questo tumore.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Gli obiettivi del corso, indirizzato a medici di base, radiologi, tecnici di radiologia, oncologi, pneumologi e chirurghi toracici, sono di condividere l’esperienza ottenuta in questo campo dallo staff dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano che da circa 10 anni si occupa di prevenzione del tumore polmonare.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Il corso si articola in una mattinata e affronterà, oltre alle metodiche di diagnosi precoce con Tc spirale, alla prevenzione primaria e alle moderne tecniche chirurgiche, anche&amp;nbsp;potenziali sviluppi futuri nel campo dei marcatori molecolari.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/listitems/1326296683_89/corso_ieo_tumore_polmonare_22_marzo.pdf"&gt;Scarica il modulo di iscrizione&lt;/a&gt;&amp;nbsp;(.pdf 170 KB)&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Segreteria Organizzativa&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;CQ Travel srl&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Via Pagliano, 37 - 20149 Milano&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Tel +39.02.36753900 - Fax +39.02.43911650&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;E-mail: ieoedu.eventi@ieo.it&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 11 Jan 2012 13:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_11-1326296733</guid><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">corso</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">tumore polmonare</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">IEO</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category></item><item><title>Un'altra conferma: la dieta mediterranea ti fa vivere più a lungo</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3298</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;L'elisir di lunga vita passa anche dalla tavola. Vita media allungata di 3 anni per gli anziani che seguono una sana e corretta alimentazione. Ad affermarlo è una ricerca svedese che ha monitorato le abitudini alimentari di migliaia di persone per quasi 40 anni&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
&lt;li class="eve_page_list" style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/alimentazione/l-alimentazione-negli-anziani/3187"&gt;I consigli alimentari per gli anziani&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1305276634_15.jpg?r=4&amp;amp;w=280&amp;amp;h=354" alt=""&gt;La notizia non è di certo una novità. Non scopriamo infatti oggi i benefici della dieta mediterranea.   Una ricerca svedese ha però cercato di quantificare quanto la nostra dieta riesca ad incidere nelle persone anziane e in particolare quanto è in grado di farli vivere più a lungo. Il risultato è davvero sorprendente: la dieta mediterranea, oltre ad assicurare una buona salute fisica, allunga la vita media di circa 3 anni. E' questo il risultato dello studio, pubblicato dalla rivista Age e coordinato guardacaso da un italiano, il dottor Gianluca Tognon dell'Università di Goteborg, che per quasi quaranta anni ha monitorato le abitudini alimentari di migliaia di settantenni della provincia di svedese.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LE ORIGINI-&lt;/strong&gt; Quella degli scienziati nordeuropei è solo l'ultima delle evidenze scientifiche legate alla dieta mediterranea. Il primo che si accorse delle straordinarie proprietà fu lo statunitense Ancel Keys. Nato nel 1904 a Colorado Spring, fu biologo, fisiologo e nutrizionista presso l’Università del Minnesota. Inviato al seguito delle truppe durante la Seconda guerra mondiale si occupò, per conto del Ministero, di un ampio programma sull'alimentazione. Durante il suo soggiorno italiano partecipò al primo “Convegno sull'Alimentazione” che si tenne a Roma nei primi anni '50. Alla presenza dei massimi esperti, Keys rimase affascinato dal dato della bassa incidenza di patologie cardiovascolari e di disturbi gastrointestinali della regione Campania e dell'isola di Creta. Una correlazione che doveva in qualche modo essere spiegata scientificamente. Per questa ragione fu il promotore del primo studio pilota volto a chiarire il mistero. Ad essere sottoposti alle analisi fu la popolazione di Nicotera, in Calabria. Pochi anni più tardi, più precisamente nel 1962, si trasferì a Pioppi, una frazione del comune di Pollica, nel Cilento. Pioppi divenne il quartier generale dei suoi studi. Dopo decenni di indagini giunse alla conclusione che l’alimentazione a base di pane, pasta, frutta, verdura, moltissimi legumi, olio extra-vergine di oliva, pesce e pochissima carne era la responsabile dello straordinario effetto benefico sulla popolazione locale.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA PIRAMIDE ALIMENTARE-&lt;/strong&gt; Gli scienziati dell'Accademia Sahlgrenska affermano che seguire la dieta mediterranea offre il 20% di possibilità in più di vivere più a lungo. «Questo significa -afferma Tognon, il coordinatore dello studio- che le persone anziane che seguono la dieta mediterranea, consumando molto pesce, verdure e pochi prodotti di origine animale come carne e latte, vivono circa 2-3 anni in più di quelli che non fanno». Ma cosa significa in termini quantitativi seguire la dieta mediterranea?  Un aiuto ci viene fornito dalla piramide alimentare, un modello che descrive un regime alimentare e viene attualmente indicato come fondamento di molte diete, intese come un insieme di regole volte a gestire l’alimentazione e non necessariamente come schemi alimentari esclusivamente dimagranti. Nel modello nutrizionale a piramide gli alimenti vengono impilati e poiché la base é più grande della punta, quelli che occupano la parte inferiore sono quelli privilegiati dalla dieta, cioé che si possono assumere in quantità maggiore. Mano a mano che si sale nella piramide, la quantità diminuisce (e la figura si restringe). Ciò significa che si riduce anche la loro importanza nella dieta di tutti i giorni. In altre parole, gli alimenti in cima sono quelli da consumare con più parsimonia, perché giudicati meno consoni al mantenimento di un buon stato di salute. Per la dieta mediterranea valgono dunque le seguenti regole: 55–60% di Glucidi, di cui l’80% complessi (pane integrale, pasta, riso, mais) e il 20 % di zuccheri semplici; 10–15% di Proteine; 25–30 % di Grassi (olio di oliva); frutta e verdura occupano un posto di rilievo per le vitamine, i minerali, gli antiossidanti e le fibre che forniscono.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 11 Jan 2012 07:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1326186942</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1305276634_15.jpg" length="111920" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1326187287_84/istock_000011158627xsmall.jpg" length="204763" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">anziani</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">dieta</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">salute</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">peso</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">dieta mediterranea</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cibo</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Lenti a contatto: buon compleanno!