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Neuroscienze

L'uomo che aveva il terrore dello sporco

pubblicato il 28-10-2011

Ho sofferto per anni di ossessione per la pulizia. La mia giornata cominciava alle 16. Solo allora ero pronto per uscire come gli altri fanno alle 8 del mattino. E’ che passavo 4 ore nella notte sotto la doccia

L'uomo che aveva il terrore dello sporco

«Ho sofferto per anni di ossessione per lo sporco. La mia giornata cominciava alle 16. Solo allora ero pronto per uscire come gli altri alle 8 del mattino. E’ che passavo 4 ore nella notte sotto la doccia per andare a letto pulito e altre due quando mi svegliavo per cominciare pulito la giornata. Trovavo la cosa assurda, ma non potevo frenarmi. Solo per lavarmi le mani ci mettevo un’ora. A me non è successo, ma so di altri che si procurano delle escoriazioni a causa dei tanti lavaggi insistiti. Ero rappresentante di commercio e all’inizio mi sono difeso il più possibile, gli orari potevo arrangiarli, cercavo di nascondere le mie fobie. Non farmi notare, per esempio, in attesa davanti a una porta con la maniglia: io non l’avrei mai toccata (chissà quanti germi!) così aspettavo che qualcuno passasse per la porta e l’aprisse, dunque, anche per me. Che benedizione quei battenti di vetro che si spalancano da soli quando ti avvicini.

«La mia auto la usavo solo io, divieto tassativo anche per mia moglie. Ossessionavo quelli del lavaggio per la pulizia sia esterna sia ancor di più interna. E pretendevo che usassero solo stracci puliti, nuovi. Ma dopo un certo tempo non mi bastò: a toccare il volante non mi fidavo. Chiuso con l’auto.

«Chiuso anche col lavoro di conseguenza. Fortuna che mia moglie lavora e uno stipendio entrava. Tempo libero, così a volte andavo al cinema nel tardo pomeriggio con nostro figlio che aveva 4 anni, eppure spettava a lui allungare i soldi alla cassa: io non toccavo né monete né banconote.

«Altro ancora. Per le mie posate a tavola, chiedevo a mia moglie se le aveva lavate lei personalmente – di lei mi fidavo – ma non bastava un suo sì. Per ogni tipo di rassicurazioni – e ne chiedevo tante – non bastava che mia moglie mi rispondesse: doveva farlo per tre volte e senza cambiare lo schema della risposta. Altrimenti si doveva ricominciare da capo.

«Un altro esempio: per telefonare, col telefono di casa o col cellulare, mi munivo di un bastoncino cotton fioc e premevo con quello i tasti. Una vita impossibile! Non baciavo nemmeno più mio figlio. Gli amici che sapevano o mi vedevano fare strani rituali mi spingevano a sforzarmi, a vincermi. Ma non potevano capire che ero d’accordo con loro sull’assurdità dei miei gesti, ma dentro di me c’era una spinta ineluttabile a compierli. Come farlo capire? Mi isolai sempre di più, per fortuna mia moglie aveva una pazienza da santa e capiva che non potevo farci niente.

«Sostenuto da lei, feci vari tentativi medici finché non mi consigliarono uno psicoterapeuta di indirizzo cognitivo-comportamentale: oltre che parlare, mi faceva eseguire dei “compiti” insieme a lui, poi da solo. Per esempio, farmi arrivare progressivamente a non temere più una maniglia e impugnarla, a farmi bastare una risposta, proprio proprio se un giorno ci ricadevo con due sole ripetizioni. E’ andata bene, per essere più veritieri: meglio. Ho ripreso a guidare, a maneggiare i soldi, a controllare la mia ansia dinanzi a cose sporche o potenzialmente sporche. Però ho avuto più di una ricaduta. Le cose si sono stabilizzate quando sono andato anche dallo psichiatra e alla psicoterapia è stata abbinata una cura farmacologica.

«Ormai ho ripreso a lavorare e guarito non sono, però le mie manie sono di meno e più leggere. Alcuni giorni che non devo lavorare mi ci abbandono completamente, quasi come ai vecchi tempi. E’ una specie di sfogatoio dell’ansia, credo. Pazienza se qualche domenica mi va via così. Anche mio figlio ha imparato a capirmi».

Enrico, Perugia


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