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Il medico deve aiutare anche la famiglia del malato

Di fronte a una malattia "pesante", lo specialista deve offrirsi anche come punto di riferimento per i parenti. Soltanto così le loro scelte potranno diventare più lucide e sicure

Il medico deve aiutare anche la famiglia del malato

Quando insorge una malattia seria, è tutta la famiglia a essere coinvolta. È una potente deflagrazione che investe un ambiente sereno fino al giorno prima, che si vede attaccato, ridotto all’impotenza e senza possibilità di appello. Il fantasma della morte, la paura di chi resta solo e abbandonato, il dover essere forti, consolatori e di aiuto al malato, l’ansia di ricercare le soluzioni migliori, la scelta dei migliori specialisti, la necessità di non commettere errori, il bisogno di confrontarsi, il dire o il non dire ad amici o parenti la nuova realtà, il tenere all’oscuro alcuni dei propri cari, l’evitare sguardi di commiserazione o pietismo, lo sforzo di mantenere una normalità di vita, sono soltanto alcune delle problematiche che insorgono all’interno della famiglia. 

Comportamenti variabili dunque, nei quali spesso il medico deve districarsi nell’intento di mantenere sulla retta via la strategia diagnostica e terapeutica. Anacronisticamente è proprio lui che, in queste situazioni, a fronte delle pressioni, degli sbandamenti, delle angosce dei familiari, diventa il tutore e il difensore del paziente. D’altro canto, senza entrare nei particolari e nella estrema variabilità delle situazioni, gli sbandamenti dei familiari sono comprensibili ed è per questo che fin dall’inizio il medico deve confrontarsi con chiarezza con i parenti, rispondendo a tutti i loro quesiti ,dando tempo alla comunicazione, esprimendo le proprie strategie, dimostrando disponibilità a un confronto con gli specialisti, ma ribadendo con fermezza che è al malato che comunque  deve rapportarsi. Un compito quindi non solo tecnico verso il malato, ma consolatorio e di sostegno verso la famiglia alla quale vanno riservate attenzioni mettendo in atto momenti di confronto per deansificarla e educarla a comportamenti idonei atti al sostegno psicologico del malato. 

La crisi può insorgere anche quando un malato viene dimesso dall’ospedale ed è tanto maggiore quanto la malattia è “pesante”, l’età avanzata e la forma cronica. È il caso di alcune forme neurologiche, vascolari e di alcuni tumori. Ed è qui che i medici di famiglia devono impegnarsi. I familiari, anche se hanno avuto informazioni all’atto della dimissione (e non è sempre così), non si sentono sicuri e hanno paura di non essere sufficientemente “attrezzati” per situazioni che dovessero verificarsi a casa. Si è preoccupati per come andranno le cose, spesso si vuole una risposta in tempi brevi su piccole cose: non si sa cocsa dare da mangiare, cosa fare quando viene un raffreddore, quando si formano delle escoriazioni nelle zone di appoggio se il malato è costretto a stare molto a letto, si vogliono indicazioni su come muoverlo, se fargli fare o meno piccoli esercizi di ginnastica, se stimolarlo ad assumere liquidi e così via. Qui bisogna aiutarla, rassicurandola offrendosi come punto di riferimento non solo per la cura, ma per educarla a essere protagonista di un programma di assistenza utile sia alla dimissione che per chi è cronico al domicilio. Insegnare a fare una iniezione, a frizionare correttamente una schiena, a come mobilizzare il malato, a come alimentarlo, tutte cose semplici che però sommate divengono un bagaglio non indifferente che, fatto proprio dai familiari, li renderebbe più sicuri e lucidi nei momenti di difficoltà.

Alberto Scanni
@AlbertoScanni



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