</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3293</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p&gt;Cinquant'anni fa il primo prototipo. Ad oggi sono quasi 3 milioni gli italiani che le utilizzano. Poche e semplici le regole da seguire per non danneggiare l'occhio&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1312273768_63.jpg?r=4&amp;amp;w=260&amp;amp;h=424" alt=""&gt;C'è chi le utilizza per un fattore puramente estetico e chi per vedere. Chi le ritiene una tortura e chi non potrebbe più farne a meno. Stiamo parlando delle lenti a contatto, geniale invenzione dello scienziato Otto Wichterle e che da poco hanno compiuto i 50 anni di età. Fu infatti nel lontano Natale del 1961 che vennero alla luce, dopo un'infinità di tentativi, le prime lenti a contatto in grado di sostituire completamente gli occhiali da vista.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;L'INVENZIONE-&lt;/strong&gt; L'idea delle lenti a contatto flessibili nacque nella testa di Wichterle nel 1952 riprendendo quella iniziale di Leonardo Da Vinci, descritta già nel lontano 1508. I primi tentativi furono però fallimentari: le lenti si rompevano all'apertura degli stampi e i bordi non erano perfettamente lisci. Problematiche non di poco conto per degli accessori che devono possedere caratteristiche ben precise. Purtroppo però, nonostante i miglioramenti nelle tecniche pioneristiche di realizzazione, Wichterle si vide costretto ad interrompere le ricerce per via dell'instabile situazione politica del suo paese. Interruzione durata sino al Natale del 1961 quando gli venne in mente di costruire il prototipo di una pressa formatrice usando le componenti metalliche di un popolare giocattolo dell'epoca, il meccano Merkur. Per far funzionare la centrifuga usò la dinamo della bicicletta dei suoi figli. Con questo marchingegno riuscì a produrre le prime quattro lenti di gel idrofilo lisce e con bordi regolari che non irritavano l'occhio. Nel 1965 il suo brevetto fu acquistato per svariati milioni di dollari dagli Stati Uniti e la società produttrice Bausch and Lomb ne fece un business che dura ancora tutt'oggi.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LE TIPOLOGIE-&lt;/strong&gt; Ad oggi sono quasi tre milioni gli italiani che utilizzano lenti a contatto in sostituzione degli occhiali. Ne esistono in commercio diversi tipi, dalle lenti a contatto morbide usa e getta giornaliere a quelle semirigide (conosciute anche come lenti a contatto gas permeabili), dalle lenti a contatto colorate che consentono di dare una colorazione diversa all'iride alle lenti a contatto rigide, anche se queste ultime, ormai, stanno man mano lasciando spazio alle lenti a contatto semirigide.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;I CONSIGLI-&lt;/strong&gt; «Le lenti a contatto non sono dannose per gli occhi, sono semplicemente alternative all’occhiale, ma è necessario fare molta attenzione durante il loro utilizzo. La pulizia è fondamentale per la conservazione delle lenti a contatto non di uso giornaliero ma anche per la tutela della salute dell'occhio» dichiara il dottor Lucio Buratto, oculista di fama del Centro Ambrosiano Oftalmico. Oltre a lavarle bene con le soluzioni antiproteiche è bene sostituire i contenitori delle lenti ogni mese. Per quanto riguarda quelle giornaliere, one day, bisogna buttarle dopo l'uso anche se sono state usate solo per poche ore. «Da evitare -spiega Buratto- il contatto delle lenti con l'acqua del rubinetto: meglio evitare di farsi la doccia indossandole perchè l'acqua corrente potrebbe contaminare la lente attraverso alcuni germi presenti nell’acqua tra cui lo Pseudomonas, Stafilococco, Streptococco, Candida e Acantameba. Quest’ultimo è causa della maggior parte delle infezione agli occhi: in concomitanza di una piccola abrasione nell'occhio, il germe penetra nell'organismo e può provocare ascessi e cheratiti corneali irreversibili». Appena l’occhio si dimostra stanco o sofferente, è sempre bene utilizzare gli occhiali. Si consiglia di togliere le lenti almeno un'ora prima di andare a letto, lavarsi sempre le mani prima di maneggiarle evitando l'utilizzo delle saponette (dove si possono annidare i germi) e utilizzando un dispenser di sapone liquido, infine, non pulire mai le lenti con la saliva. Per quanto riguarda il mare, si consigliano vivamente le lenti “usa e getta” e di utilizzare gli occhialini per fare il bagno perchè la lente a contatto rischia di assorbire le impurità dell'acqua del mare. «Fortunatamente -conclude Buratto- i danni irreparabili sono molto rari ma riguardano prevalentemente i giovani e giovanissimi, meno attenti a seguire le regole d’igiene e di corretto uso».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 09 Jan 2012 08:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1326100461</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1312273768_63.jpg" length="131485" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1326100383_13/istock_000016289492xsmall.jpg" length="131485" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">prevenzione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">vista</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">lenti a contatto</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">occhio</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Lettera al Presidente del Consiglio</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3292</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326112424_42.jpg?r=4&amp;amp;w=280&amp;amp;h=0" alt=""&gt;Caro Presidente,&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;ho letto la scheda tecnica del caccia di attacco F- 35 della Lockeed Martin, di cui l’Italia dovrebbe comprare 131 esemplari, con una spesa di almeno 15 miliardi di euro in undici anni. E’ un caccia di “quinta generazione”, un vero capolavoro di tecnologia aerospaziale, un fantastico giocattolo di guerra.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Io, signor Presidente, faccio appello al suo buon senso oltre alla sua intelligenza politica e le chiedo di cancellare la decisione presa dall’Italia nel 2002, quando pensò bene di entrare in questo programma militare guidato dagli Stati Uniti, e che risulta essere il più costoso della storia. La protesta, non solo mia, sta montando perché sembra incredibile che in tempi di crisi si voglia fare questa spesa folle, ma essa viene rintuzzata dai fautori del progetto (primo fra tutti il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola) i quali sostengono che la marcia indietro è ormai impossibile: la penale da pagare sarebbe troppo alta, e rinunciare adesso agli aerei ci costerebbe quanto (se non più) che rimanere nel programma.