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Neuroscienze
Serena Zoli
pubblicato il 08-02-2012

Togliere il sonno per togliere la depressione



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L’insonnia forzata a cicli di 36 ore di veglia: una terapia dai grandi risultati contro l’umor nero e in particolare per il disturbo bipolare. Spesso è abbinata la cura della luce. Si tratta di regolare il nostro orologio biologico che nei depressi è come in continuo jet lag

Togliere il sonno per togliere la depressione

L’insonnia forzata a cicli di 36 ore di veglia: una terapia dai grandi risultati contro l’umor nero e in particolare per il disturbo bipolare. Spesso è abbinata la cura della luce. Si tratta di regolare il nostro orologio biologico che nei depressi è come in continuo jet lag

La depressione spesso toglie il sonno, ma togliendo il sonno si può battere la depressione. Non è un gioco di parole, bensì la constatazione di quanto sia centrale il sonno nei disturbi dell’umore O come sintomo (insonnia se non, al contrario, ipersonnia) oppure come metodo di cura con il paziente tenuto forzatamente sveglio. Non è cosa nuova, ma neanche particolarmente nota e diffusa questa terapia, spesso associata alla cura della luce e dunque di speciale attualità nei tempi invernali in cui è il buio a prevalere sul sole e le depressioni possono insorgere “causa stagione”.

Ne parliamo con la psichiatra responsabile del Centro dei Disturbi dell’umore dell’Ospedale San Raffaele di Milano, la professoressa Cristina Colombo. E apprendiamo in prima istanza che quella che veniva comunemente chiamata “deprivazione del sonno” è stata convertita in positivo in “terapia della veglia”. «Così sembriamo meno sadici», sorride la professoressa Colombo.

«Sul binomio sonno/depressione – informa - c’è tuttora un vivace filone di ricerca. Intanto si procede nella pratica medica col metodo di tenere svegli i pazienti per 36 ore consecutive, per tre volte la settimana. Tipo: dalle 9 di stamattina alle 9 di domani sera. Alle 21 di domani comincia una notte di recupero del sonno. Poi ancora la veglia».

Ma come li tenete svegli i pazienti?

«Ci sono degli educatori preparati: chiacchiere, film, giochi. Il momento più duro è attorno alle 3 di notte, poi, superato quello scoglio, la veglia è più facile».

E i risultati?

«Straordinari. Già nella prima settimana si hanno miglioramenti netti per l’85% dei pazienti. Poi c’è un calo, è vero, ma resistono a star meglio il 65% dei casi. Che è un’ottima percentuale. Pari a quella dei farmaci che in media, considerando l’uso di un solo medicinale, arriva a 60-75%».

Già, però combinando insieme vari prodotti si arriva a percentuali di netto miglioramento o di piena remissione dei sintomi molto più alti.

«Vero. Ma anche la terapia della veglia si può sommare all’impiego di antidepressivi. Ne potenzia l’azione».

La depressione viene anche definita “malattia del tempo” in quanto è vissuta come una paralisi della vita, un dolore che conosce solo il presente, e queste terapie che impiegano il sonno e pure la luce vengono definite “cronoterapie”. Terapie attuate attraverso il gioco del tempo. Perché?

«Perché centrale sembra essere il nostro orologio biologico, la cui posizione è stata individuata nel cervello, appena sopra il chiasma ottico che è l’incrocio dei due nervi ottici. E’una piccolissima zona estremamente sensibile alla luce. Quando al mattino la luce passa per la retina dà l’avvio a tutte le funzioni fisiologiche del nostro corpo che servono per affrontare la giornata, dalla produzione degli zuccheri a quella delle proteine, alla crescita dei capelli, al ricambio delle cellule di organi e pelle…. Tra questi la produzione della serotonina di giorno e della melatonina di notte».

E la serotonina è centrale nel processo della depressione e della sua cura.

