Campagna per dire NO alla pena di morte
Il principio della pena di morte ha le sue origini ai primordi delle comunità umane, caratterizzate dalla violenza dei rapporti, ed è rimasta purtroppo nei secoli come retaggio di una civiltà primitiva.
Oggi invece sappiamo che uccidere un assassino è un modo per legittimare il principio della vendetta e la cultura della violenza, e dunque crea una spirale negativa nella società.
Possiamo capire – senza condividere – che nei Paesi dove sono sistematicamente calpestati i fondamentali diritti umani, possa ancora esistere la pena di morte. Ma è difficile comprendere come anche gli Stati Uniti, la Terra del Futuro, a cui il mondo guarda per comprendere il domani, possano ancora credere in un metodo di controllo della criminalità così arretrato.
Infatti, malgrado la pena di morte sia stata reintrodotta negli Stati Uniti nel 1976 e da allora siano stati giustiziati 1042 cittadini, nessun calo di criminalità è stato registrato, anzi: gli omicidi sono 5 volte più frequenti negli USA che in Italia. Purtroppo la pena di morte non è un problema solo americano e, cosa ancora più iniqua, il maggior numero di condanne viene eseguito nei confronti di persone povere o appartenenti a minoranze etniche o religiose.
I dati mondiali sono innegabilmente inquietanti, ma va sottolineato che la maggior parte dei Paesi del mondo si sta avvicinando all'abolizione della pena di morte: solo 18 dei 60 paesi che ancora la mantengono hanno eseguito le condanne.
C’è una speranza. E in un mondo globale e strettamente interconnesso dal punto di vista economico e culturale, è interesse di tutti che la speranza diventi realtà e ogni forma di violenza venga delegittimata.
Per questo la campagna contro l’”uccisione di Stato” deve continuare e la Fondazione Veronesi lancia una appello a tutti i cittadini perché sostengano questo obiettivo aderendo al movimento Science for Peace.