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ma se Lei Presidente, va a rileggere la documentazione ufficiale dell’accordo scoprirà  che qualunque degli otto Stati partner “può ritirarsi dall’accordo con un preavviso scritto di 90 giorni, da notificarsi agli altri compartecipanti”. L’Italia non dovrebbe affatto pagare una penale altissima: se la potrebbe cavare con 904 milioni, che è niente rispetto alla cifra fantascientifica di 15 miliardi che saremmo costretti a spendere nei prossimi anni, prima per comprare e poi per mantenere questi lussuosi strumenti di morte, ognuno dei quali costa 120milioni, ossia  l’equivalente di quanto è necessario per costruire e far funzionare 85 asili nido. Non faccio questa citazione a caso, perché è certo che si può dare più occupazione con  85 asili nido che con lo stabilimento di Cameri, in provincia di Novara, dove  dovrebbero essere parzialmente assemblati i caccia F-35, e per il quale i fautori del progetto  parlavano di diecimila posti di lavoro. Ora il Ministero della Difesa parla più modestamente di circa 600 posti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Questo discorso, Presidente, ci porta a un punto nodale: investire nella pace (sanità, ricerca scientifica, opere sociali) e non nella guerra con le sue macchine di morte, non è un sogno di “anime belle”. Chiedere la pace e agire per la pace non è utopia, ma è speranza, impegno civile, fede nel futuro.  &lt;em&gt;Science for Peace&lt;/em&gt;, il movimento per la pace che ho lanciato insieme con molte figure rilevanti della cultura internazionale e con oltre  venti Premi Nobel, ha presentato lo scorso anno uno studio effettuato per la Fondazione Veronesi dall’Università Bocconi, (sì proprio la “sua” Università) che verificava le conseguenze economiche nell’ipotesi che alcuni Paesi europei, cioè Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e Svezia riducessero del 5% le spese militari. La conclusione dell’analisi fu così sintetizzata da Maurizio Dallocchio, ordinario di finanza aziendale alla Bocconi e coordinatore dello studio: “L’obiettivo di &lt;em&gt;Science for Peace &lt;/em&gt;di chiedere la diminuzione graduale del 5% delle spese militari è economicamente legittimo, perché non intacca sostanzialmente la struttura economica delle nazioni che decidessero di prendere questa iniziativa. Ed è eticamente giusto.”&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;In Europa le spese militari assorbono 300 miliardi di euro all’anno. Noi che ci battiamo per la pace pensiamo che si possano ridurre drasticamente a favore dei bisogni dell’uomo, soprattutto degli strati più poveri della società, e per dare alle nuove generazioni  cultura, ricerca e scienza. Non sarebbe un cattivo investimento. Come ha ricordato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo, tutti gli studi internazionali fatti sul tema parlano chiaro: se invece d’investire in armi s’investisse in sanità, istruzione ed energie rinnovabili, raddoppierebbero i posti di lavoro e aumenterebbe di una volta e mezzo lo sviluppo economico in generale.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;L’Italia è ancora in tempo a non firmare il contratto di acquisto dei caccia F-35. La supplico, signor Presidente, di compiere questo gesto per il bene del nostro Paese. Uscire da questo programma vuol dire non solo risparmiare 15 miliardi che sarebbero buttati via, ma anche incominciare a percorrere la strada della pace. Emanuele Kant, nella sua opera “Progetto per una pace perpetua”, lanciò l’idea-guida che la pace è un ideale regolatore, verso il quale bisogna tendere. E scrisse: “La questione non è più di sapere se la pace perpetua è qualche cosa di reale oppure se è una chimera, ma noi dobbiamo agire come se questa cosa, che forse non sarà, dovesse essere”. E Albert Einstein affermò: “Dobbiamo essere pronti a fare sacrifici in favore della pace più di quanto facciamo di buon grado in favore della guerra. Non esiste dovere che io consideri più importante o al quale tenga di più”. A Lei, signor Presidente, che so anche di ideali cattolici, ricordo quanto ammonì Papa Pacelli: ”Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Sì, la pace è un dovere, signor Presidente. Stiamo desolando il mondo con uno stato di guerra continuo e proteiforme, e sembra che le armi più stupefacenti non bastino mai. Ma la guerra non finisce, anzi peggiora e si allarga. Sono passati tanti secoli da quando Tacito scrisse: “Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”, e stiamo ancora credendo (o facendo finta di credere) che la pace possa nascere dalla guerra. Facciamo al contrario, e con un atto di fiducia al quale possono e devono partecipare tutte le nazioni, investiamo nella scienza di pace, che può portare il benessere dove c’è la fame, l’acqua dove c’è il deserto, il dialogo dove c’è lo scontro di culture. Cerchiamo finalmente d’immaginare lo splendore di nuove generazioni sottratte  all’incubo della guerra e allevate nell’obiettivo della massima realizzazione dell’uomo. &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Umberto Veronesi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.peacelink.it/campagne/index.php?id=82&amp;amp;id_topic=37" target="_blank"&gt;FAI SENTIRE LA TUA VOCE E FIRMA LA CAMPAGNA "NO F35"&lt;/a&gt;!&lt;br&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><author>Marianna Lentini</author><source url="http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3292">Marianna Lentini</source><pubDate>Mon, 09 Jan 2012 04:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1326059355</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1326112424_42.jpg" length="293506" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1326059188_14/veronesi.jpg" length="227227" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">guerra</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">politica</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">Science for Peace</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">caccia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/archive">201201</category></item><item><title>Giù il colesterolo, ancora di più</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3280</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Le nuove linee guida europee abbassano il livello massimo consentito dei grassi nel sangue a 190. Ma più importante ancora, afferma il presidente della Società Italiana di Cardiologia, è guardare all’Ldl, la parte cosiddetta “cattiva”: qui le quote ammesse a seconda dello stato di salute vanno da 160 a 70&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1325500044_14.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=0" alt=""&gt;Il colesterolo perde quota. Deve perdere quota, massimo 190 quello totale ammesso, non più 200 o 220 come molti pazienti si ostinano a credere che vada bene. Già s’è abbassata tempo fa l’asticella della glicemia, massimo a 100 e non più a 110 com’era, altrimenti si va presto in zona diabete (a 126). Il paziente (noi tutti, a dire il vero) si sente perseguitato da una “intolleranza” crescente, impossibilitato a sentirsi in regola dagli obblighi che sfidano la buona volontà continuando ad aumentare e incombendo in primo luogo sulla dieta: non bere alcol, non mangiare questo, non mangiare quest’altro, devi alzarti da tavola sentendo fame… «Basta, ma cosa pretendono?!» sbotta qualcuno. Ma le linee guida europee sono impersonali e avanzano il loro diktat (per il nostro bene, sia chiaro) insensibili a rimostranze o contrattazioni.