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Agnese Collino
pubblicato il 05-12-2016

Esami non invasivi per la diagnosi del fegato grasso



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Oggi l’unica tecnica per diagnosticare la steatosi epatica è la biopsia: Pablo Giraudi è alla ricerca di marcatori per identificare la malattia con un semplice prelievo di sangue

Esami non invasivi per la diagnosi del fegato grasso

L’obesità è un fattore determinante per lo sviluppo della patologia della steatosi epatica, comunemente nota come fegato grasso, che costituisce una delle principali cause delle malattie epatiche. Il fegato grasso ha uno sviluppo cronico ed è considerato benigno e reversibile. Tuttavia, questa malattia può progredire verso stadi più gravi, quali la fibrosi e l’insorgenza della cirrosi epatica che sono invece condizioni irreversibili. Recenti dati messi a disposizione dall’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno stabilito che il numero di bambini in sovrappeso o obesi al mondo è di circa 42 milioni. Se questa tendenza continuasse, si stima che nel 2025 i bambini affetti da obesità sarebbero 70 milioni, rendendo le malattie metaboliche la prima causa di trapianto di fegato entro il 2030. Ad oggi, l’unica procedura per una diagnosi accurata di steatosi o fibrosi è la biopsia epatica: c'è quindi un urgente bisogno di tecniche non invasive per la diagnosi clinica. Di questo si occupa Pablo Giraudi (nella foto), biotecnologo argentino che grazie alla Fondazione Umberto Veronesi svolge un progetto di ricerca presso la Fondazione Italiana Fegato (FIF) di Trieste.

Pablo, ci racconti il tuo progetto?

«Lo scopo del mio lavoro è identificare potenziali biomarcatori - molecole, geni, proteine - coinvolti nello sviluppo e nella progressione della steatosi verso la fibrosi epatica, e che siano rilevabili mediante analisi del sangue. Questo contribuirà alla creazione di un pannello di marcatori utili nello sviluppo di test clinici non invasivi, come alternativa alla biopsia epatica per la diagnosi e la prognosi di questa malattia. Tali marcatori velocizzeranno le decisioni cliniche e comporteranno un evidente beneficio ai pazienti, riducendo i rischi associati alla tecnica della biopsia (che richiede anestesia e day hospital). Alcuni dei risultati preliminari di questo lavoro sono già stati pubblicati nel 2015 e nel 2016».

Quali sono quindi le possibili applicazioni alla salute umana derivanti dal tuo studio?

«Il nostro lavoro vuole aprire una strada alla valutazione non invasiva delle malattie epatiche, portando a ridurre il rischio che la biopsia comporta per la salute del paziente e il costo dell’intervento per il sistema sanitario. Potrebbe inoltre essere utile nell’individuare molecole-bersaglio per future terapie contro la steatosi epatica non alcolica, o contro malattie epatiche croniche nelle quali contrastare la fibrosi è fondamentale».

Cosa ti ha spinto a lasciare l’Argentina e fare ricerca all’estero?

«In effetti la mia carriera l’ho percorsa praticamente tutta all’estero: soprattutto in Italia (dove ho completato il mio dottorato di ricerca), con una breve parentesi al CIC Biogune dei Paesi Baschi, in Spagna. Sono venuto qui perché volevo acquisire nuove conoscenze ed imparare tecniche che non erano disponibili nel laboratorio dove ho svolto la mia tesi di laurea. Volevo inoltre imparare una nuova lingua, e conoscere da vicino la cultura dei miei bisnonni (partiti dal Piemonte e dal Veneto, durante la Grande Guerra, ed emigrati in Argentina)».

Cosa ti lasciato questa esperienza?

«Vivere all’estero mi ha insegnato a essere più tollerante e ad avere meno pregiudizi. All’inizio tendevo sempre a paragonare le maniere di fare e le consuetudini del posto a quelle a cui ero abituato, e che reputavo essere le uniche valide. Nel tempo ho imparato a ridimensionare la mia paura del “diverso” e dello sconosciuto. Oggi a dire il vero l’Italia non mi sembra più “estero” ma una seconda casa. Nel periodo che ho trascorso in Spagna infatti, pur essendo durato solo per sei mesi, mi mancavano molto alcune abitudini che avevo in Italia: leggere le notizie in italiano, la cucina, le uscite con la mia compagna nei posti che ci piacevano e stare in famiglia».

Ricordi il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Fin da piccolo ero molto curioso, ma l’episodio in particolare che mi ha portato su questa strada è stata la perdita di mia sorella maggiore per un rabdobmiosarcoma. Da qui è nata in me la necessità di fare ricerca in ambito medico. Quando poi ho compiuto 16 anni, sono andato ad una fiera sull’agricoltura con mio padre e ho scoperto il settore delle biotecnologie. Nel depliant della fiera si parlava anche di applicazioni a livello biochimico, di anticorpi monoclonali, di nuove forme di trattamento per le malattie grazie alle tecniche di biologia molecolare. E fu così che decisi di studiare biotecnologie per fare ricerca in medicina».

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«L’apicoltore: mi piacciono tanto le api, e recentemente facendo un corso di apicoltura ho avuto l’opportunità di avvicinarmi al mondo di questi incredibili organismi».

Cosa ne pensi dei complottisti e delle persone contrarie alla scienza per motivi ideologici?

«Penso che il problema siano sempre le idee estreme: una persona può essere contraria per principi personali a certi aspetti della ricerca, ma è importante non scivolare mai negli estremismi, negando le cose positive che abbiamo ottenuto grazie agli avanzamenti tecnico-scientifici, o i benefici reali che la ricerca porta. Credo che l’unico modo di contrastare i sentimenti antiscientifici sia quello di fare costantemente divulgazione aperta e trasparente, creando una comunicazione migliore tra il mondo dei ricercatori e i cittadini».

Hai famiglia?

«Vivo con la mia compagna Silvia e con Brina, il nostro cane: non abbiamo figli al momento».

Cosa fai nel tempo libero?

«Attualmente seguo un corso di yoga taoista, mentre in passato ho praticato per alcuni anni Tai Chi. Leggo molto, sia romanzi che saggi. Mi piace correre, giocare a calcio e portare Brina a passeggiare nel bosco. In generale amo stare a contatto con la natura: mi piacerebbe in futuro avere un giardino per poter coltivare l’orto e tenere delle arnie».

Quando è stata l’ultima volta che hai pianto?

«Ero ad un seminario per imparare a gestire le emozioni. Ho raccontato di non aver comprato niente a un ragazzo di colore incontrato per strada, un ragazzo che appariva solare e molto felice, anche se sicuramente non aveva i mezzi economici di cui dispongo io. Ho pianto quando ne ho parlato: ho ripensato a quando ero all’università, e mi chiedevo perché io avessi la possibilità di studiare e di fare una vita “normale”, mentre tanti, troppi ragazzi nel mio paese erano costretti a vivere per strada o nelle periferie degradate, senza una speranza per il futuro».

La cosa di cui hai più paura?

«Le guerre, perché ci portano indietro nella nostra evoluzione di specie consapevole».

La cosa che ti fa ridere a crepapelle?

«Chi vuole dividere l’Italia o gli stati membri dell'Unione Europea».

Con quale personaggio famoso ti piacerebbe andare a cena una sera?

«Mi sarebbe piaciuto molto conoscere personalmente Tiziano Terzani, per avere un’immagine più completa di quella che la lettura delle sue opere o il film sulla sua vita mi hanno dato».

@AgneseCollino

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