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Oncologia
Fabio Di Todaro
pubblicato il 17-07-2020

Diventare mamme dopo il cancro si può: ecco come



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Una ex paziente su 6 desidera rimanere incinta dopo aver preservato la fertilità. Tassi di successo più alti se si è reduci da un tumore al seno

Diventare mamme dopo il cancro si può: ecco come

Diventare mamme dopo il cancro? Si può. Anzi: se questo è che vuole una donna che si ammala di tumore in giovane età, bisognerebbe sempre darle modo di perseguire il suo desiderio. «La preservazione della fertilità in queste pazienti ha un’efficacia ormai consolidata», ha spiegato Dalia Khalife, ginecologa del Guy’s and St Thomas’s Hospital di Londra, nel corso del congresso della Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (Eshre). Presentando i dati di vent’anni di attività, la specialista ha rimarcato quanto sia importante che i medici che si occupano di preservazione della fertilità lavorino a stretto contatto con gli oncologi. Garantire a una giovane donna la possibilità di diventare mamma - al di là che nel tempo decida o riesca a mettere al mondo un figlio - vuol dire offrirle un orizzonte diverso dalla malattia. Un modo per prendersi cura della sua mente che in molti casi dà anche la spinta in più che serve per affrontare le terapie oncologiche.


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COME IL CANCRO PUO’ INFLUENZARE LA FERTILITA’

Una volta ricevuta la diagnosi di tumore e prima di iniziare le cure, una donna in età fertile colpita da un cancro deve sapere che il percorso terapeutico potrebbe limitare la possibilità di avere un figlio. Oltre che da altri fattori, la fertilità di una persona dipende innanzitutto dal corretto funzionamento degli organi riproduttivi. Per quel che riguarda i tumori dell’utero e dell’ovaio, l’insidia maggiore è rappresentata dagli interventi chirurgici che rischiano di lasciare la donna priva degli organi in cui si producono i gameti (ovociti) e di quello che accoglie una vita pronta a sbocciare. Ma a intaccare la fertilità possono essere anche altri trattamenti: è il caso della chemioterapia e della radioterapia (soprattutto se a livello pelvico e cerebrale), con cui sono chiamate a fare i conti anche le donne colpite dalla malattia in un’altra sede. Nel caso in cui si rende necessario il ricorso ai farmaci citotossici, le pazienti rischiano di andare incontro a una menopausa precoce, che pregiudica definitivamente le speranza di affrontare una gravidanza. Per tutte queste ragioni, quando si ha di fronte una giovane paziente oncologica, si fa il possibile per preservare la sua fertilità. Come? «Congelando» la possibilità di avere un figlio, una volta che la malattia sarà alle spalle.

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DIVERSE LE SOLUZIONI DISPONIBILI

Una precisazione è necessaria, a questo punto. Una volta finite le cure, i pazienti oncologici (donne, ma anche uomini) non perdono sicuramente la possibilità di andare incontro a una gravidanza spontanea. Non potendo sapere prima però quali saranno le chance, è comunque utile (ove desiderato) affrontare un percorso di preservazione della fertilità prima di iniziare le cure oncologiche. I pazienti che hanno già superato la pubertà possono prevenire l’infertilità ricorrendo alle tecniche di crioconservazione dei gameti (sempre prima di iniziare le terapie oncologiche). Così, qualora decidano di avere una famiglia e non riescano a concepire naturalmente, avranno la possibilità di usufruire del proprio campione depositato alla banca dei gameti e attivare le tecniche di procreazione Medicalmente Assistita (Pma). Per le donne, le strategie attivabili sono la crioconservazione degli ovociti o del tessuto ovarico (due anni fa è nata la prima bambina italiana da una donna sottopostasi a questa procedura), la soppressione delle ovaie (somministrando un farmaco che blocca l'ovulazione durante le terapie oncologiche) e la trasposizione chirurgica delle ovaie (per evitare che vengano intaccate dalla radioterapia). «Il metodo a cui ricorrere viene deciso in base alle condizioni della singola paziente - afferma Cristofaro De Stefano, responsabile dell'unità operativa di fisiopatologia della riproduzione e sterilità di coppia dell'azienda ospedaliera San Giuseppe Moscati di Avellino -. Il congelamento degli ovociti viene offerto alle donne più giovani ed è la tecnica che offre le maggiori chance di successo. Ma se per iniziare le cure non è possibile attendere e portare a termine un ciclo di stimolazione ovarica, si procede con il prelievo del tessuto ovarico». Una tecnica, quest'ultima, che vede meno nati finora. Ma che offre una possibilità prima inesistente - tra le altre cose - anche alle bambine che si ammalano prima della pubertà


