Il ricordo di un collega che tutto il mondo ci ha invidiato

Gianni Bonadonna aveva insegnato a curare tutti con umanità. Perché non c'è cura che funzioni in oncologia senza un "filo diretto" tra medico e paziente

Il ricordo di un collega che tutto il mondo ci ha invidiato

È morto Gianni Bonadonna, grande oncologo, maestro della oncologia italiana, scienziato che tutto il mondo ci ammirava e invidiava per i successi delle ricerche sui  linfomi e sul tumore mammario. Colpito da un ictus, ha saputo resistere. Abbiamo  sempre voluto bene allo scienziato,  ma poi abbiamo amato l’uomo che  anche nella malattia ha saputo continuare a insegnare: come vivere, come lottare, come continuare con testardaggine a “esserci”. L’essere dall’altra parte della barricata  trasforma e fa comprendere come, nel processo di cura, la terapia senza umanità e comprensione non vale granché. Desidero ricordarlo con quanto  ci aveva scritto nel  1999 in occasione dell’apertura del congresso italiano del Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (CIPOMO): 

«Oltre abilità diagnostica…ci vogliono tatto e simpatia, equilibrio e comprensione, immedesimazione nei problemi del malato…I pazienti…sono anzitutto esseri umani apprensivi, smarriti confusi dalla paura, desiderosi di conforto e rassicurazione… Mai come in oncologia il rapporto medico paziente rappresenta la relazione dinamica tra due persone in cui l’esperto soccorre chi  sta male e chi sta male dà il suo consenso alle scelte curative cui si sottopone con spirito collaborante».  

Alberto Scanni
@AlbertoScanni 



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