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Alessandro Vitale
pubblicato il 02-02-2021

Leucemie acute nei bambini: perché a volte sono così aggressive?



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Perché alcune leucemie sono più aggressive? Quali i meccanismi molecolari che limitano l’efficacia delle cure? Il lavoro della ricercatrice Alice Cani

Leucemie acute nei bambini: perché a volte sono così aggressive?

La leucemia linfoblastica acuta a cellule B è una malattia tumorale del sangue a rapida progressione che inizia quando i linfociti B, un sottotipo di globuli bianchi, vanno incontro a trasformazione neoplastica del midollo osseo. Questa moltiplicazione incontrollata fa si che le cellule maligne si accumulino, bloccando la normale produzione di cellule del sangue e compromettendo la produzione di globuli rossi, bianchi e piastrine.

 Sebbene a oggi siano stati fatti moltissimi progressi nel loro trattamento, circa il 20 per cento dei bambini con leucemia linfoblastica acuta va incontro a ricadute, con prognosi spesso infauste. Perché esiste questa frazione di leucemie più aggressive? Quali sono i meccanismi molecolari che regolano questo comportamento e limitano l’efficacia delle cure?


A queste domande proverà a dare risposta Alice Cani, biotecnologa e ricercatrice presso l'Istituto di Ricerca Pediatrica - Città della Speranza di Padova, che si occupa di meccanismi di comunicazione tumorale nelle leucemie. Il suo lavoro verrà sostenuto per tutto il 2021 grazie al sostegno di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi nell’ambito del progetto Gold for Kids, dedicato ai tumori dell’età infantile e pediatrica.

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Alice, perché hai scelto di orientare il tuo lavoro sulle leucemie infantili?

«Oggi sono stati fatti tanti passi avanti nella diagnosi e cura delle leucemie del bambino con un miglioramento della prognosi fino all’80 per cento. Ma il restante 20 per cento delle leucemie pediatriche più aggressive, che vanno incontro a una o più ricadute con una prognosi molto sfavorevole, rimane una sfida che deve essere vinta al più presto. È fondamentale studiare i meccanismi molecolari responsabili della recidiva tumorale e concentrarsi su quella percentuale di leucemie più aggressive che non hanno ancora una terapia efficace per poter garantire i migliori protocolli di cura a tutti i bambini».

Su quali aspetti si concentra il tuo lavoro?

«Sui meccanismi utilizzati dalle cellule leucemiche per sopprimere la normale ematopoiesi, cioè la produzione di sangue, a favore della crescita neoplastica. Inoltre, siamo interessati a capire come le cellule maligne siano in grado di evadere la chemioterapia proteggendosi nella nicchia midollare, cioè il microambiente che circonda le cellule tumorali in espansione».

 

Cosa sappiamo del microambiente tumorale per quanto riguarda le leucemie acute?

«Alcuni studi precedenti, condotti su modelli animali di topo sani, hanno dimostrato che inducendo delle modificazioni alle cellule mesenchimali stromali nella nicchia (cioè quelle cellule staminali non direttamente coinvolte nella produzione del sangue, ma che hanno la capacità di differenziarsi in diverse altre cellule di supporto, ndr) si porta gli animali allo sviluppo della leucemia. Queste osservazioni rivestono il microambiente di un ruolo fondamentale nell’insorgenza, nella crescita e nella recidiva tumorale. Inoltre sappiamo che le cellule leucemiche sono in grado di indurre alterazioni nelle cellule sane del microambiente, in modo da facilitare la propria crescita ed evadere la chemioterapia».

 

In che modo?

«L’idea del mio progetto si basa proprio su questo: analizzare in che modo le cellule comunichino tra loro. L’ipotesi è che la comunicazione cellulare sia mediata dal rilascio di esosomi, piccole vescicole che escono ed entrano dalle cellule, utilizzate dalle cellule leucemiche per alterare la nicchia e rendere il microambiente permissivo alla crescita tumorale. Vogliamo anche conoscere la natura dell’informazione genica presente negli esosomi: sappiamo che contengono prevalentemente microRna (piccoli frammenti di materiale genetico non codificante) ma non è ancora chiaro se questo sia correlato a una maggiore aggressività tumorale».

 

Come intendete portare avanti il vostro progetto?

«Abbiamo già sequenziato, cioè isolato e analizzato, il contenuto degli esosomi plasmatici proveniente da 16 pazienti leucemici e 8 donatori sani. Quest’anno vorrei studiare i microRna presenti prevalentemente solo nei pazienti malati, cercando di capire il loro effetto sulle cellule mesenchimali stromali del midollo osseo. In particolare, nel mio progetto studierò se i microRna presenti nei pazienti che non rispondono alla terapia possano giocare un ruolo nell’aggressività e nella recidiva tumorale».

 

Quali sono le possibili applicazioni per la salute umana?

«La comprensione dei meccanismi molecolari alla base della leucemia linfoblastica acuta a cellule B permetterebbe di individuare nuovi marcatori biologici, utili per un’azione farmacologica più mirata. Inoltre, determinare i meccanismi legati all’aggressività tumorale potrebbe aiutare nell’individuazione dei pazienti più a rischio in fase precoce, migliorando la prognosi e rendendo la terapia più personalizzata».

 

Alice, sei mai stata all’estero per un’esperienza di ricerca?