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Dunque la quota massima fissata dalla Società Europea di Cardiologia per il colesterolo totale, che comprende quello Ldl detto “cattivo” e quello Hdl detto buono”, è di 190.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;UNA FELICE ECCEZIONE-&lt;/strong&gt; Va schiusa subito una piccola finestra per una maggiore tolleranza: se non si ha alcun fattore di rischio si può allargarsi fin sotto i 220. Ma, attenzione, tra i fattori di rischio c’è il fumo, ci sono il sovrappeso, l’ipertensione, a parte le altre più gravi  disfunzioni che elencheremo più sotto insieme con il professor Salvatore Novo, presidente della Società Italiana di Cardiologia e ordinario di Malattie Cardiovascolari all’Università di Palermo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Più che al valore totale, a me pare più importante guardare al cosiddetto colesterolo “cattivo”», esordisce. «Perciò ritengo più significativo guardare a quanto già deciso in Italia, nel luglio scorso, con la nuova Nota 13 dell’AIFA sui casi permessi di erogazione gratuita, a spese del SSN, delle statine».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Col professor Novo passiamo in rassegna la normativa che indica pure, a secondo dei casi, quali statine assumere, in prima o in seconda scelta, e nei casi più complessi in associazione con l’ezetimibe.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;I VALORI AMMESSI DI LDL-&lt;/strong&gt; Dunque, il livello massimo di Ldl deve mantenersi &lt;strong&gt;uguale o inferiore a 160 &lt;/strong&gt;se la persona non presenta alcun fattore di rischio. &lt;strong&gt;Inferiore a 130&lt;/strong&gt; in presenza di due fattori di rischio. &lt;strong&gt;Meno di 100&lt;/strong&gt; in presenza di rischio alto come diabete o un insieme di quattro o cinque fattori di rischio, come a esempio nella Sindrome Metabolica (obesità addominale, HDL-C &amp;lt; 40 negli uomini e &amp;lt; 50 mg% nelle donne, trigliceridi &amp;gt; 150 mg%, glicemia a digiuno &amp;gt; 100 mg%, ipertensione arteriosa), sino ad arrivare a quota &lt;strong&gt;meno di 70&lt;/strong&gt; se si tratta di  persone che hanno già subito un infarto o un ictus o un altro accidente cardiovascolare.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«A proposito di quest’ultimo dato vanno purtroppo segnalati i dati di una Survey della Società Europea di Cardiologia (Euroaspire III, 2006) dimostrante che ben il 47,5% di quanti hanno avuto un infarto o un ictus oppure fatto un’angioplastica non riesce a raggiungere e a tenersi sotto quota 70 dell’Ldl», commenta il professor Salvatore Novo. «Un fatto positivo da citare per contrasto è che dopo l’emanazione della Nota 13 sulle statine gratuite c’è più gente che si cura e meglio».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Quanti hanno bisogno di curarsi e non lo fanno raggiungono cifre alte. Secondo l’Istituto Superiore della Sanità il 23% delle donne e il 21% degli uomini hanno un colesterolo totale molto alto e rispettivamente il 34% e 37% si tengono in zona sospetta tra 200 e 240.  Secondo un altro ente rilevatore di dati, l’Istat, ben il 20% degli italiani non ha mai fatto un esame per il colesterolo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Professor Novo, si parla sempre di abbassare il colesterolo “cattivo”. Ma perché, per contrastarlo, non si punta ad alzare quello “buono”?&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Ci sono ben pochi metodi per alzarlo», è la risposta. «L’attività fisica quotidiana e il bere un bicchiere di vino per pasto, specie se rosso, possono dare incrementi del 10-20%. Le statine riescono ad elevarlo solo del 5-10%, che è poco. Di recente con l’acido nicotinico più un inibitore delle prostaglandine si hanno risultati migliori. Ma non ancora soddisfacenti. Farmaci nuovi e promettenti sono alla studio, alcuni già in fase avanzata. Qui sta il domani».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Serena Zoli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 04 Jan 2012 05:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1325499694</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1325500044_14.jpg" length="162061" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1325500144_21/istock_000000414204xsmall.jpg" length="162061" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">sangue</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cuore</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cardiologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">colesterolo</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">grassi</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Asma: cambiano le Linee Guida</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3281</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;In aumento le crisi asmatiche nella fascia più giovane della popolazione. Le cause: scarsa conoscenza e poca attenzione ai fattori di rischio. Smog, inquinamento, microclima degli ambienti chiusi e fumo fra i principali indiziati nello sviluppo della sintomatologia&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1325500878_88.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=0" alt=""&gt;GINA (&lt;em&gt;Global iniziative for asthma&lt;/em&gt;) ridefinisce la classificazione della malattia secondo nuovi criteri. Passata in secondo piano l’intensità della malattia (lieve, media e grave), maggiore attenzione  viene oggi posta ai sintomi e alla loro durata, alle ripercussioni sulle attività quotidiane, alle limitazioni della funzionalità respiratoria e alla necessità di assumere broncodilatatori.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;UN DISTURBO SPESSO SOTTOSTIMATO–&lt;/strong&gt; Poca conoscenza dei fattori di rischio e di sviluppo dell’asma, mancata adesione alle cure, o limitata al bisogno, scarsa attenzione alla prevenzione: sono queste le ragioni che hanno portato ad un incremento dei casi di asma fra la popolazione. Secondo una indagine svolta da Doxopharma a soffrirne sono all’incirca il 5-7% degli italiani, ma a farne le spese maggiori sono soprattutto i 30enni e i 40enni a causa di poca accortezze nei riguardi della malattia o non regolarità delle cure. La conseguenza inevitabile è a detrimento della qualità della vita: sonno “cattivo” per difficoltà respiratorie, respiro sibilante, crisi più accentuate.&lt;span style="font-family: 'Lucida Grande';"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;«A scatenare la malattia – dice Walter Canonica, direttore della Clinica delle Malattie Respiratorie dell’Università degli Studi di Genova -, è una iperattività dei bronchi costretti a far fronte ad una esagerata contrazione della muscolatura liscia che riveste la parete bronchiale, a una eccessiva produzione di muco e a un gonfiore della mucosa respiratoria».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;FATTORI DI RISCHIO–&lt;/strong&gt; Allergeni, quali pollini, acari della polvere, peli degli animali in particolare di gatto, spore di muffe, sono solo alcuni degli agenti che possono attivare i meccanismi di sviluppo dell’asma. Vita meno facile hanno gli asmatici che risiedono nelle grandi città: inquinamento (anche se in maniera indiretta), anidride solforosa e monossido di carbonio spesso presenti nel microclima all’interno degli appartamenti, possono contribuire in maniera importante all’acutizzazione dei disturbi.