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Pediatria

Scuola e tecnologie: un tablet ci salverà?

pubblicato il 20-09-2012
aggiornato il 14-01-2017

La chiamano Scuola 2.0. I progetti ministeriali portano tecnologie avanzate nella scuola. Ma la sfida, osservano gli addetti ai lavori, è portare innovazione

Scuola e tecnologie: un tablet ci salverà?

Oggi sono i tablet, ieri erano i personal computer. Forse pochi lo ricordano, ma il mantra “portiamo i computer nella scuola” risale al 1985, con l’allora ministro Franca Falcucci e il Pni, il Piano Nazionale di Informatica, che prevedeva 4 miliardi di lire nei primi 3 anni e che terminò nel 1990, coinvolgendo 23.000 insegnanti e 2.700 istituti. Era l’epoca del primo Windows e del processore Intel 386.

Quasi 30 anni dopo, l’anno scolastico si apre con i progetti di digitalizzazione della scuola presentati dal Ministero. In primo piano (ancora) un computer in ogni classe (24 milioni di euro per 34.558 classi delle scuole medie e 62.600 classi delle scuole superiori) e l’assegnazione di un tablet agli insegnanti di 2.128 scuole di Puglia, Campania, Sicilia e Calabria (questa selezione geografica è l’aspetto più discusso). Siamo davvero alla scuola 2.0 come da più parti proclamato? E soprattutto come mai la scuola, che dovrebbe essere il primo mediatore fra società e nuovi saperi, torna come luogo in cui l’innovazione deve essere di tanto in tanto inoculata a forza? 

GLI OGGETTI NON BASTANO - Massimiano Bucchi, docente di Sociologia della Scienza e di Comunicazione presso la facoltà di Sociologia dell’Università di Trento e relatore alla Conferenza Mondiale sul futuro della scienza dedicata alle nanotecnologie la pensa così: «Un tablet agli insegnanti è senz’altro una buona notizia. Ma perché si vede sempre l’innovazione solo come oggetto tecnologico? Come se una volta posseduto tutto fosse fatto. Oltre alle carenze ben note come quelle infrastrutturali, c’è un problema di cultura dell’innovazione». 

GLI ITALIANI E LE NOVITA' HIGH-TECH - In Italia ancora soffriamo di una rapporto poco maturo con le nuove tecnologie, «guardate o con timore o con aspettative miracolistiche. Dalle nostre indagini (focus sulle tecnologie digitali, Annuario Scienza e Società 2011) appare un paese con grande familiarità per i nuovi media ma non una cultura adeguata. Postiamo le foto su internet, poi non sappiamo tutelare la nostra privacy. Emerge una distonia fra la possibilità di fare delle cose e la capacità di comprenderne le applicazioni». E la scuola? «In passato le novità tecnologiche erano fortemente mediate da attori sociali, come la scuola. Queste tecnologie invece interrogano la dimensione delle scelte individuali. Trovare il modo di farci i conti è una delle grandi sfide di una società sempre più frammentata».

IL FUTURO SI IMPARA - Quali strade ci porteranno nel futuro? Sempre la cultura e l’istruzione. «Le persone più istruite – osserva Bucchi - si sentono più pronte a gestire eventuali applicazioni anche sconosciute, anche poco comprese. Credo che la soluzione sia una solida e moderna istruzione di base che deve avere voglia di guardare in faccia l’innovazione. Non è credibile una scuola che chiuda gli occhi. Tendiamo sempre a sovrastimare l’impatto del nuovo, ma ricordiamo che 4 italiani su 10 possono definirsi tecnoesclusi, cellulare a parte». Età e scolarizzazione sono una discriminante fondamentale.

OCCASIONI DA NON SPRECARE - «Sono ottimista - conclude Bucchi -. C’è del nuovo, l’Italia è un paese diversificato con realtà molto innovative. Ecco perché un intervento a tappeto può essere poco efficace». O per dirla con Carlo Bucci, coordinatore del progetto che ogni anno porta centinaia di studenti ad assistere alla Conferenza sul Futuro della Scienza: «Ma ben vengano i tablet e i computer. Però formiamo gli insegnanti, altrimenti è come dare una Ferrari a chi è sempre andato a piedi».

 

Donatella Barus
Donatella Barus

Giornalista professionista, dirige dal 2014 il sito della Fondazione Umberto Veronesi. E’ laureata in Scienze della Comunicazione, ha un Master in comunicazione. Dal 2003 al 2010 ha lavorato alla realizzazione e redazione di Sportello cancro (Corriere della Sera e Fondazione Veronesi). Ha scritto insieme a Roberto Boffi il manuale “Spegnila!” (Rizzoli), dedicato a chi vuole smettere di fumare.


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