«Sì, sono stata per un breve periodo in Germania, alla Clinica Universitaria di Leipzig. È stata un’esperienza che mi ha fatto crescere a livello professionale e ho imparato una nuova tecnica sperimentale utile a migliorare i protocolli terapeutici di diversi tipi di tumore. Le cose che più mi sono mancate dell’Italia sono state il cibo e gli affetti, anche se mi ritengo fortunata ad aver incontrato durante il mio percorso persone davvero molto gentili e disponibili».

 

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Fin da bambina sono sempre stata affascinata dal mondo dell’infinitamente piccolo, tant’è che uno dei primi regali di Natale è stato proprio un microscopio. Ma forse il momento che mi ha influenzato maggiormente è stato quando ho perso mio nonno a causa di un tumore al polmone erroneamente diagnosticato. Vivere la sofferenza della mia famiglia mi ha fatto capire l’importanza della ricerca scientifica, sia per fornire una diagnosi precoce di malattia, sia per migliorare i trattamenti terapeutici. E questo è un diritto che devono avere tutti, soprattutto i bambini».

 

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare e uno da dimenticare.

«Il giorno in cui ho conseguito il dottorato, è stato il culmine di tutti i miei sforzi e lo ricordo con molta soddisfazione, oltre al momento in cui ho letto la mail che mi annunciava la vincita della borsa di studio Fondazione Umberto Veronesi. Un episodio da dimenticare è sicuramente quando a causa di un guasto sono stati persi tutti i campioni raccolti in tanti anni di lavoro».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«La dinamicità, ogni giorno non è mai uguale al precedente. È molto stimolante poter usare la propria fantasia e creatività, unita ad un costante studio per progredire con le ricerche. Quando finalmente riesci a dimostrare qualcosa di importante la soddisfazione non ha prezzo. E poi, per me, la ricerca è progresso e futuro: una società che non investe è destinata a non evolversi».

 

Cosa invece eviteresti volentieri del tuo lavoro?

«Il precariato. Il ricercatore è una figura precaria che deve cercarsi i propri fondi e vincere progetti per avere la possibilità di fare ricerca ed essere pagato. Spesso è difficile conciliare la vita di laboratorio con la continua ricerca di fondi e la scrittura di nuovi progetti, senza contare la condizione di costante instabilità e insicurezza del proprio futuro che potrebbe riflettersi negativamente sul lavoro quotidiano».

 

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale e professionale.

«Sono sempre stata affezionata alla figura di Rosalind Franklin: è il simbolo della discriminazione delle donne nella scienza e mi ha insegnato che le proprie scoperte devono essere condivise per il progresso scientifico e tecnologico anche a discapito del proprio successo personale».

 

Cosa avresti fatto se non avessi fatto la ricercatrice?

«Mi sarebbe piaciuto avere un agriturismo ecosostenibile con fattoria didattica. Adoro stare a contatto con la natura e questo mi avrebbe permesso la divulgazione di un’altra tematica che mi sta molto a cuore, l’alimentazione vegetale e lo sfruttamento animale. Avrei potuto diffondere un messaggio importante insegnando, soprattutto alle nuove generazioni, che i cosiddetti animali “da reddito” possono essere molto di più, e che l’alimentazione vegetariana non solo è più sana, ma è anche necessaria per contrastare l’inquinamento e il cambiamento climatico».

 

Pensi che ci sia un sentimento antiscientifico in Italia?

«Penso che in generale ci sia fiducia nella scienza, anche se, purtroppo, con la pandemia Covid-19 ho notato un incremento delle persone no-vax e di coloro che seguono teorie cospirazioniste. Recentemente ho letto che circa un terzo della popolazione crede che i canali ufficiali di informazione non dicano la verità e questo è un dato che dovrebbe fare riflettere, oltre a essere inaccettabile in un’era in cui è possibile confutare qualsiasi tipo di informazione o bufala con un click».

 

Chi è Alice nel tempo libero?

«Adoro viaggiare e appena posso parto all’avventura. Ho esplorato posti stupendi, come le città del Giappone o i templi antichi di Angkor Wat in Cambogia e ho visto l’aurora boreale al polo Nord, ma so che c’è ancora tantissimo di cui meravigliarsi. Sogno di visitare l’Islanda, l’Alaska e di percorrere una parte della muraglia cinese, deve essere molto suggestivo. Un’altra cosa che mi rilassa è cucinare. Sono vegetariana da 9 anni e mi piace soprattutto sperimentare nuove ricette e provare accostamenti di sapori».

 

Hai famiglia?

«Per me è un valore molto importante e sono molto legata alla mia famiglia, da cui ricevo sempre supporto nelle mie scelte e decisioni».

 

Un ricordo a te caro di quando eri bambina.

«Da bimba, mia nonna materna che veniva a trovarmi con sporte piene di cioccolato e merendine».

 

Il libro che più ti piace o ti rappresenta.

«“Il profumo” di Patrick Süskind».

 

Prima di salutarci, cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Vorrei dire un sincero grazie. Sostenere la ricerca scientifica è di fondamentale importanza perché le vostre donazioni sono spesso il contributo più consistente per ricevere i finanziamenti che permettono a noi ricercatori di poter continuare il nostro lavoro. La pandemia Covid-19 ha evidenziato l’impegno costante dei ricercatori impegnati senza sosta tra ricerca di base e diagnostica. Questo impegno è altrettanto attivo e assiduo anche negli altri campi, come quello oncologico. Donare è un atto di fede nella scienza. Nella maggior parte dei casi i risultati si vedranno tra molti anni, ma è l’unica via per garantire un futuro con cure migliori a noi e alle persone a noi care».

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