&amp;nbsp;«Non dimentichiamo il fumo – aggiunge Canonica. Recenti ricerche hanno infatti messo in luce che può essere considerato come il principale responsabile delle crisi asmatiche anche fra i non fumatori».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;IDENTIKIT DELL’ASMA–&lt;/strong&gt; L’asma ha diversi volti. A tracciarli sono i sintomi e la durata con cui si manifesta, ma anche la reazione ai possibili fattori di rischio. Sono questi gli elementi che guidano gli specialisti nella definizione della terapia ad hoc che deve tener conto dunque sia di un trattamento farmacologico mirato sia dell’eliminazione e/o riduzione degli agenti responsabili della crisi. Broncodilatatori, sotto forma di spray e con una efficacia di circa 12 ore, uniti all’occorrenza a corticosteroidi spray sono le terapie standard per dare sollievo alla tosse secca e stizzosa, all’ammanco di aria o a un fischio a livello del torace spesso accompagnato da un senso di oppressione.&amp;nbsp;«In presenza di ripresa dei sintomi – assicura Canonica – esistono altri principi attivi che svolgono anche una azione antinfiammatoria. I più efficaci sono gli antileucotrieni, non idonei però in caso di asma grave o in presenza di disturbi al fegato e ai reni, e gli anticorpi monoclonali indicati quando l’asma è scatenata da allergeni presenti tutto l’anno».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LE REGOLE D’ORO DELLA PREVEZIONE–&lt;/strong&gt; Ma prima di arrivare alla crisi è possibile mettere in atto cinque mosse preventive. 1. Verificare le condizioni dei filtri in caso di allergia ai pollini, in particolare tra gennaio e febbraio e tra agosto e settembre; 2. Trattare le muffe in casa con prodotti adeguati e controllare periodicamente il buon funzionamento delle ventole di aspirazione delle cappe; 3. Eliminare gli acari dai mobili e dalle superfici con panni a carica elettrostatica; 5. Evitare cuscini, poltrone e materassi imbottiti con prodotti di origine animale e vegetale (kapok, canapa, crine vegetale, lana , piuma, iuta) all’interno dei quali gli acari si annidano con maggiore facilità.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;COSA FARE–&lt;/strong&gt; In presenza della classica sintomatologia asmatica è bene rivolgersi a un centro per le malattie respiratorie dove verrà eseguito un esame spirometrico per valutare la ‘qualità’ del respiro o, in caso di esame negativo, la misurazione della funzione respiratoria dopo l’inalazione di una sostanza specifica o di un esercizio fisico. In caso di positività al test e di asma di natura allergica, la sensibilità alla sostanza verrà valutata con il Prick test eseguito con l’applicazione sulla cute interna dell’avambraccio di alcune gocce della sostanza ‘incriminata’.&amp;nbsp;Consigliata resta l’ottima idratazione: abbondanti bevande calde (tre o quattro tazze al giorno) che aiutano a fluidificare il catarro nei polmoni.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Francesca Morelli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 03 Jan 2012 05:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1325500902</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1325500878_88.jpg" length="163394" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1325500865_48/istock_000016587825xsmall.jpg" length="163394" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">respirazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">polmoni</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">immunologia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">linee guida</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">asma</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Il mio augurio per il 2012</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3279</link><description>&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1325499390_97.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=426" alt="" class="eve_alignleft"&gt;Quale augurio più bello per l’anno nuovo? Me lo ha chiesto un lettore ed è facile per me, medico, augurare ciò che a tutti sta più a cuore e cioè la salute. Ma  ho anche un’antica speranza e un augurio per tutto il paese e cioè che si realizzi finalmente quella legge della riforma sanitaria, che dal 1978, attende di essere completamente attuata. Noi italiani, con quella legge, condividiamo con le altre nazioni dell’Unione Europea la rassicurante situazione del diritto alle cure mediche, qualunque sia l’organizzazione dei vari servizi sanitari.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Sono ormai 33 anni che abbiamo fatto questa conquista: quando fu approvata e varata, io ne fui veramente entusiasta, perché sulla carta rappresentava un momento alto della nostra democrazia. Il nostro servizio sanitario nacque come modello universalistico che garantisce le cure ad ogni cittadino, e le garantisce anche agli stranieri “presenti sul territorio italiano”, che siano regolari o clandestini.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ma quanto stabiliva quella legge illuminata non è stato mai completamente realizzato e molti sono i “tradimenti” che hanno alterato profondamente il nostro sistema sanitario.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Quello della prevenzione che prevedeva una capillare rete di ambulatori e di centri diagnostici sul territorio: ambulatori di salute mentale, ambulatori per gli adolescenti e per la famiglia, consultori pediatrici di zona, centri per la lotta all’alcolismo, al fumo, alla droga, centri per la riabilitazione, centri per la salute degli anziani; questo prevedeva quel grande progetto che avrebbe portato la cura e l’assistenza fin sotto casa dei cittadini.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Qualcosa si è fatto ma complice anche un federalismo mal gestito si hanno regioni dove la prevenzione è inesistente. Come inesistente o quasi è la modernizzazione della rete di strutture ospedaliere: se vai in albergo si dispone di una stanza singola ma negli ospedali italiani le camere singole sono una rarità. E continuano a valere regole di “orari visite” come se l’ospedale fosse una prigione con una o due ore di “aria” al giorno.   Durante la mia breve esperienza ministeriale avevo istituito una commissione di esperti, presieduta dall’architetto Renzo Piano, con il compito di proporre l’ospedale del futuro. Prevedeva una rete ospedaliera che vede le attività diagnostiche distribuite capillarmente nel territorio e le attività terapeutiche concentrate in un numero limitato di ospedali ad alta tecnologia. Un “modello” di ospedale, molto attento al benessere del paziente e dei suoi familiari, e al centro di una rete che concepisce la sanità come un’istituzione sanitaria “estesa”. In definitiva una Sanità come  un sistema “partecipato”, in cui le scelte vengano effettuate non soltanto in base a logiche di gestione ma tenendo ben presente le esigenze tutte particolari del cittadino che è un paziente.