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Se i medici «invocano» più umanità

Migliorare la comunicazione per coniugare la scienza alle storie dei malati. È l'obiettivo che si prefigge «I medici si raccontano», un libro che ripercorre i primi esperimenti italiani di medicina narrativa

Se i medici «invocano» più umanità

Ricerca per diagnosi più veloci e terapie mirate, ma non solo. La medicina non è una scienza esatta e come tale è in continua evoluzione. Ma per essere specialisti migliori non occorre soltanto guardare oltre l’orizzonte, ma voltarsi anche indietro e recuperare un aspetto della professione che oggi è merce sempre più rara: l’umanità. Sembra un paradosso, ma tale non è: la medicina appare inaridita dal progresso scientifico. Nel tentativo di perseguire la certezza consolidata, oggi i medici guardano più ai numeri e alle curve che alle condizioni di un paziente. Provano sempre a curare la malattia, dimenticandosi talvolta di prendersi cura del malato. Nella pratica sono tecnicamente impegnati e poco umanamente coinvolti. Ecco il vero limite del medico del terzo millennio.

È partendo da questa presa di coscienza che tre colleghi - Silvano Biondani, Paolo Malavasi e Sebastiano Castellano - hanno scritto «I medici si raccontano - Voci dai confini del sapere» (Guerini e Associati), una raccolta di confronti tra specialisti e pazienti rivolta a entrambe le categorie. L’obiettivo è riportare al centro del rapporto il dialogo. «Perché quando lo scambio di informazioni per risolvere un malessere diventa tale, nasce una storia di cura». Il risultato che attraverso questa prima fatica letteraria gli autori puntano a raggiungere è la «trasformazione» del medico da messia a bravo ascoltatore. In un’epoca in cui i camici bianchi denunciano di avere non più di un quarto d’ora da dedicare al singolo paziente, gli specialisti parlano il giusto e ascoltano quasi nulla. Divulgano informazioni ed evitano il contatto profondo. Antepongono il rigore dello strumento alla cura della persona. Ma se il paziente nella metà dei casi si presenta all'appuntamento dopo essere già andato a caccia di informazioni sulla rete, dovrebbe essere chiaro che l’atteggiamento paternalistico non funziona più. Col paziente occorre parlare, confrontarsi e scegliere - eventualmente anche assieme - il percorso di cura da intraprendere. Un modus operandi che, per ovvie ragioni, appartiene agli psichiatri e che viene invece quasi sempre bollato come inefficace dagli altri colleghi.

L’opera nasce da un’esperienza di medicina narrativa nata a Verona nel 2002 e poi replicata anche in Emilia Romagna (a Carpi). Stanchi di parlare sempre di tagli alla sanità, di lavorare con gli occhi puntati sull’orologio e di considerare i pazienti merce di scambio, i tre medici hanno dato vita a un esperimento di «umanizzazione» della professione che hanno poi esteso - mettendo assieme le storie più rappresentative, tra le oltre duecento raccolte - con taglio divulgativo attraverso la pubblicazione del libro. Si sfogliano così le pagine, passando dalla ragazza vittima di atti di autolesionismo allo scalatore che viene colpito da tre tumori. Si entra così a contatto tanto con le paure dei pazienti quanto con il lato umano dei medici. Figure a cui ci si rivolge sempre invocando una soluzione che talvolta non è però nemmeno nelle loro disponibilità. Incuriosisce scoprire come queste persone si trovino quotidianamente davanti ai problemi altrui - «La vita degli altri che scorre tra le mie mani», è il titolo di uno dei racconti più significativi - e siano chiamati a fornire delle soluzioni in tempi stretti. Ma le risposte, alle volte, non appartengono nemmeno al loro bagaglio di conoscenze perché fanno parte di quel cono oscuro su cui la medicina non è ancora riuscita a fare luce. Motgivo per cui, da ambo le parti, è necessario compiere uno sforzo. Medici e pazienti, qua la mano: dove non arriva la scienza, è giusto che approdi l’umanità.


Silvano Biondani, Paolo Malavasi e Sebastiano Castellano

I MEDICI SI RACCONTANO - Voci dai confini del sapere

Guerini e Associati, 246 pagine, 19,50 euro


Fabio Di Todaro



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