Un requiem per la libertà di stampa

Non bisogna abituarsi. Dico che non bisogna abituarsi a violare le regole della privacy, soprattutto quelle che proteggono i dati cosiddetti «sensibili»

Un requiem per la libertà di stampa

Non bisogna abituarsi. Dico che non bisogna abituarsi a violare le regole della privacy, soprattutto quelle che proteggono i dati cosiddetti  «sensibili», come quelli sanitari. Non bisogna abituarsi eppure ci siamo abituati: tutti i giornali hanno riportato la notizia che una perizia ha considerato Anna Maria Franzoni, la mamma di Cogne condannata per aver ucciso il figlioletto,   ancora «socialmente pericolosa», ma nessun giornale ha fatto rilevare che il programma tv «Quarto grado» non aveva nessun diritto di rendere pubbliche, nemmeno per sommi capi, le considerazioni  dello psichiatra e criminologo che ha stilato la consulenza tecnica.

Tutti sappiamo che il delitto di Cogne è stato ipermedializzato in tutte le sue fasi, fino alla condanna di Anna Maria Franzoni per l’assassinio del piccolo figlio. Personalmente, ne sono stato sconcertato fino al disgusto, ma fin qui la mia può rimanere un’opinione. Invece non è più il caso di parlare di opinione quando vengono resi noti i particolari di una perizia psichiatrica disposta dai giudici per valutare se concedere o non concedere la detenzione domiciliare.

Badate bene: il processo indiziario è finito, è chiuso da anni. Non si può quindi invocare la natura pubblica di un dibattimento giudiziario. Siamo nel «dopo», cioè nei lunghi anni della pena da scontare, negli anni in cui qualunque condannato, colpevole o innocente che sia,  non ha più davanti i giudici e una giurìa, ma solo se stesso. Nella sua privacy può entrare a buon diritto uno specialista al quale è stato richiesta una valutazione psichiatrica, ma le valutazioni devono restare assolutamente riservate.

A mio giudizio, è chiaramente illegittimo che il fascicolo della perizia abbia imboccato una strada esterna, fino ad arrivare a diventare il «pezzo forte» di una trasmissione televisiva. Ma pietà l’è morta. Fin dall’inizio di questa truculenta vicenda, non c’è stata pietà per il piccolo bimbo ucciso, e c’è stata una morbosa attenzione per la madre, accusata del delitto. Condannata, pietà vorrebbe che rientrasse nell’anonimato. Secondo me ne ha diritto, anche se è stata condannata per presunto assassinio. Se invece i mezzi di comunicazione non si accorgono che violare la sua privacy è un inescusabile abuso, allora è il momento di recitare un requiem per la libertà di stampa, pilastro delle democrazie.

La libertà d’informazione non ha incontrato tiranni, non muore per censura. Ma ha incontrato la sindrome compulsiva della notizia, e muore per irresponsabilità morale.

Umberto Veronesi



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