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Purtroppo, i progetti concreti sorti da quella idea si contano sulle dita di una mano, e  solo pochissimi sono stati realizzati con quei parametri. Ecco l’augurio che vorrei realizzato per il 2012.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Umberto Veronesi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><author>Daniele Banfi</author><source url="http://www.fondazioneveronesi.it/blogveronesi/3279">Daniele Banfi</source><pubDate>Mon, 02 Jan 2012 09:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1325499407</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1325499390_97.jpg" length="53280" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1325499186_65/veronesi.jpg" length="227227" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ospedali</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">sanità</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">legge</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ambulatori</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">salute</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">ospedale</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category></item><item><title>Emofilia: una speranza dalla terapia genica</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3271</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Nuove prospettive nella lotta ai difetti della coagulazione. Testata con successo una cura pilota su 6 pazienti. Ora la sperimentazione potrà estendersi ad un numero più ampio di persone &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1324983446_65.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=0" alt=""&gt;Passo avanti nella lotta all'emofilia. Grazie alla terapia genica sono stati curati con successo 6 malati. A documentare lo straordinario risultato è la prestigiosa rivista &lt;em&gt;New England Journal of Medicine&lt;/em&gt;. Il merito è di un team internazionale composto dai ricercatori della University College of London e del Jude Children's Research Hospital di Memphis.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LA MALATTIA-&lt;/strong&gt; Che cos'è l'emofilia? Da un punto di vista tecnico si tratta di una patologia genetica ereditaria caratterizzata dall'incapacità di produrre il giusto livello di alcuni fattori di coagulazione. Il risultato che ne consegue è che la persona affetta non riesce a coagulare il sangue. Un problema non indifferente poiché qualunque emorragia, dal semplice “sangue dal naso” ad un taglio più profondo, può provocare una considerevole perdita di sangue. Allo stato attuale si conoscono 3 differenti tipologie di emofilia, ciascuna collegata ad uno specifico difetto genetico che rende la cellula incapace di produrre il fattore corretto. Le più comuni sono le forme A e B dove mancano i fattori VIII e IX rispettivamente. Attualmente la terapia per trattare i malati emofilici si basa sull'assunzione, per via endovenosa almeno due o tre volte la settimana, della proteina mancante.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;LO STUDIO- &lt;/strong&gt;Da diversi anni, complice lo sviluppo delle tecniche di manipolazione genetica, si è sviluppato il filone di ricerca della “terapia genica”. L'idea di base comune a tutte le terapie si fonda sulla possibilità di poter sostituire in maniera duratura, e quindi senza somministrazioni regolari, il gene difettoso che causa la malattia. Ciò è possibile solamente attraverso l'utilizzo di un vettore, ovvero una vera e propria “navetta” di trasporto, capace di trasferire il materiale genetico all'interno della cellula malata. Il sistema che viene maggiormente utilizzato è composto dai virus opportunamente resi innoqui. Nel caso specifico della ricerca anglo-statunitense il gene sano inserito è quello che controlla il fattore IX della coagulazione. Allo studio hanno partecipato 6 malati ai quali è stato somministrato il virus per endovena con l'obiettivo di infettare le cellule epatiche, sede della naturale produzione della proteina in questione. Due di essi hanno ricevuto una bassa dose del virus modificato, due una dose intermedia e gli ultimi una più alta. Dai risultati è emerso che in tutti i pazienti la produzione del fattore IX della coagulazione è aumentata dal 2% al 12% e la necessità delle iniezioni come cura convenzionale si è ridotta.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;PROSPETTIVE FUTURE- &lt;/strong&gt;Tra le varie problematiche che hanno sempre frenato l'utilizzo della terapia genica vi è quella legata al posizionamento del virus. Spesso l'integrazione del materiale genetico può avvenire in maniera del tutto casuale e ciò è un pericolo poiché può interrompere l'attività di alcuni geni considerati fondamentali. Il virus utilizzato invece per questo esperimento sembrerebbe essere quello ideale poiché incapace di integrarsi nel genoma. Prossimo passo nella ricerca sarà ora quello di sottoporre più pazienti al trattamento, monitorarli per più tempo e controllare eventuali effetti negativi per avere la sicurezza che il trattamento sia efficace e innocuo per la salute.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 02 Jan 2012 05:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1324983474</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1324983446_65.jpg" length="120931" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1324983425_69/istock_000012023891xsmall.jpg" length="120931" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">sangue</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">terapia genica</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">malattie del sangue</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">emofilia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">geni</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Togliere il sonno per togliere la depressione</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3273</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;L’insonnia forzata a cicli di 36 ore di veglia: una terapia dai grandi risultati contro l’umor nero e in particolare per il disturbo bipolare. Spesso è abbinata la cura della luce. Si tratta di regolare il nostro orologio biologico che nei depressi è come in continuo jet lag&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1322747908_56.jpg?r=4&amp;amp;w=300&amp;amp;h=282" alt=""&gt;La depressione spesso toglie il sonno, ma togliendo il sonno si può battere la depressione. Non è un gioco di parole, bensì la constatazione di quanto sia centrale il sonno nei disturbi dell’umore O come sintomo (insonnia se non, al contrario, ipersonnia) oppure come metodo di cura con il paziente tenuto forzatamente sveglio.&amp;nbsp;Non è cosa nuova, ma neanche particolarmente nota e diffusa questa terapia, spesso associata alla cura della luce e dunque di speciale attualità nei tempi invernali in cui è il buio a prevalere sul sole e le depressioni possono insorgere “causa stagione”.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Ne parliamo con la psichiatra responsabile del Centro dei Disturbi dell’umore dell’Ospedale San Raffaele di Milano, la professoressa Cristina Colombo. E apprendiamo in prima istanza che quella che veniva comunemente chiamata “deprivazione del sonno” è stata convertita in positivo in “terapia della veglia”. «Così sembriamo meno sadici», sorride la professoressa Colombo.