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Alimentazione
Paola Scaccabarozzi
pubblicato il 17-03-2023

La Sugar Tax funziona? Sì, ma da sola non basta



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La tassazione sulle bevande zuccherate nel Regno Unito pare avere un effetto significativo solo sulle ragazzine. Perché? E qual è la situazione in Italia?

La Sugar Tax funziona? Sì, ma da sola non basta

La Sugar Tax è una tassa sulle bevande zuccherate. Varata nel 2019 dal Governo Conte e reiteratamente rinviata, sarebbe dovuta entrare in vigore il primo gennaio di quest’anno (legge n. 197/2022), e invece la sua applicazione sarà effettiva solo dal primo gennaio 2024. Lo scopo, quello di aiutare a ridurre il consumo dei prodotti con elevate quantità di zuccheri, considerati tra i responsabili dell’aumento del peso e dell’obesità. Ma è davvero un provvedimento efficace? A quali condizioni? Ecco che cosa sappiamo delle esperienze finora attuate.

 

UN RECENTE STUDIO UK

Secondo uno studio pubblicato a fine gennaio su PLOS Medicine e condotto dai ricercatori della University of Cambridge School of Clinical Medicine, la tassazione sulle bevande analcoliche, introdotta nel Regno Unito nel 2018, sarebbe associata a una riduzione dell'obesità dell'8% nelle ragazze di età compresa tra 10 e 11 anni. A questa percentuale corrisponderebbero (considerati il numero di abitanti in UK di quella fascia di età) 5.200 casi di obesità in meno ogni anno nel Regno Unito, tra le ragazzine. Dalla ricerca è emerso che la riduzione fosse prevalente in coloro che vivevano nelle "aree più disagiate”. Le maggiori riduzioni del tasso di obesità sono state osservate nelle ragazze con obesità più grave. Nei maschi invece la situazione è rimasta invariata, prima e dopo l’introduzione dalla Sugar Tax. Idem per quanto concerne i bambini. Nello studio i ricercatori hanno utilizzato dati trasversali ripetuti annualmente su oltre un milione di bambini nelle scuole primarie inglesi statali. Gli studenti di età compresa tra 4-5 e 10-11 anni sono stati seguiti nel corso del tempo e, più precisamente, tra settembre 2013 e novembre 2019. I ricercatori hanno monitorato i livelli di obesità 19 mesi dopo l’entrata in vigore della sovratassa. La premessa allo studio, evidenziata dalla ricerca, è che i tassi di obesità infantile in Inghilterra fossero aumentati negli ultimi decenni, con una percentuale di circa il 10% dei bambini di 4-5 anni e il 20% dei bambini di 10-11.

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DIFFERENZA DI GENERE E DI ETÀ

Che valore ha uno studio di questo tipo e perché la Sugar Tax funzionerebbe, secondo la ricerca, solo sulle preadolescenti e non sui bambini o i coetanei maschi? L’esito dello studio, in effetti, desta qualche perplessità, sia per l'impatto circoscritto sull’obesità, sia (soprattutto) per le differenze legate al genere e all’età. Gli autori affermano di non aver dimostrato l’esistenza di un preciso rapporto causa-effetto tra la tassazione e la diminuzione del peso, ma solo quella di una relazione temporale. Inoltre concludono che servono strategie aggiuntive e complementari all’aumento della tassazione per ridurre la prevalenza dell’obesità, soprattutto fra gli adolescenti maschi e i bambini più piccoli. Come spiegare queste differenze? «A quell’età il comportamento dei maschi e delle femmine è tendenzialmente diverso con un impatto differenziato sul peso» spiega Elena Dogliotti, biologa nutrizionista e supervisore scientifico per la Fondazione Umberto Veronesi. «I maschi sembrerebbero più esposti, rispetto alle ragazze, alla pubblicità di bevande zuccherate, compresi gli energy drink. Inoltre, molti spot sono spesso veicolati da atleti e influencer maschi. Infine, numerosi studi hanno evidenziato come i maschi passino più tempo davanti a computer e TV rispetto alle femmine». Per i bambini il discorso è un po’ diverso e la “parte del leone” la farebbero i succhi di frutta (su cui non si applica la sugar tax). Questo potrebbe spiegare perché la sugar tax da sola non riesca a contribuire alla riduzione dell’obesità in questa fascia d’età.

 

I CONSUMI DI BEVANDE ZUCCHERATE NEL MONDO

«La correlazione tra obesità e consumo di prodotti ricchi di zucchero come alcuni soft drinks - spiega Dogliotti – è un problema complesso che richiede approcci diversificati, anche e soprattutto in relazione al Paese che si prende in considerazione. In un’analisi del 2016 ed effettuata su 54 paesi nel mondo, al vertice della classifica per calorie derivanti da bevande zuccherate consumate al giorno pro-capite c’era il Cile, al secondo posto il Messico, seguito dagli Stati Uniti. L’Italia era posizionata “solo” al 37° posto, con un consumo maggiore da parte delle famiglie a minor reddito. Nei paesi in cui i governi hanno introdotto tasse sulle bibite zuccherate si è notata, in effetti, una progressiva diminuzione del consumo di queste bevande (soprattutto in Messico, Francia, Norvegia, Finlandia, Ungheria)».

