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SSN: non tutte le disuguaglianze sono uguali

Una ricerca del Censis commissionata da una assicurazione sanitaria racconta un SSN al capolinea. Ma è proprio così?

SSN: non tutte le disuguaglianze sono uguali

E’ di questi giorni l’ultimo, in ordine di tempo, rintocco della campana a morte per il Servizio Sanitario nazionale. Il campanaro di turno è il Censis a cui una compagnia assicurativa in campo sanitario ha commissionato un rapporto dal quale emerge – ça va sans dire – che il SSN è malato terminale, che sempre più persone rinunciano alle cure e che la spesa privata continua ad aumentare a causa delle inefficienze del servizio sanitario.

Sicuramente, i dati presentati all’interno del fantomatico “welfare day”, fanno gioco alla narrazione del mondo assicurativo, ma la realtà italiana dell’assistenza merita una riflessione. Il tema delle disuguaglianze è così à la page che persino il Festival dell’economia di Trento ha dedicato la sua ultima edizione all’argomento, lambendo alcuni temi centrali. Uno di essi è l’impiego delle risorse pubbliche. Durante il welfare day è stata avanzata la proposta – o meglio, la suggestione – di 21 miliardi annui ricavabili da una assicurazione sociale integrativa “alla francese”, che andrebbero a garantire un finanziamento aggiuntivo per il sistema sanitario, così da renderlo efficiente, efficace e sostenibile.

Qualche anno fa l’Istituto per la promozione dell’etica in sanità, ISPE-Sanità, impegnato il 15 e 16 giugno prossimi a Roma a ospitare l’incontro annuale dell’EHFCN, il network europeo delle organizzazioni e istituzioni contro frodi e corruzione in sanità, portò l’attenzione del Paese sul tema dell’integrità e della prevenzione della corruption (sprechi, inefficienze e ruberie) ai danni della salute dei cittadini, stimandola in 23 miliardi di euro l’anno. Le due cifre non sono tanto lontane. Tuttavia, vale la pena sgombrare il campo dall’idea che portare risorse ulteriori faccia guarire il nostro sistema sanitario. Siamo di fatto l’ultimo baluardo dell’universalismo in campo sanitario in un vecchio Continente che ha visto negli ultimi anni cadere sotto la scure dell’insostenibilità sistemi sanitari pubblici come quello inglese o spagnolo. Se negli Stati Uniti una famiglia di quattro persone volesse garantirsi una copertura sanitaria come quella che gode una famiglia italiana dovrebbe pagare circa 20.000 dollari mensili di premio assicurativo, col rischio per giunta di vedersi rifiutare l’accensione di una polizza in caso di patologie già conclamate. Ricordiamocene ogni volta che utilizziamo il nostro caro vecchio SSN.

A Trento, il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Walter Ricciardi, ha focalizzato l’attenzione dell’uditorio su funzionari o dirigenti pubblici “edentuli”, ai quali manca uno o più denti, e che, verosimilmente, non se la sentono di esporsi all'acquisto di un impianto. Insomma, con un “sorriso da povero” (ne avevamo parlato nel 2015 in questo blog), pur avendo una stabilità economica, almeno sulla carta. Difendere l’SSN non è tuttavia né una presa di posizione partigiana, e neppure una posa da bastian contrario verso l’onda della fuga dal pubblico. E’ mera lungimiranza. Le risorse, per quanto in progressivo contenimento, ci sono. Negli ultimi anni abbiamo pagato il conto – salatissimo – di decenni di malgoverno (incapace o interessato, da parte delle istituzioni), di posizioni di privilegio (da parte di medici coccolatissimi dalle farmaceutiche), di abuso (da parte nostra, cittadini disattenti). Piani di rientro, commissariamenti e spending review hanno trasformato il tutto a tutti in qualcosa a qualcuno. Il governo della spesa e delle scelte, trasparenti e sostenute da criteri oggettivi e scientificamente validi diventa da opportunità in vero e proprio diritto per i cittadini. Uno su tutti: l’HTA, l’Health Technology Assessment, il cui gotha si incontra a Roma dal 17 al 21 proprio sul tema l’HTA come diritto umano. Innegabili le disuguaglianze regionali e addirittura la differenza di attesa di vita tra diverse aree d’Italia che, a seconda del luogo di nascita, raggiungerebbe i tre anni. Innegabili le liste di attese lunghe e, molte volte, dalla gestione opaca, eppure, la via per restituire ai cittadini quel patrimonio di valori e di opportunità costituito dal nostro SSN non può che essere il recupero delle motivazioni fondanti di ormai 39 anni fa. Lasciamo che il ricorso a una polizza assicurativa sanitaria sia una opportunità e non l’organico elemento di sistema. Anche perché, una soluzione del genere, adottata in numerosi paesi europei, ha già mostrato numerose falle di integrità e di efficienza. Cerchiamo semmai di chiedere spiegazione e di segnalare ogni qual volta ci troviamo di fronte a una inefficienza, a un abuso, a un presunto spreco. La cura della trasparenza e della partecipazione dei cittadini è la migliore delle terapie. Il mondo ancor oggi invidia il nostro SSN. Sarebbe un importante passo avanti se noi smettessimo di denigrarlo.



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