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Serena Zoli
pubblicato il 30-07-2012

Ecco perché non bisogna aver paura degli antidepressivi



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Un pregiudizio sostiene che le medicine contro i disturbi mentali hanno gli stessi risultati del placebo, a parte i casi molto gravi. Ora un'indagine dell'Università di Monaco su un totale di 64 prodotti, dall'antidiabetico all'ansiolitico, dimostra la pari validità dei farmaci psichiatrici e gli altri

Ecco perché non bisogna aver paura degli antidepressivi

Un’analisi retrospettiva e comparata ha dimostrato che gli psicofarmaci raggiungono la stessa efficacia dei farmaci di medicina generale. Sono cioè pillole o gocce o fiale valide come le altre. C’era bisogno di questo studio? Sì, e non basterà, perché il pregiudizio intorno a questi rimedi chimici è resistente, come lo è attorno alle malattie mentali. Il «ti fa bene solo perché ci credi» è sempre in agguato. E questo «credere» che produrrebbe effetti benefici rimanda al placebo (dal latino: «piacerò»), cioè una sostanza inerte che viene somministrata a una persona convinta di assumere un dato farmaco. L’autosuggestione in diversi pazienti la fa funzionare davvero come fosse quel composto chimico. Si parla allora di «effetto placebo», a volte  rilevante.

L’OMBRA DEL PLACEBO - Ricercatori dell’Università tedesca di Monaco guidati dal professor Stefan Leucht hanno fatto una meta-analisi di 48 farmaci prescrivibili per 20 malattie come diabete, ipertensione o disturbi cardiovascolari, e 16 farmaci rivolti a 8 disturbi psichiatrici. Meta-analisi significa riprendere vari studi del passato e rifarne l’analisi in retrospettiva. E gli studi così «rivisitati» hanno rivelato che per quantità e qualità degli effetti ottenuti le 2 serie di farmaci risultano del tutto comparabili. Ora l’indagine dell’Università di Monaco, pubblicata sul British Journal of Psychiatry, è servita a smentire un altro studio uscito nel 2008 sul Journal of the Public Library of Science (PloS) in cui si sosteneva che gli antidepressivi dimostravano un’efficacia superiore al placebo soltanto nei casi di depressione molto grave. E questo studio era stato molto pubblicizzato, anche attraverso  programmi tv di gran successo in Usa. Ora è sperabile che almeno una pari eco abbia quest’ultima ricerca, che dà speranza a tanti malati  già, per la natura del loro male, poco fiduciosi nella possibilità di tornare a sorridere.

LA VERITA‘ - Giorgio Racagni, professore ordinario di Farmacologia e direttore del Dipartimento di Scienze farmacologiche all’Università di Milano, da tempo si batte per la «verità» sull’efficacia degli psicofarmaci contro la disinformazione. «Sì, ogni tanto si alzano voci critiche su antidepressivi e simili. E’ anche vero che si verificano abusi di questi prodotti. Quando per esempio vengono prescritti a chi ha oscillazioni in basso dell’umore ma solo perché ha perso il lavoro o una persona cara. Detto questo, per la depressione vera -  progressiva, cronica, ricorrente, se mai con idee di suicidio – gli antidepressivi dimostrano  un’efficacia del 70-80%, specie se integrati con la psicoterapia. Ma gli altri farmaci? A parte gli antibiotici, che raggiungono praticamente il 100% quando si assume quello giusto, hanno sempre un 20-30% di malati che non rispondono. Gli antipertensivi: ne esistono di 3-4 classi, e a volte bisogna darne diversi insieme altrimenti non si ottiene di far scendere la pressione del sangue».

ERRORE E PREGIUDIZIO - Il pregiudizio verso tutto ciò che comincia con «psico» ha una base nella credenza che i disturbi mentali non abbiano alcuna base biologica, siano così «astratti» come appunto la mente, dunque non raggiungibili da qualcosa di molto concreto come la chimica. «Ah, sì, ma questo è un tabù molto vecchio. Invece nella depressione, come negli altri disturbi psichiatrici, ci sono dei geni coinvolti. Sono malattie molto biologiche», risponde il professor Racagni. «E’ stato dimostrato, ma sono i tabù duri a morire».

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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