«Infatti. E il nostro orologio interno al cervello è correlato al sonno: cala la luce e aumenta la melatonina e la voglia di dormire. Nei depressi però questo orologio è sballato, si immagini un continuo stato di jet lag, per cui toccando il ritmo del sonno e aumentando la luce si possono avere risultati incredibili».

La luce quanta e con che sistemi?

«Con lampade luminosissime. I pazienti vi vengono sottoposti per mezz’ora ad ogni risveglio sia che facciano la terapia della veglia, sia che assumano solo terapia farmacologica. A volte capita che dei malati di depressione stiano già bene così, senza bisogno di farmaci».

Ma una terapia del genere dovrebbe essere molto più diffusa e praticata. Come mai non lo è? Sono rari i centri, come le Ville Turro del San Raffaele, che la praticano. Non sarà, spero, perché altrimenti le case farmaceutiche guadagnerebbero meno…

Beh, certo il mercato dei farmaci non è bendisposto, ma il problema vero è legato alla struttura dei reparti di psichiatria, sono pochissimi i posti dedicati esclusivamente alla cura della depressione dove è possibile attuare tecniche terapeutiche specifiche

Di depressi ci sono almeno due tipi. Gli unipolari, che conoscono solo la tristezza, e i bipolari che ‘saltano’ da buie disperazioni a luminose euforie, pure deliranti. La mania. A quali si addicono queste cronoterapie?

«Con i bipolari direi quasi che è una manna. Perché con i farmaci è più facile che ‘scappino’ nell’euforia».

E con l’insonnia forzata e la luce no?

«Sì, ma è più facile controllare la mania. Basta spegnere la luce».

Esiste anche una terapia del buio, mi pare…

«Sì. Per “domare” la mania si fa buio dalle 18 alle 8, dunque per 14 ore, con riposo a letto forzato del paziente in stato maniacale, inducendo il sonno con sonniferi. In genere i bipolari riusciamo a stabilizzarli molto bene. In genere per loro basta una settimana di deprivazione del sonno e di terapia della luce. Meno bene va con le depressioni maggiori ricorrenti. Con loro usiamo solo la cura della luce: tutte le mattine per mezz’ora finché sono ricoverati. Anzi, a questi pazienti consigliamo di comprarsela una lampada così e di usarla a casa».

I dati, prego, per comprarla?

«In un grande magazzino costa 40-50 €, una cifra così. Le caratteristiche sono semplicemente legate all’intensità luminosa che deve essere di circa 10.000 lux.

La lampada va tenuta accesa al mattino per mezz’ora, il paziente sta nella stanza, a un metro e mezzo circa di distanza dalla lampada, senza fissarla, può leggere, muoversi, fare quello che vuole, tranne, ovviamente indossare occhiali scuri. C’è infine un’altra schiera di pazienti depressi che riceve grande beneficio dalla light therapy: le donne incinte, che almeno per il primo trimestre non possono prendere farmaci, dunque con loro ricorriamo alla luce come antidepressivo privo di effetti collaterali».

Altre categorie di depressi?

«I ciclotimici, quelli con rapidi passaggi dalla depressione alla mania, continuamente su e giù d’umore come sulle montagne russe. Il concetto per l’intervento è sempre ispirato al riposizionamento dell’orologio biologico. Li si induce a dormire con un progressivo “avanzamento di fase” di due ore in due ore cominciando a mandarli a letto alle 10 di mattina e facendoli dormire con sonniferi fino alle 2 di notte. Il giorno dopo li si fa dormire dalle 12 e così avanti finché li si riporta a dormire dalle 8 di sera. Si tratta sempre di arrivare a ri-sincronizzare il ritmo sonno/veglia con gli altri ritmi biologici, così ottenendo la remissione completa della sintomatologia depressiva. E poiché l’orologio non si può far girare all’indietro, si può solo spostarlo in avanti».

DORMIRE BENE PROTEGGE
DALLA DEPRESSIONE? 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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