 

IL PARERE DELL'OMS

Per il periodo 2020-2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede l’implementazione di politiche attive per la promozione degli stili di vita salutari. «La tassazione è una scelta economicamente vantaggiosa che può migliorare la salute a livello nazionale - ha dichiarato Kremlin Wickramasinghe, capo esecutivo dell’ufficio dell’Oms che nel 2022 ha stilato un rapporto sull'applicazione della Sugar Tax in Europa -. Introducendo tasse sulle bevande zuccherate, i paesi possono ridurne i livelli di consumo e i rischi di sovrappeso e obesità, diabete e altre malattie associate». In Europa la tassazione sulle bevande zuccherate è stata implementata da dieci Paesi: Belgio, Finlandia, Francia, Ungheria, Irlanda, Lettonia, Monaco, Norvegia, Portugal and the United Kingdom.

 

LA SUGAR TAX FUNZIONA?

Prosegue Dogliotti: «La convenienza economica del cibo spazzatura rispetto ai prodotti freschi è stato ipotizzato essere un importante fattore per il consumo eccessivo di junk food. Ma è davvero così? Dalle analisi emerse fino ad oggi dai primi provvedimenti nei paesi ad alto consumo si evince un effetto positivo sulla diminuzione dei consumi dei prodotti tassati, ma una correlazione effettiva con l’obesità si ha quando le tasse superano il 20% e coinvolgono più prodotti».

 

IL CASO ITALIANO

«L’Italia in questo scenario costituisce un caso a sé» spiega la nutrizionista. «Non è infatti paragonabile, per cultura e tradizioni alimentari, ai paesi al primo posto per obesità e consumo di junk food. I dati inoltre registrano una diminuzione in Italia del consumo di bibite zuccherate del 20% negli ultimi 10 anni. Per queste ragioni dunque, nel nostro Paese, la Sugar Tax forse, potrebbe non essere la scelta strategicamente migliore. Le aziende inoltre stanno già cambiando e riformulando le composizioni dei loro prodotti e il modo in cui questi prodotti vengono pubblicizzati. Maggiore è anche l’attenzione per i prodotti che forniscono sempre più informazioni in etichetta e che vanno dalla composizione degli alimenti ai valori nutrizionali, fino all’mpatto in generale sulla salute. In Italia, quindi a mio parere, la tassa sugli alimenti che eccedono in zuccheri o grassi saturi o sale, può essere varata non senza provvedimenti strutturati di educazione e sensibilizzazione a vari livelli».

 

GLI INTERVENTI NECESSARI

Quali sarebbero dunque le misure utili da affiancare alla sugar tax? Risponde Elena Dogliotti: «In primis, per quanto concerne le industrie alimentari, andrebbero fornite e condivise strategie per evitare di sostituire alcuni ingredienti con altri non perfettamente consoni in un’ottica di promozione della salute, solo per aggirare la tassazione. Un esempio? I dolcificanti “acalorici” che, solo apparentemente, costituiscono una soluzione poiché non disabituano affatto i consumatori al sapore dolce. Inoltre, secondo diversi studi scientifici, potrebbero comunque avere un ruolo nell’obesità attraverso meccanismi diversi come l’influenza sulla composizione del microbiota o la stimolazione di neurotrasmettitori».

 

SERVE L'AIUTO DI PEDIATRI, FAMIGLIE E SCUOLE

E ancora: «Si potrebbe incoraggiare maggiormente la collaborazione da parte dei professionisti pediatri affinché sensibilizzino i genitori sull’importanza di una adeguata educazione alimentare in famiglia che preveda la moderazione del consumo di di zucchero, sale e grassi saturi e incentivi il consumo di alimenti vegetali, oltre alla promozione dell’attività fisica. Fondamentale è inoltre un intervento a livello scolastico (valido per tutte le scuole di ordine e grado) che comprenda l’adeguamento di mense scolastiche e distributori automatici, l’integrazione dei programmi ministeriali con una miglior strutturazione dell’educazione alimentare e dell’educazione fisica. Prima di proporre una tassa sul “junk food” penso sia utile quindi aiutare il consumatore a fare meglio la spesa».

Infine, una proposta: «E perché non rovesciare la medaglia, trovando il modo di incentivare il consumo di prodotti salutari, in particolare verdura, legumi, frutta, in modo tale che anche i meno abbienti siano invogliati ad aumentarne i consumi?».

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Paola Scaccabarozzi
Paola Scaccabarozzi

Giornalista professionista. Laureata in Lettere Moderne all'Università Statale di Milano, con specializzazione all'Università Cattolica in Materie Umanistiche, ha seguito corsi di giornalismo medico scientifico e giornalismo di inchiesta accreditati dall'Ordine Giornalisti della Lombardia. Ha scritto: Quando un figlio si ammala e, con Claudio Mencacci, Viaggio nella depressione, editi da Franco Angeli. Collabora con diverse testate nazionali ed estere.   


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