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Cardiologia
Fabio Di Todaro
pubblicato il 24-04-2020

Infarto: la paura del Covid-19 allontana i pazienti dall'ospedale



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Quasi dimezzato (apparentemente) il numero di pazienti colpiti da un infarto. Gli esperti invitano a non rimandare le cure

Infarto: la paura del Covid-19 allontana i pazienti dall'ospedale

La prima a lanciare l’allarme, all'inizio dell’emergenza, è stata la Società Italiana di Cardiologia. «Stiamo registrando una riduzione degli accessi in pronto soccorso a causa dell’infarto del miocardio - aveva ammesso il presidente, Ciro Indolfi -. Temiamo che i pazienti stiano rinunciando a richiedere i soccorsi per la paura del contagio». Soltanto un’ipotesi, nella prima decade di marzo, che sulla base dell’esperienza accumulata nel mese successivo sembra essersi consolidata. Sono ormai diversi gli ospedali italiani che segnalano un drastico calo di questi pazienti. E, di conseguenza, delle procedure messe in atto per curarli. Un problema non da poco, che nel futuro prossimo rischia di «portarci a constatare che, nel picco della pandemia di coronavirus, tante persone sono morte anche a causa di altri problemi di salute», è quanto dichiarato da Paolo Veronesi, nel corso del primo webinar del ciclo «Verso il Futuro», organizzati da Fondazione Umberto Veronesi.

GLI INTERVENTI UTILI PER
UN INFARTO DEL MIOCARDIO 

GLI «INVISIBILI» CON UN INFARTO

Dal Nord al Sud del Paese, le preoccupazioni per i pazienti alle prese con la principale cause di morte cardiovascolare si levano pressoché all'unisono. L’emergenza è descritta dai primi dati diffusi dalle regioni più colpite dal coronavirus. In Piemonte, tra marzo e aprile di quest’anno, 239 pazienti sono stati trattati con un’angioplastica primaria: erano stati 382 nello stesso periodo dello scorso anno. Mentre il numero totale delle procedure di «riapertura» dei vasi ostruiti - considerando dunque anche quelle programmate - è passato da 1.714 a 945. Non sembra essere andata meglio all’ombra della Madonnina, a leggere le statistiche dell’esperienza clinica del Centro Cardiologico Monzino. Dallo scoppio dell’emergenza Covid-19, la mortalità per infarto acuto è quasi triplicata e le procedure salvavita si sono ridotte del 40 per cento. Il riscontro, considerando improbabile un calo del numero di infarti, lascia pensare che «se la tendenza dovesse persistere, la mortalità per infarto supererà di gran lunga quella direttamente associata alla pandemia», questo il pensiero di Giancarlo Marenzi (responsabile della unità di terapia intensiva cardiologica), Antonio Bartorelli (a capo dell’unità di cardiologia interventistica) e Nicola Cosentino (terapia intensiva cardiologica). A questi dati, si associano quelli già pubblicati dai medici spagnoli e statunitensi, con questi ultimi che indicano un incremento anche delle morti per arresto cardiaco.


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L’INTERVENTO PRECOCE FA LA DIFFERENZA

Un problema non da poco, se si considera che l’infarto richiede un trattamento tempestivo. Si sa da tempo che, in caso di blocco della circolazione sanguigna a livello cardiaco, più precoce è l’intervento, maggiori sono le probabilità di sopravvivere. Per ogni dieci minuti di ritardo, ricordano gli esperti della Società Italiana di Cardiologia, la mortalità nei due anni successivi cresce del tre per cento. Chiarisce Francesco Romeo, direttore della scuola di specializzazione in cardiologia dell’Università Tor Vergata di Roma. «In caso di infarto, la rapidità dei soccorsi è indispensabile. Altrimenti la prognosi dei pazienti peggiora progressivamente all’aumentare del ritardo nel trattamento. Detto questo, oggi sappiamo che non esiste una soglia che permetta di discriminare tra intervento tempestivo o meno». In soldoni, prima si ripristina la circolazione sanguigna, maggiori sono le chance che una persona ha di sopravvivere all'infarto. 

I CAMPANELLI D’ALLARME DA NON IGNORARE

Al di là del coronavirus, è la vittima a dover riconoscere i sintomi di un possibile infarto. Il dolore oppressivo al centro del petto che insorge a riposo e si irradia al braccio sinistro rappresenta la manifestazione più tipica. Ma spesso l’attacco cardiaco si presenta in maniera subdola: con un dolore addominale o nella parte posteriore del torace mai avvertito prima, che può determinare l'insorgere dell’affanno (a riposo) o uno svenimento. A ciò occorre aggiungere che la malattia può fare capolino in maniera differente, tra uomini e donne. In queste situazioni, a ogni modo, non c'è tempo da perdere. I soccorsi vanno chiamati quanto prima, se non è possibile essere accompagnati in pronto soccorso. In ambulanza o in ospedale, «la diagnosi di infarto deve essere fatta in meno di dieci minuti», ricorda Indolfi, che dirige l'unità di cardiologia interventistica del Policlicnico universitario di Catanzaro. Una volta riconosciuto il problema, va valutato il trattamento più indicato. Nei casi meno gravi, può essere sufficiente la trombolisi, che prevede la somministrazione di un farmaco per dissolvere il coagulo che ostruisce la circolazione delle coronarie (le arterie che portano il sangue al cuore). Diversamente, il paziente deve essere sottoposto all'angioplastica in una sala apposita, definita di emodinamica. Quando questa non è presente nella struttura che ha prestato il primo soccorso, viene disposto il trasferimento in un'altra struttura. Prassi che è rimasta in vigore anche nel corso dell’emergenza, grazie all’individuazione in tutte le regioni di ospedali «hub» deputati al trattamento dell’emergenze cardiovascolari: con percorsi speciali che hanno permesso di ridurre il contagio tra i pazienti.


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NON SOSPENDERE LE CURE

A preoccupare i cardiologi, però, non è soltanto il mancato trattamento acuto dell'infarto del miocardio. «C’è un altro aspetto che rischia di provocare un aumento dei decessi: la mancata aderenza terapeutica - avverte Giuseppe Musumeci, responsabile dell’unità operativa complessa di cardiologia dell’ospedale Mauriziano di Torino -. In questo periodo sono stati annullati tutti gli interventi programmati e le visite di controllo. A ciò occorre aggiungere che molti malati cronici, penso per esempio a chi è in cura per l'ipertensione o per l'ipercolesterolemia (tra i principali fattori di rischio cardiovascolare), potrebbero aver sospeso le cure, nonostante il rinnovo per tre mesi dei piani terapeutici deciso dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). Questo vuol dire che, una volta terminati i medicinali, non è necessario andare in ospedale o in ambulatorio per farseli prescrivere». Una notizia che, secondo gli specialisti, è però sfuggita a molti pazienti e a diversi farmacisti. A quale prezzo, lo scopriremo con il passare dei mesi. «Dobbiamo fare il possibile per evitare che questi pazienti finiscano per pagare un prezzo troppo alto a causa della pandemia, anche tra uno o due anni», chiosa l'esperto.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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