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Microglia, un bersaglio terapeutico per il glioblastoma?

pubblicato il 23-03-2020

Francesca Massenzio studiare un nuovo approccio terapeutico per ridurre l’invasività del glioblastoma basato sulla regolazione delle cellule della microglia

Microglia, un bersaglio terapeutico per il glioblastoma?

Il glioblastoma è il tumore cerebrale maligno più comune e aggressivo negli adulti. Questa neoplasia viene trattata, quando possibile, con la rimozione chirurgica dell’area interessata, seguita dalla chemioterapia e dalla radioterapia. Ma non esistono approcci mirati e più specifici. Studi recenti hanno evidenziato il ruolo di alcune cellule del sistema immunitario, chiamate cellule della microglia, nello sviluppo del glioblastoma. Queste cellule si trovano nel sistema nervoso centrale e, insieme ai macrofagi provenienti dal midollo osseo, possono costituire fino a un terzo dell’intera massa tumorale.

Grazie al sostegno di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi, Francesca Massenzio, biologa dell’Università di Verona, studia l’efficacia di due molecole in grado di agire sulle cellule della microglia con l’obiettivo di bloccare la crescita del tumore.

Francesca, raccontaci del tuo progetto. Che connessione esiste tra cellule della glia e tumori?

«Nel caso del glioblastoma, bisogna guardare all’ambiente in cui la neoplasia cresce e si sviluppa, una zona chiamata microambiente tumorale. Il microambiente è costituito da cellule eterogenee e tra queste vi sono le cellule gliali, cellule del sistema immunitario che risiedono nel tessuto cerebrale. Queste, in particolari condizioni patologiche, cambiano le loro caratteristiche da una condizione di inattività a uno stato di attivazione».

 

Sono efficaci anche contro i tumori?

«La microglia nel suo stato attivato produce ossido nitrico che inibisce la proliferazione cellulare inducendo la morte delle cellule tumorali. Il nostro progetto vuole proprio monitorare nel tempo l’interazione tra le cellule di glioblastoma e quelle della microglia, attraverso esperimenti in vivo condotti su modelli animali di topo. Studieremo inoltre gli effetti di due molecole, potenziali chemioterapici, in grado di agire sulle cellule della microglia con l’obiettivo di bloccare la crescita del tumore». 

 

Quali sono le possibili applicazioni per salute umana?

«Per il glioblastoma, a oggi, non esiste una cura davvero efficace e i risultati ottenuto saranno fondamentali per ampliare le nostre conoscenze scientifiche. In questo senso, il progetto ha una rilevanza notevole per un futuro trattamento terapeutico dei pazienti aprendo la strada a delle cure indirizzate verso le cellule del microambiente tumorale, che siano complementari a quelle dirette verso le cellule tumorali vere e proprie».

 

Descrivici brevemente la tua giornata tipo in laboratorio.

«In laboratorio trascorro la maggior parte della mia giornata. Entro intorno alle 9 e comincio a rispondere alle e-mail. In seguito, programmo con i miei colleghi le attività della giornata e seguo i tesisti negli esperimenti a loro affidati. Nel pomeriggio, termino le attività del mattino o mi dedico allo studio della letteratura scientifica».

 

Sei mai stata all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Sì, ho fatto due esperienze all’estero tra Cambridge e Londra. Le cose che mi hanno spinta a partire sono la curiosità e l’entusiasmo verso il prestigioso istituto che mi avrebbe ospitata, oltre alla possibilità di immergermi in una realtà competitiva e multietnica. Volevo vedere in che modo funzionasse un laboratorio estero, confrontarmi con colleghi provenienti da altre parti del mondo e mettermi in gioco».

 

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«Sicuramente è stata molto formativa, non solo professionalmente, ma soprattutto per la crescita personale. Mi ha permesso di sviluppare un senso critico, di analizzare con più distacco e in modo oggettivo il mio percorso personale e professionale».

 

Quali considerazioni hai potuto trarre dal confronto con il mondo della ricerca all’estero?

«Ho capito che in Italia abbiamo un approccio sbagliato nei confronti del nostro sistema universitario, ritenendo la nostra formazione meno competitiva rispetto a quella nostri colleghi esteri. In realtà, il confronto con i colleghi esteri mi ha fatto chiaramente capire che i ricercatori italiani sono bravi, capaci, professionali e stimati all’estero. Le nostre istituzioni dovrebbero quindi supportare maggiormente i ricercatori con bandi e finanziamenti adeguati perché i giovani ricercatori italiani hanno un grandissimo potenziale».

 

Quindi pensi che la figura del ricercatore in Italia sia in generale poco valorizzata?

«Purtroppo sì. Infatti, in Italia la ricerca è considerata un settore di nicchia e la nostra categoria, in generale, è poco valorizzata sia professionalmente che economicamente. Il ricercatore è, inoltre, spesso considerato un utopista che vive in un mondo a sé. Questo sentimento molto diffuso, spesso accentuato dai gruppi antiscientifici, allontana sempre di più le persone dal mondo della ricerca sminuendone il valore».

 

Cosa ti è mancato dell’Italia?

«Il rapporto umano. Ero abituata a un laboratorio in cui l’interazione con i colleghi era costante, la critica costruttiva, ed eravamo sempre disponibili a consigliarci e aiutarci l’uno con l’altro. In Inghilterra ho trovato un ambiente più freddo e distaccato, ognuno concentrato sul suo progetto, la competizione vinceva sulla collaborazione tra colleghi».

 

Francesca, cosa ti ha spinta a intraprendere la strada della ricerca?

«È stato un percorso graduale che ho maturato nel negli anni universitari quando ho iniziato a frequentare il laboratorio. Di giorno in giorno mi sono accorta che fare ricerca era quello che mi piaceva fare di più e che avrei voluto fare in futuro».

 

Come ti vedi fra dieci anni?

«Mi vedo sicuramente a fare ricerca in Italia ma con un mio gruppo».

 

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Probabilmente l’insegnante di scienze».

 

Francesca, raccontaci un po' di te. Cosa fai nel tempo libero?

«Di solito trascorro il tempo libero in compagnia di amici e familiari. Mi piace viaggiare e quando posso cerco di visitare posti nuovi».

 

Una cosa che vorresti assolutamente vedere almeno una volta nella vita.

«Vorrei vedere l’aurora boreale, un evento che mi affascina, perché esalta il potere della natura».

 

Sei soddisfatta della tua vita?

«Sì, posso dire di essere abbastanza soddisfatta. Il mio lavoro mi gratifica e questo si ripercuote su tutti gli aspetti della mia vita. Purtroppo, il mio fidanzato e io, entrambi ricercatori, non viviamo nella stessa città per esigenze lavorative. Questa è l’unica cosa che vorrei migliorare per essere davvero felice».

 

Il libro che più ti piace o ti rappresenta.

«Un libro che mi piace molto è “Il piccolo principe”. Un libro mai banale, seppure narrato attraverso gli occhi di un bambino».

 

Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Grazie. Noi ricercatori lavoriamo con passione e impegno quotidiano, il supporto economico è fondamentale per poter andare avanti. La ricerca rappresenta il futuro, la possibilità concreta di migliorare le condizioni di vita dei pazienti. Essere circondati da persone che sostengono la ricerca, credono nell’importanza del nostro lavoro e hanno fiducia in noi ci rende orgogliosi e motivati ad andare avanti nonostante le difficoltà».



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