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L'alieno che c'è in noi

Dentro di noi vive un vero e proprio alieno: un organo (come viene definito da alcuni specialisti) che continua a interagire con il nostro corpo, e che cambia di continuo

L'alieno che c'è in noi

Dentro di noi vive un vero e proprio alieno: un organo (come viene definito da alcuni specialisti) che continua a interagire con il nostro corpo, e che cambia di continuo. E’ il microbiota, quell’insieme di batteri “buoni” (un numero altissimo), presenti lungo il nostro intestino, che complessivamente pesano circa un chilo e ci permettono di digerire il cibo, producendo anche sostanze, come la vitamina K, altrimenti non sintetizzabili dal nostro organismo. Insomma, un esercito di ospiti-schiavi, che lavorano per noi, e che noi nutriamo con quello che mangiamo. Ospiti non così tranquilli, però, che il nostro sistema immunitario deve tenere sotto stretta sorveglianza.

Si parla tantissimo di questi batteri intestinali, anche perché molte aziende che commercializzano yogurt o altri prodotti derivati dal latte con l’aggiunta di “probiotici” (destinati ad aiutare l’intestino), investono massicciamente in pubblicità. Il mercato potenziale è enorme, ma ben poche persone, al di fuori dei tecnici, sanno di cosa stiamo parlando davvero (e intuiscono qual è la posta in gioco, dal punto di vista biologico, e della salute). Per chiarirci meglio, dentro l’intestino ospitiamo una quantità di batteri così alta da poter essere considerata una parte vitale del nostro corpo, evoluta insieme a noi per milioni di anni. Si capisce subito perché controllare questo “organo” non è un’esperienza semplice.

«I batteri del nostro intestino hanno complessivamente una quantità di geni superiore di circa 100 volte a quella del nostro Dna», spiega Federico Balzola, gastroenterologo dell’Azienda ospedaliera Città della Salute e della Scienza di Torino, e punta avanzata delle ricerche in Italia sui rapporti fra le infiammazioni dell’intestino e le malattie del sistema nervoso. «Finora sono state catalogate più di mille specie differenti di batteri all’interno dell’apparato intestinale umano, e la loro composizione varia da persona a persona. Ma, anche all’interno di uno stesso individuo, il microbiota può mutare a seconda del cibo che quella persona mangia e a seconda della zona geografica in cui si trova (perché cambiano gli alimenti a disposizione). Non per niente Joshua Lederberg, premio Nobel per la medicina a soli 33 anni nel 1958 (e un autentico genio), aveva detto che sarebbe stato abbastanza inutile decodificare il Dna umano,  senza sequenziare anche il Dna dei batteri che ospitiamo (ma questo non è ancora stato fatto...). Perché le interazioni sono continue e si influenzano potentemente a vicenda, con una fondamentale differenza: il codice genetico umano praticamente non cambia, mentre quello dei batteri si modifica di continuo in base alle condizioni ambientali intestinali (cibo, farmaci, infezioni, eccetera) e fa cambiare, di conseguenza, molte delle nostre funzioni immunitarie e metaboliche...».

Le interazioni fra il nostro organismo e l’”alieno” sono fittissime, ma  solo da poco tempo è stato possibile identificarne alcune, importanti, che mettono in collegamento quello che accade nell’intestino con problemi di altri organi, anche molto lontani, come il cervello. In verità, Ippocrate l’aveva  già intuito nel 460 avanti Cristo, e anche l’antica medicina cinese se n’era resa conto più di duemila anni fa... Ma l’evidenza scientifica dei rapporti tra le infiammazioni croniche dell’intestino e malattie come l’autismo, o la schizofrenia, o problemi di autoimmunità (che riguardano molti apparati diversi dell’organismo), sono assai recenti. «E’ una rivoluzione copernicana che sta muovendo i primi passi e non sempre viene accettata», continua Balzola. «Ci vorranno ancora molti anni prima di far sì che queste conoscenze entrino nella pratica corrente e che un problema psichiatrico, per esempio, venga correlato con l’apparato digerente e magari curato anche con farmaci per l’intestino, o con un’alimentazione diversa».

Ma come può il microbiota interferire con il cervello? Questo accade, per esempio, se un’infiammazione della parete intestinale viene provocata da alcuni alimenti (come il glutine) o da altre sostanze, andando poi  a “scardinare” la tenuta stagna fra le cellule dell’intestino che normalmente garantiscono l’impermeabilità della parete, e creando fessure più grandi (nel vero senso della parola) fra queste cellule. A quel punto i batteri intestinali, insieme ad altre sostanze presenti nell’intestino, possono finire nel sangue e attivare il sistema immunitario, dando il via a problemi infiammatori in zone distanti (e apparentemente “autonome”) del nostro corpo, cervello compreso.



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