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MAGGIORI CHANCE PER LE REDUCI DA UN TUMORE AL SENO

Durante il congresso, Khalife ha presentato i dati raccolti dall’ospedale londinese in vent’anni di attività. La casistica del Guy’s and St Thomas’s Hospital è considerata una delle più ampie - oltre che longeve - in Europa. Nel caso specifico, quasi 900 giovani pazienti oncologiche (età media: 33 anni) hanno chiesto supporto per preservare la fertilità prima di iniziare le cure. La maggior parte di loro (63 per cento) era stata colpita da un tumore al seno. Dopo un primo consulto, quasi 1 donna su 2 (42 per cento) ha chiesto di poter andare avanti con una delle tre tecniche disponibili. Oltre al congelamento degli ovociti e del tessuto ovarico, in Gran Bretagna è infatti consentito (a differenza dell’Italia) il congelamento degli embrioni. Una procedura considerata più efficace delle altre, nel momento in cui il processo si completa con il trasferimento in utero in vista della gravidanza. Nell'arco di tempo considerato, quasi 1 donna su 6 (16 per cento) ha chiesto di poter utilizzare gli ovociti e gli embrioni congelati. Tra di loro, perlopiù le donne reduci da un tumore al seno, rivelatesi poi in grado di portare a termine la gravidanza con maggiore probabilità. Un’evoluzione osservata (in media) nel 70 per cento dei casi, rispetto al 30 per cento rilevato nelle donne colpite da un linfoma. «Sono dati considerevoli, che sarebbero probabilmente più significativi se l’analisi fosse limitata all’ultimo decennio - aggiunge De Stefano -. Con la diffusione delle tecniche di vitrificazione, infatti, i tassi di successo delle procedure di PMA sono aumentati». Quanto all'Italia, negli ultimi dieci anni, sono state poco più 3.500 le pazienti oncologiche hanno preservato la loro fertilità con la crioconservazione. Di queste, è quanto si evince dal Registro di Procreazione Assistita dell'Istituto Superiore di Sanità, 2.148 hanno conservato gli ovociti e 1.371 il tessuto ovarico.

L'IMPORTANZA DI GUARDARE ANCHE AGLI ADOLESCENTI

Che i tassi di successo possano essere anche più alti di quelli osservati, lo lascia supporre un'altra considerazione. Le prime pazienti a bussare alla porta dopo aver completato le cure sono le più grandi, preoccupate dallo scorrere del tempo che riduce il tasso di fertilità di una donna (il discorso vale anche per chi è sano). Discorso diverso invece per le pazienti più giovani, che temporeggiano di più prima di pianificare una gravidanza. Ragion per cui, considerando anche loro, «tra qualche anno si potrebbero registrare anche tassi di successo più elevati - precisa De Stefano -. Perciò è importante che una consulenza ginecologica di questo tipo venga fornita anche agli adolescenti che si ammalano di cancro. Questo, almeno in Italia, non accade ancora con la stessa regolarità che si registra invece tra i pazienti adulti». Un altro fronte da battere, secondo l'esperto, è quello di chi convive con la predisposizione a sviluppare una malattia oncologica. Questo è il caso per esempio delle donne con una mutazione dei geni Brca, che sanno di poter negli anni ammalarsi di cancro (al seno o alle ovaie), ma a cui al momento non è offerta alcuna opportunità per preservare la fertilità.


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DIVENTARE MAMME DOPO LE CURE POSSIBILE ANCHE COL COVID-19

Al contrario di quanto accaduto nelle persone sane, i trattamenti di preservazione della fertilità nei pazienti oncologici (sia il counseling sia le procedure operative) non si sono fermati nelle settimane più critiche della pandemia di Covid-19: nemmeno nelle regioni più colpite dall'emergenza sanitaria. Avendo escluso la possibilità di rilevare il virus nei gameti, offrire ai pazienti una chance in più di avere un figlio una volta messa alle spalle la malattia è stato considerato preminente rispetto al rischio di contagio derivante dalla necessità di recarsi con maggiore frequenza negli ospedali (non soltanto per sottoporsi alle cure oncologiche). Tanto per le donne quanto per gli uomini (scopri quali sono i trattamenti di preservazione della fertilità a loro rivolti).

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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