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Ogm, Crispr e genome editing: le parole e le pietre

Una singola mutazione non fa un Ogm, ma biodiversità. Sui media si continua a fare confusione e a generare allarme, quando il genome editing potrebbe presto dare una nuova speranza anche nella lotta al cancro

Ogm, Crispr e genome editing: le parole e le pietre

Sul quotidiano Repubblica del 12 maggio scorso, viene pubblicato un articolo a firma Elena Dusi in cui l’autrice racconta di aver prodotto un batterio Ogm usando un kit acquistato in rete. Oltre all’articolo c’è anche un video che accompagna il testo nella sua versione on line. La giornalista ordina un set analogo a quello che una volta era «Il piccolo chimico», un gioco per ragazzi, e quindi spiega la sua esperienza. Decide di portare il pacco in un vero laboratorio di ricerca all’Università di Tor Vergata (Roma) e di farsi aiutare dai ricercatori a decifrare le istruzioni che le consentano di condurre l’esperimento progettato: cambiare una singola base, un singolo nucleotide, nel Dna di un batterio. In pratica si deve introdurre una singola mutazione in uno specifico gene tra le migliaia di geni del più comune tra i batteri di laboratorio: Escherichia coli.

L’esperimento alla fine, tra molte difficoltà, riesce e l’autrice riesce ad ottenere la mutazione ricercata. Anche se tra mille dubbi e perplessità e nonostante i tanti aiuti. Repubblica dedica un’intera pagina a questo esperimento. Resta il dubbio di capire perché fare tutto questo. Di certo non era per fare pubblicità ad un kit commerciale venduto da una azienda statunitense. Sicuramente non era per mostrare che l’esperimento era facile da condurre visto che quasi non riusciva nonostante ci sia stato l’intervento di ricercatori esperti. Ma non era nemmeno per annunciare l’arrivo di una nuova rivoluzionaria tecnologia, dal momento che da quasi due mesi è in libreria uno splendido libro di Anna Meldolesi su questa tecnologia. Si chiama «E l'uomo creò l'uomo - Crispr e la rivoluzione dell'editing genomico». Al libro è collegato un blog dedicato e già molti scienziati italiani che usano l'editing genomico vi hanno rilasciato interviste. Tra questi spicca Pier Giuseppe Pelicci, direttore del programma di ricerca dell'Istituto Europeo di Oncologia e membro del comitato scientifico della Fondazione Umberto Veronesi, che spiega come stia usando questa tecnologia per condurre la sua guerra senza quartiere contro il cancro. Insomma resta il dubbio di quale fosse l’interesse di condurre un simile esperimento.

Ma se gli effetti intenzionali non sono chiari, quelli involontari invece sono piuttosto incisivi. Il primo effetto è che si lascia il lettore con la sensazione che si tratti di un esperimento pericoloso e difatti già si stanno diffondendo divieti e restrizioni (come spiega Meldolesi commentando sul blog l’articolo della Dusi). La diffidenza nasce anche dal fatto che quello generato viene descritto come un batterio Ogm. Chiamarlo Ogm è già una mezza condanna. Di sicuro genera allarme, solleva paure, istiga alla diffidenza. Gli Ogm in genere sono riferiti a frutta e verdure modificate mediante l’aggiunta di un gene da una specie con la quale la pianta (o l’animale) non si poteva incrociare o accoppiare. Ma è semplicemente falso che quello dell’articolo di Repubblica sia un batterio Ogm. Giuridicamente è falso. Le singole mutazioni non producono Ogm, ma producono quello che di solito si chiama biodiversità. La grande variabilità dei tanti ortaggi di cui andiamo orgogliosi è frutto di mutazioni, identiche e indistinguibili da quella prodotta con la tecnica descritta nell’articolo: il genome editing. Ma invece di chiamarla con il nome rassicurante di biodiversità si è scelta la versione autoflagellatoria di Ogm.


Ora, la psicosi degli Ogm ha fatto e fa gravi danni. Ha demolito una generazione di scienziati e di studenti di biotecnologie vegetali, guardati quasi come apprendisti stregoni. Ha messo in ginocchio decine di migliaia di agricoltori che senza ricerca e innovazione non fanno più reddito e chiudono quarantamila aziende l’anno da quindici anni. Chiudono anche perché in Italia importiamo mangimi in buona parte Ogm per 2,5 miliardi di euro, senza i quali non avremmo i nostri migliori marchi DOC e IGP. La bilancia commerciale è in rosso anche perché consumiamo ogni giorno, 365 giorni l’anno, diecimila tonnellate di soia Ogm, come ho peraltro appena spiegato a ScienceLa fobia degli Ogm ha paralizzato l’intero settore e gettato sfiducia sulla ricerca scientifica. Nuove generazioni di scienziati, agricoltori e allevatori sperano ora nelle nuove tecniche di «correzione delle bozze» come quelle usate nell’articolo per poter competere e tutelare le nostre produzioni tipiche.


Sono persone che hanno a cuore e sulle spalle il futuro del Paese e chiedono che non si mescolino più capre e cavoli, che non si prendano più lucciole per lanterne e che quotidiani prestigiosi come Repubblica aiutino a fare buona comunicazione senza ripetere gli errori fatti con gli Ogm, distinguendoli dalle opportunità del genome editing. Ci auguriamo che anche la brava giornalista Elena Dusi ci aiuti a spiegare che il batterio che ha isolato in laboratorio non è un Ogm. Anche se usare quell’acronimo attira molto di più l’attenzione del lettore. Meglio avere lettori coscienti e coscienziosi, meglio avere un Paese dove le pietre siano usate per erigere monumenti e non per lapidare una tecnologia. L’Italia e l’Europa guardano alla tecnologia del genome editing per uscire dal buio della ragione dove ci ha condotto la polemica attorno agli Ogm. Ora serve lo sforzo di tutti per non ricadere in polemiche non solo vecchie e dannose, ma anche sbagliate perché. Una singola mutazione non fa un Ogm, ma biodiversità.



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