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Sul binomio sonno/depressione – informa -  c’è tuttora un vivace filone di ricerca. Intanto si procede nella pratica medica col metodo di tenere svegli i pazienti per 36 ore consecutive, per tre volte la settimana. Tipo: dalle 9 di stamattina alle 9 di domani sera. Alle 21 di domani comincia una notte di recupero del sonno. Poi ancora la veglia».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Ma come li tenete svegli i pazienti?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Ci sono degli educatori preparati: chiacchiere, film, giochi. Il momento più duro è attorno alle 3 di notte, poi, superato quello scoglio, la veglia è più facile».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;E i risultati?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Straordinari. Già nella prima settimana si hanno miglioramenti netti per l’85% dei pazienti. Poi c’è un calo, è vero, ma resistono a star meglio il 65% dei casi. Che è un’ottima percentuale. Pari a quella dei farmaci che in media, considerando l’uso di un solo medicinale,  arriva a 60-75%».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Già, però combinando insieme vari prodotti si arriva a percentuali di netto miglioramento o di piena remissione dei sintomi molto più alti.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Vero. Ma anche la terapia della veglia si può sommare all’impiego di antidepressivi. Ne potenzia l’azione».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;La depressione viene anche definita “malattia del tempo” in quanto è vissuta come una paralisi della vita, un dolore che conosce solo il presente, e queste terapie che impiegano il sonno e pure la luce vengono definite “cronoterapie”. Terapie attuate attraverso il gioco del tempo. Perché?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Perché centrale sembra essere il nostro orologio biologico, la cui posizione è stata individuata nel cervello, appena sopra il chiasma ottico che è l’incrocio dei due nervi ottici. E’una piccolissima zona estremamente sensibile alla luce. Quando al mattino la luce passa per la retina dà l’avvio a tutte le funzioni fisiologiche del nostro corpo che servono per affrontare la giornata, dalla produzione degli zuccheri a quella delle proteine, alla crescita dei capelli, al ricambio delle cellule di organi e pelle…. Tra questi la produzione della serotonina di giorno e della melatonina di notte».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;E la serotonina è centrale nel processo della depressione e della sua cura.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Infatti. E il nostro orologio interno al cervello è correlato al sonno: cala la luce e aumenta la melatonina e la voglia di  dormire. Nei depressi però questo orologio è sballato, si immagini un continuo stato di jet lag, per cui toccando il ritmo del sonno e aumentando la luce si possono avere risultati incredibili».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;La luce quanta e con che sistemi?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Con lampade luminosissime. I pazienti vi vengono sottoposti per mezz’ora ad ogni risveglio sia che facciano la terapia della veglia, sia che assumano solo terapia farmacologica. A volte capita che dei malati di depressione stiano già bene così, senza bisogno di farmaci».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Ma una terapia del genere dovrebbe essere molto più diffusa e praticata. Come mai non lo è? Sono rari i centri, come le Ville Turro del San Raffaele, che la praticano. Non sarà, spero, perché altrimenti le case farmaceutiche guadagnerebbero meno…&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Beh, certo il mercato dei farmaci non è bendisposto, ma il problema vero è legato alla struttura dei reparti di psichiatria, sono pochissimi i posti dedicati esclusivamente alla cura della depressione dove è possibile attuare tecniche terapeutiche specifiche&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Di depressi ci sono almeno due tipi. Gli unipolari, che conoscono solo la tristezza, e i bipolari che ‘saltano’ da buie disperazioni a luminose euforie, pure deliranti. La mania. A quali si addicono queste cronoterapie?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Con i bipolari direi quasi che è una manna. Perché con i farmaci è più facile che ‘scappino’ nell’euforia».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;E con l’insonnia forzata e la luce no?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Sì, ma è più facile controllare la mania. Basta spegnere la luce».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Esiste anche una terapia del buio, mi pare…&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«Sì. Per “domare” la mania si fa buio dalle 18 alle 8, dunque per 14 ore, con riposo a letto forzato del paziente in stato maniacale, inducendo il sonno con sonniferi. In genere i bipolari riusciamo a stabilizzarli molto bene. In genere per loro basta una settimana di deprivazione del sonno e di terapia della luce. Meno bene va con le depressioni maggiori ricorrenti. Con loro usiamo solo la cura della luce: tutte le mattine per  mezz’ora finché sono ricoverati. Anzi, a questi pazienti consigliamo di comprarsela una lampada così e di usarla a casa».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;I dati, prego, per comprarla?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«In un grande magazzino costa 40-50 €, una cifra così. Le caratteristiche sono semplicemente legate all’intensità luminosa che deve essere di circa 10.000 lux.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;La lampada va tenuta accesa al mattino per mezz’ora, il paziente sta nella stanza, a un metro e mezzo circa di distanza dalla lampada, senza fissarla, può leggere, muoversi, fare quello che vuole, tranne, ovviamente indossare occhiali scuri. C’è infine un’altra schiera di pazienti depressi che riceve grande beneficio dalla light therapy: le donne incinte, che almeno per il primo trimestre non possono prendere farmaci, dunque con loro  ricorriamo alla luce come antidepressivo privo di effetti collaterali».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Altre categorie di depressi?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;«I ciclotimici, quelli con rapidi passaggi dalla depressione alla mania, continuamente su e giù d’umore come sulle montagne russe. Il concetto per l’intervento è sempre ispirato al riposizionamento dell’orologio biologico. Li si induce a dormire con un progressivo “avanzamento di fase” di due ore in due ore cominciando a mandarli a letto alle 10 di mattina e facendoli dormire con sonniferi fino alle 2 di notte. Il giorno dopo li si fa dormire dalle 12 e così avanti finché li si riporta a dormire dalle 8 di sera. Si tratta sempre di arrivare a ri-sincronizzare il ritmo sonno/veglia con gli altri ritmi biologici, così ottenendo la remissione completa della sintomatologia depressiva. E poiché l’orologio non si può far girare all’indietro, si può solo spostarlo in avanti».