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Oncologia
Redazione
pubblicato il 10-03-2013

La tac spirale mi ha salvato dal tumore



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La testimonianza di un ex fumatore che, grazie all’esame clinico della tac spirale, ha scoperto un tumore al polmone in fase precoce. Si è curato ed è guarito.

La tac  spirale mi ha salvato dal tumore

Oggi il progetto Cosmos 2, rivolto a persone sopra i 55 anni, che da 30 anni fumano 20 sigarette al giorno, rappresenta una eccezionale disponibilità di prevenzione

La mia storia di diagnosi precoce? Una fortuna di cui ancora oggi non mi capacito. Come si suol dire, sto ancora cercando di baciarmi i gomiti. Tutto è iniziato a fine 2004, verso novembre. Una mattina la radiosveglia si è accesa, ho sentito Umberto Veronesi che cercava volontari fumatori per un nuovo progetto di prevenzione del tumore al polmone. Ho pensato: «Hai una certa età. Fumi molto, da una vita... Provaci». Ho chiamato subito in Istituto, ma risultati zero. Per un po’ non ci ho più pensato. A marzo, rientrato in ufficio dopo un viaggio di lavoro, un collega mi fa: «Ricordi il progetto Cosmos? Ho telefonato ieri, faccio la Tac». Ho chiamato quella sera stessa, mi rispondono subito. «Penso di fare al caso vostro. Parliamone».

 

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Mi spiegano tutto, che non avrei dovuto pagare nulla e avrei dovuto fare una Tac all’anno. A maggio mi presento per la prima Tac; dopo circa 15 giorni,  alle 21.15, mentre cenavo a casa con mia moglie, squilla il telefono. Una voce molto gentile mi dice: «Siamo dell’Ieo, vorremmo fare quattro chiacchere con lei». Il giorno dopo parlo con la dottoressa Giulia Veronesi. E’ molto chiara, senza tanti giri di parole mi spiega che la Tac ha evidenziato una lesione sospetta. Servono altri accertamenti e poi il responso: «E’ un tumore, va tolto e la operiamo a metà giugno». Sulla mia agenda c’è un viaggio di lavoro in Russia programmato da tempo. «Sentite –dico - non è che tutti i giorni abbia un volo andata e ritorno per Mosca pagato...». «Parta tranquillo e ci vediamo a metà mese». Penso che allora, se mi danno tempo, non sono messo tanto male. Nella mia mente c’è la vicenda di un collega, un amico, scomparso proprio in quei mesi per un tumore al polmone, scoperto quando ormai non gli restava che un mese di vita.

Entro in ospedale il venerdì, il sabato e la domenica torno a casa in permesso. Il lunedì rimandano l’intervento e, insomma, il martedì finisco sotto ai ferri. E’ un adenocarcinoma di quelli cattivi, mi dicono. E’ molto piccolo, l’hanno scovato proprio quando iniziava a cacciar fuori la testa. La domenica successiva ero a pranzo con la mia famiglia a casa mia. Da allora non ho dovuto fare cure mediche, solo controlli ogni 6 mesi.

L’INTERVENTO - Oggi ripenso a quei giorni, ripenso a quel viaggio. Non era la prima volta che andavo a Mosca, forse me la sono goduta meno, ma vedo il lato positivo delle cose, è nel mio carattere. Sono fatto così. Nell’84 ho avuto un incidente d’auto che mi ha lasciato un’invalidità del 34%. Quando mia moglie mi ha visto ridere, credeva fossi diventato matto per la botta in testa. Chiaro che non avere avuto l’incidente sarebbe stato meglio, ma - credetemi - chiunque avesse visto in che stato era l’auto sarebbe stato felice di essere ancora vivo. Quando 11 anni dopo mi hanno detto che avevo un tumore al polmone, ho reagito in maniera simile. E’ così: sembri sano come un pesce, a un certo punto ti dicono che non te ne sei ancora accorto, ma hai un problema che potrebbe diventare serio. Che fai, ti strappi i capelli? Non serve. Anzi, hai la straordinaria opportunità di fare qualcosa, di guarire. E’ enorme il vantaggio per noi pazienti ed è enorme il vantaggio economico e sociale per tutti.

E oggi? Le sigarette sono un ricordo. Ci pensavo già da tempo, ero lì lì per smettere e cercavo la giusta motivazione. La malattia lo è stata. Mi sono detto: «Aspettavi una spintarella? Be’, se non smetti di fumare sei deficiente». Non so stare fermo. Vado anche in giro per i boschi, cammino molto, faccio i miei lavori a casa, taglio la legna. E se non me lo ricordassi ogni singolo istante, quanto sono fortunato, tengo a mente le parole del direttore del centro di Medicina Iperbarica dell’Ospedale Niguarda. Era il 2007 e avevo deciso di prendermi il brevetto da sub ma, dato l’intervento subito, mi è stata richiesta una visita approfondita e il parere di un luminare. «Lei forse non si rende conto del colpo di fortuna che ha avuto» mi disse lo specialista, guardando la documentazione. Per la storia del brevetto mia moglie e mia figlia hanno riso settimane. Già perchè io ho paura dell’acqua, da sempre. Ma se non mi ha ammazzato il tumore, non mi ammazza l’acqua.

Non me lo dimentico, quanto sono fortunato. Mai, neppure per un istante. Qualche tempo fa ero seduto nei seminterrati dell’Ieo, in attesa della Tac di controllo. C’erano parecchie persone nel corridoio e due di loro borbottavano per la dose di radiazioni cui sarebbero andati incontro. Non sono riuscito a stare zitto e ho ricordato due cose: primo, eravamo lì per scelta volontaria; secondo, se fossero stati nella mia condizione forse avrebbero smesso di lamentarsi. Ci siamo guardati negli occhi. E tutti mi hanno dato ragione.

Massimo B., 60 anni


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