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Oncologia
Vera Martinella
pubblicato il 30-07-2012

Pap test annuale addio. Le nuove regole da seguire per la prevenzione



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Dai 30 anni in poi l'ideale è un test Hpv-Dna ogni 5 anni. «Con i vaccini e i controlli adeguati, il tumore della cervice potrebbe quasi sparire» dicono gli esperti allo Ieo Day 2012

Pap test annuale addio. Le nuove regole da seguire per la prevenzione

Dai 30 anni in poi l'ideale è un test Hpv-Dna ogni 5 anni. «Con i vaccini e gli esami adeguati, il tumore della cervice potrebbe quasi sparire» dicono gli esperti allo Ieo Day 2012

 

Fare un Pap test ogni anno non serve più. Oggi è ormai certo che il tumore al collo dell’utero è dovuto all’infezione causata dal Papillomavirus: è quindi fondamentale, da un lato, vaccinare le ragazzine prima che inizino l’attività sessuale (il virus, noto come Hpv, viene trasmesso per via sessuale) perché se non contraggono l’infezione non si ammalano di questa forma di cancro; dall’altro diffondere il nuovo Hpv-Dna test (l’esame che scova il DNA del Papillomavirus), che può essere eseguito ogni tre anni.

E’ questo il messaggio principale che emerge dallo Ieo Day 2012, la giornata dedicata alla presentazione annuale dei risultati e dei programmi clinici e di ricerca dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) in corso oggi a Milano, quest’anno incentrata sulle «nuove cure a misura di donna».

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PAP E HPV TEST: ECCO COSA FARE

In realtà il Pap test non va del tutto «in pensione», tutto dipende dall’età, quel che è certo è che non serve eseguire il test ogni anno. «Il nuovo schema di prevenzione (già adottato negli ultimi due anni in alcune Regioni italiane, come ad esempio l’Abruzzo) – ha spiegato Mario Sideri, direttore della Ginecologia preventiva Ieo – è strutturato così: nelle giovani donne fra i 25 e i 30-35 resta valida l’indicazione al Pap test una volta ogni tre anni perché l’Hpv test a quest’età individua molte lesioni che scomparirebbero da sole nel tempo.

Oggi sappiamo infatti che dall’inizio della vita sessuale fino ai 30 anni circa l’80 per cento delle donne convive per un periodo con l’Hpv, poi per fortuna il virus sparisce spontaneamente nella maggior parte dei casi. Al contrario, dai 30-35 anni in su lo screening dovrà avvenire con l’Hpv-Dna test ogni cinque anni». Il tumore al collo dell’utero colpisce circa 3.500 donne ogni anno in Italia e i casi, hanno detto gli esperti, sarebbero praticamente azzerabili se si seguissero gli schemi di prevenzione.

«La copertura complessiva dello screening organizzato dalle regioni – ha aggiunto Sideri – è alta al Nord (85 per cento) e al Centro (83), mentre è più bassa al Sud (62). Dobbiamo impegnarci perché la lettera d’invito raggiunga tutte le donne e perchè tutte le 12enni vengano vaccinate: entrambe le cose sono gratuite, serve solo la corretta informazione».

PILLOLA ANTICONCEZIONALE CONTRO IL TUMORE ALL’OVAIO

Per il carcinoma ovarico, purtroppo, fare prevenzione e diagnosi precoce non è così semplice, perché la malattia non dà sintomi finché non è già in fase avanzata e la posizione anatomica in cui sono localizzati li rende quasi sempre invisibili agli esami.

«Se scoperto in stadio iniziale – ha chiarito Nicoletta Colombo, direttore dell’Unità di ginecologia oncologica Ieo – il tumore è guaribile nell’80 per cento dei casi, ma ancora oggi meno del 30 per cento delle neoplasie viene diagnosticato in questa fase. Abbiamo però scoperto un potente strumento: la pillola anticoncezionale, assunta per lunghi periodi (ad esempio 15 anni) può ridurre fino al 60 per cento le probabilità di ammalarsi.

Infatti già oggi viene prescritta, unica possibile strategia “preventiva” (oltre all’asportazione di tube e ovaie), alle donne più a rischio per familiarità con questa forma di cancro. E ne è una dimostrazione la diminuzione di casi di carcinoma ovarico registrata in Nord Europa, dove la pillola è molto diffusa».

Le ricerche, però, proseguono e «abbiamo appena avviato un nuovo progetto – ha continuato Colombo - che prevede, tramite l’esame del sangue, la ricerca dei micro-Rna (miRna) e di alcune proteine associate al carcinoma ovarico. Se i risultati che ci aspettiamo verranno confermati, e cioè che il tumore ovarico nel suo processo di formazione rilascia i miRna e alcune specifiche proteine nel sangue, avremo il primo strumento per scovare la malattia in fase iniziale».

I PROGRESSI DELLA CHIRURGIA

«Le cure a misura di donna» sono l’obiettivo che si pongono anche i chirurghi, come ha concluso Angelo Maggioni, direttore della Ginecologia dell’Istituto: «Non lasciare alcun residuo di malattia è il fattore prognostico più importante quando si opera una donna con tumore all’ovaio: questo significa che essere radicali è fondamentale. Oggi siamo in grado, con interventi molto complessi, di ripulire integralmente anche l’area ad domino-pelvica, quando la neoplasia si è estesa.

L’innovazione tecnologica, e in particolare la chirurgia robotica, ci hanno permesso grandi progressi, che vanno sfruttati anche nell’ottica della qualità di vita delle pazienti: ogni qualvolta sia indicato, infatti, possiamo conservare la capacità riproduttiva o ricostruire organi per l’attività sessuale».

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Vera Martinella

Laureata in Storia, dopo un master in comunicazione, inizia a lavorare come giornalista, online ancor prima che su carta. Dal 2003 cura Sportello Cancro, sezione dedicata all'oncologia sul sito del Corriere della Sera, nata quello stesso anno in collaborazione con Fondazione Umberto Veronesi.


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