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;Serena Zoli&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 29 Dec 2011 06:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1324990455</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1322747908_56.jpg" length="148321" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1324990409_82/donna_pensierosa.jpg" length="120022" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">cervello</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">mente e psiche</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">insonnia</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">depressione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">altre news</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">mente</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">mente e psiche</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item><item><title>Il vizio dell'alcol è contagioso</title><link>http://www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/3270</link><description>&lt;div class="eve_deck"&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;Chi pratica il “binge drinking”, cioè il bere smodato, influenzerebbe negativamente il consumo di alcolici del partner. Il parere del professor Veronesi&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;img class="eve_alignleft" src="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1303220782_25.jpg?r=4&amp;amp;w=240&amp;amp;h=424" alt=""&gt;Bere è un vizio contagioso come il raffreddore: infatti il rischioso comportamento del binge drinking (bere tanti bicchieri in un lasso di tempo strettissimo, ad esempio in una sola serata) si ''trasmette'' tra i partner all'interno di una coppia quando uno dei due lo pratica e l'altro no. Sono i risultati di uno studio diretto dallo psicologo Simon Sherry della &lt;em&gt;Dalhousie University&lt;/em&gt; di Halifax, e appena pubblicato sulla rivista specializzata nei comportamenti tipici della tossicodipendenza &lt;em&gt;Psychology of Addictive Behaviors&lt;/em&gt;. Gli psicologi hanno seguito il comportamento, in quanto ad abitudini alcoliche, di 208 giovani coppie di 20enni, nell'arco di appena 28 giorni. E' emerso che in questa brevissima finestra temporale il comportamento di uno dei partner e' in grado di influenzare quello dell'altro in fatto di consumo di alcol.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;SIGNIFICATO DEL BERE-&lt;/strong&gt; «Il problema è che ormai l’alcol più che consumato viene “usato”. Oggi i giovani, ma spesso anche gli adulti e tra questi le donne in particolare, hanno trasformato il significato originale del bere, il rito tradizionale dei nostri pasti, in un valore comportamentale in funzione degli effetti che l’alcol è in grado di esercitare sulle performance personali» dichiara il professor Umberto Veronesi. Oggi infatti si beve per sentirsi più sicuri, più loquaci, per facilitare le relazioni interpersonali, per apparire più emancipati e più “trendy”, per essere più facilmente accettati dal gruppo o, in alcuni casi, per conquistare un ruolo di leadership. «Così l’alcol è diventato un fattore di rischio, ma a differenza di altri fattori, come il fumo o le droghe pesanti, gode di una accettazione sociale e di una familiarità legate alla cultura italiana del bere, una cultura mediterranea, che pone il consumo di vino come componente inseparabile dell’alimentazione» continua Umberto Veronesi.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;NO AL PROIBIZIONISMO-&lt;/strong&gt; Una delle correnti di pensiero che in passato, soprattutto negli Stati Uniti si diffuse maggiormente, fu quella del proibizionismo. Come per quanto riguarda il fumo di sigarette, il proibizionismo non risolve il problema, ma ne crea altri, favorendo il mercato nero gestito dalla criminalità organizzata. «Questo discorso -spiega Veronesi- in via di principio vale anche per l’alcol. Per antica convinzione sono antiproibizionista e da sempre sono convinto che ognuno di noi deve avere la libertà di scegliere la vita che meglio crede. Dunque non si deve proibire ma porre dei limiti: uno può bere quanto vuole, ma se poi guida in stato di ebbrezza e diventa un pericolo per altri, deve essere sanzionato e impedito. D’altronde una legge, quella che proibisce la vendita e la somministrazione di alcolici al di sotto dei 16 anni, esiste già, ma è poco o per nulla rispettata».&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;EFFETTI NEGATIVI NEI GIOVANI-&lt;/strong&gt; Nonostante i giovani debbano essere educati al consumo responsabile di alcol, bisogna ricordare che prima dei 15 anni non si dovrebbe bere. «A questa età l’apparato digerente non ha ancora completato la maturazione del sistema enzimatico con il quale il nostro organismo riesce a “smaltire” l’alcol che introduciamo e questo espone gli adolescenti a un maggior rischio» conclude Umberto Veronesi. Dobbiamo anche ricordare che lo smaltimento è differente per i due sessi: quello femminile è in grado di eliminare solo la metà dell’alcol ingerito rispetto a quanto avviene per i maschi.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;QUANTO BERE?-&lt;/strong&gt; Non esistono evidenze scientificamente fondate per stabilire un limite sicuro. Un bicchiere di vino, una lattina di birra, un aperitivo analcolico, un bicchierino di superalcolico, contiene circa 12 grammi di alcol. Mentre gli adulti non dovrebbero superare la soglia dei 40 grammi al giorno per gli uomini e di 20 grammi per le donne (corrispondenti a 2-3 bicchieri e 1-2 rispettivamente), per i giovani tali limiti dovrebbero essere ulteriormente ridotti.&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: justify;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="http://twitter.com/danielebanfi83"&gt;Daniele Banfi&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 27 Dec 2011 09:00:00 -0000</pubDate><guid isPermaLink="false">http://interfaces.prod.fondazioneveronesi.it/API/feeds/user_14-1324981677</guid><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/articlephoto/file1303220782_25.jpg" length="126164" type="text/html"></enclosure><enclosure url="http://images.prod.fondazioneveronesi.it/attachment/1324981602_80/vino_rosso_vigneto_brindisi.jpg" length="189708" type="text/html"></enclosure><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">dipendenze</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/maincategory">alcol</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/category">alcol</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">alimentazione</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">alcol</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">vino</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/features">disablecomment</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">dipendenza</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/topics">droga</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article/status">published</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/content">carousel</category><category domain="http://www.fondazioneveronesi.it/schema/article">views</category></item></channel></rss>
