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Neuroscienze
Redazione
pubblicato il 10-10-2013

Dieci anni persi nella schizofrenia e finalmente la cura funziona



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La storia di Enrico, un ragazzo colpito da schizofrenia, che con l'aiuto della famiglia e di un bravo medico ha ricominciato a guardare al futuro

Dieci anni persi nella schizofrenia e finalmente la cura funziona

La storia di Enrico, un ragazzo colpito da schizofrenia, che con l'aiuto della famiglia e di un bravo medico ha ricominciato a guardare al futuro

Invece di un “io ce l’ho fatta”, com’è il titolo della rubrica, accettate la storia di un “lui ce l’ha fatta”? Si tratta di un ragazzo ora di 31 anni e l’incubo da cui è uscito non è da poco: la schizofrenia. Perciò mi pare quanto mai interessante la sua vicenda, che io ho seguito da vicino come amica di famiglia. Non so dirvi da quanta angoscia è uscita questa famiglia, madre, padre e l’unico figlio (chiamiamolo Enrico) che era sempre stato piuttosto introverso e schivo, ma che è andato fuori dai binari con la fine del liceo (tutto bene) e l’inizio dell’università. Iscritto ad Architettura, non solo non ha combinato niente ma è diventato chiusissimo, sempre più solitario, “strano” a vederlo e starci insieme come non saprei descrivere. Ho capito che è stata la responsabilità degli studi che gli è venuta addosso col sistema dell’università e anche il dover frequentare le lezioni lontano da casa, a Bologna, a farlo franare.

Certo, visto a posteriori, era predisposto con una fragilità cerebrale che a 18-19 anni si è manifestata in pieno.

Esami non ne ha dato manco uno: adduceva varie scuse, per esempio che non era mai pronto abbastanza per cui i primi medici da cui lo portarono i genitori lo curarono come avesse il disturbo ossessivo-compulsivo. Via con i serotoninergici che non gli fecero bene. Anzi gli procurarono dei tratti da Parkinson.

Poi, spesso pareva assente oppure muoveva le labbra come se parlasse: i suoi genitori gli chiedevano «con chi parli?» e lui, facendo lo stupito, «ma con nessuno!».

C’è voluta l’insistenza dell’ultima psichiatra da cui è andato – e che lo segue ancora – per fargli confessare che sentiva delle voci. Enrico riteneva trattarsi a volte della voce di Dio e altre volte del Diavolo. Cosa gli dicevano? Commentavano le sue azioni, dicendogli bravo, fai bene, se era Dio a parlare, sei un omosessuale, sei un cretino e via di seguito quando a parlare era il Diavolo.

La dottoressa ha fatto la diagnosi di schizofrenia e ha provato a trattarlo con antipsicotici, ma no, le voci non sparivano, infine ha provato con un certo neurolettico e le voci se ne sono andate. C’è stato via via un certo recupero sociale. Per fortuna Enrico non si era isolato completamente, un suo amico aveva continuato a cercarlo nonostante tutto e così quest’amico è stato l’amo per tirarlo fuori una prima volta, poi un’uscita al mese, dopo una alla settimana. Adesso Enrico esce più o meno come un altro ragazzo della sua età. Certo, ha perso dieci anni di vita, ma adesso sta aspettando una risposta per un posto di lavoro. Col computer se la cava benissimo e ha fatto domanda presso una grande catena di distribuzione di elettronica. I primi due colloqui sono andati bene, il terzo e definitivo si vedrà.

Con grande pathos voglio ricordare l’impegno profuso e l’instancabile fede con cui il padre e la madre di Enrico l’hanno sempre seguito e sostenuto. Alle innumerevoli visite andavano sempre tutt’e tre. Li ho visti per anni schiantati dalla sofferenza ma mai hanno avuto cedimenti. I miei amici si sono proprio meritati la (relativa) serenità con cui oggi guardano a loro figlio e al suo futuro.

Daniela, Ravenna


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