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Breast Unit, quanto servono davvero?

Creando unità d'organo per la cura dei tumori si corre il rischio di depotenziare i reparti di oncologia medica, protagonisti dei maggiori successi ottenuti nella diagnosi e delle cure delle principali neoplasie

Breast Unit, quanto servono davvero?

Dal primo gennaio 2016, in Europa le donne dovranno potersi curare nelle Breast Unit, che verranno sottoposte a valutazione e dovranno aderire a precisi standard di qualità. Ce ne dovrà essere una ogni cinquecentomila abitanti, almeno. È questa una decisione del Parlamento Europeo secondo il quale ogni centro certificato dovrà trattare almeno centocinquanta casi di tumore al seno l'anno attraverso un'équipe multidisciplinare che comprenda oncologi, chirurghi senologi, chirurghi plastici, patologi, radiologi, radioterapisti, psicologi. Le strutture dovranno garantire le migliori cure disponibili alle donne. Alcune regioni italiane si sono già attivate, tra queste la Lombardia che con una legge ad hoc concluderà entro l’anno la loro realizzazione. Senza nulla togliere all’iniziativa che vuole ottimizzare la cura di una patologia diffusa nel nostro paese (148mila le nuove diagnosi effettuate nel 2015) e sul metodo della interdisciplinarietà, viene però da porsi qualche domanda. 

Questa novità aprirà la strada ad altre Unit? Avremo tra qualche tempo Unit di patologie d’organo? Del polmone, dell’ apparato gastroenterico, del fegato, dell’apparato scheletrico? Parleremo presto anche di Prostate Unit (si spinge molto sulla realizzazione di queste strutture), nonostante esistano ancora molti dubbi sulla loro utilità e necessità? Le Unit saranno strutture autonome o saranno unicamente un modo di lavorare interdisciplinare, cosa che del resto in oncologia medica si fa da tempo? Le Unit avranno organici propri? Le strutture complesse di oncologia medica verranno trasformate in strutture semplici per diventare uno dei tanti  tasselli delle Unit? Chi sarà il driver delle Unit? Le vecchie oncologie mediche manterranno il ruolo di “gestori della storia naturale della malattia”, cosa che ha permesso di affermare il valore di una disciplina, di migliorare la cura dei malati, di raggiungere successi importanti in termini di guaribilità? 

Riflessioni pleonastiche? Non credo. L’andare indistintamente verso le Unit potrebbe depotenziare le oncologie mediche, svuotarle della loro funzione: la unitarietà di azione e la sintesi dei processi di cura verrà inevitabilmente meno. L’oncologia medica è una branca della medicina interna (meglio chiamarla medicina oncologica) e come questa ha valore in quanto interlocutrice diretta del malato che lo cura e l’orienta dopo aver fatto sintesi dei trattamenti con tutte le specialità interessate. Il mantenere le strutture complesse di oncologia medica non è difesa corporativa, ma di uno strumento vantaggioso soprattutto per il malato nella gestione e organizzazione dei suoi piani diagnostici, di trattamento e assistenziali.

Alberto Scanni
@AlbertoScanni 



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