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Alimentazione

Mangiare salato costa salato

pubblicato il 26-03-2013

La riduzione del sale, soprattutto per chi mangia fuori casa, è una raccomandazione mai abbastanza ripetuta. E’ l’invito della Società italiana di nutrizione umana che ha scritto anche il decalogo “scacciasale”

Mangiare salato costa salato

La riduzione del sale, soprattutto per chi mangia fuori casa, è una raccomandazione mai abbastanza ripetuta. E’ l’invito della Società italiana di nutrizione umana

L’abitudine a mangiare salato è un problema che riguarda molti Paesi del mondo e la Società italiana di nutrizione umana (SINU) ha deciso di sostenere e partecipare alla Settimana mondiale per la riduzione del sale, con una particolare attenzione ai pasti fuori casa, sia quelli consumati al ristorante, sia quelli consumati nella ristorazione collettiva.

IL NEONATO MANGIA CIBI SENZA SALE - Ma perché si mangia salato se alla nascita il neonato viene abituato a mangiare cibi senza sale? «E’ una questione di educazione ambientale – spiega Michele Carruba, direttore studi e ricerche sull’alimentazione all’università di Milano – da quando si è scoperto che il sale ha proprietà conservative dei cibi (salamoie, insaccati) a mano a mano il cittadino si è abituato a mangiare salato e quindi a preferire cibi con aggiunta di sale. Purtroppo anche i bambini che vivono in famiglie che gradiscono il sapore salato, si abituano a preferire cibi salati. E’ dunque la cattiva abitudine degli adulti a condizionare i gusti dei bambini. Da qui le azioni delle multinazionali che mettono in commercio prodotti con sale. Oltre al sale che aggiungiamo a tavola, c’è sale “nascosto” in tutti i prodotti confezionati. Basta guardare l’etichetta».

EDUCAZIONE AMBIENTALE - Come sempre succede, dunque, sono i bambini che dovrebbero educare i genitori, proprio come accade per altre cattive abitudini (vedi il fumo di sigaretta). La maggior parte dei bambini, infatti, trascorre i primi anni di vita negli asili e alle scuole elementari, dove si consuma almeno un pasto. Non potrebbe partire da qui la campagna per la riduzione del sale? «Certamente – risponde Carruba – ed è quello che abbiamo fatto alla refezione scolastica milanese. Quando ero presidente di Milano ristorazione, la società del Comune che si preoccupa di preparare 90.000 pasti al giorno per i bambini delle scuole, oltre a preparare piatti con meno sale, abbiamo fatto una indagine fra gli alunni presentando diverse tipologie di piatti. Ebbene i bambini delle elementari preferivano i piatti con meno sale. L’abitudine al sale, infatti, non è imposta biologicamente, ma viene proposta dai genitori nel corso degli anni della crescita. E così anche il bambino finisce per mangiare salato. Alle mamme, infatti, non piace la pappa del neonato  e a poco a poco, nel corso dello svezzamento, introduce sale e così il bambini si abituano a mangiare salato».

LE FAMIGLIE MILANESI - Bisogna, quindi, ripartire dall’educazione familiare? «Milano è capofila in questo – aggiunge Carruba – perché da una indagine su come mangiano 25.000 famiglie milanesi, si è scoperto che Milano è la città con più basso impatto sull’obesità infantile. Soltanto il 4% dei bambini è obeso rispetto al 12% della media italiana. Questo perché il 100% dei bambini milanesi assume almeno un pasto a scuola, bilanciato da punto di vista nutrizionale seguendo le linee guida dell’Istituto nazionale ricerca per gli alimenti e la nutrizione (INRAN). Inoltre, i panificatori milanesi hanno accettato l’invito a produrre pane sempre con meno sale, in modo da educare a poco a poco anche la popolazione adulta. Insomma, basta ricordare che obesità più ipertensione portano a problemi cardiovascolari. Quindi il mio consiglio è mangiare meno cibi salati».

Edoardo Stucchi


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