Il valore di una seconda opinione

In oncologia lavorare in team è una necessità. Ma se il paziente preferisce rivolgersi a un altro specialista, l'equipe non deve storcere il naso. È un suo diritto e non va mai disincentivato

Il valore di una seconda opinione

Lavorare insieme è importante, soprattutto quando le competenze non possono essere assunte da una persona sola. Lo scambio di idee, la interdisciplinarietà delle prestazioni, un parere in più sono tutti elementi importanti per fare una buona medicina. In oncologia la interdisciplinarietà è una regola, basti pensare  che il  trattamento coi farmaci è compito dell’oncologo medico, la rimozione della massa del chirurgo e se si vuole irradiare deve intervenire il radioterapista. La presunzione di voler fare tutto da soli e impostare autonomamente una strategia terapeutica è spesso velleitaria, improduttiva e talvolta dannosa per il malato. Bisogna sedersi intorno a un tavolo e programmare tutti insieme.

Certo, il paziente dovrà avere un referente come coordinatore del tutto che comunque non deve disdegnare di ascoltare, se necessario, il parere degli altri. Costui deve avere anche il coraggio, in caso di necessità, di  essere lui per primo a proporre un consulto per sentire un'altra campana. E al limite affidare il malato ad altri perché più esperto o perché ha a disposizione  protocolli terapeutici innovativi e metodiche più avanzate. Si è buoni medici se si ha il coraggio di comprendere  i propri limiti, senza per questo sentirsi sminuiti agli occhi del malato. Basta spiegare sempre, rendendosi comunque disponibili ad accompagnarlo in un nuovo percorso.

Ho presente il caso di un malato affetto da leucemia cronica che, in seguito a un serio peggioramento, richiese autonomamente un consulto. Ciò provocò, in chi lo curava, irritazione e irrigidimento. Non era mancanza di fiducia, ma legittimo desiderio di sentire un altro  parere. Sta di fatto che la reazione del medico lo mise in angoscia e temette l’abbandono. Non va mai vietata una seconda opinione, meglio se chi l’ha in quel momento in cura viene informato: vuoi per un corretto e franco rapporto medico–paziente, vuoi per poter fornire al consulente una dettagliata relazione clinica. Spesso l’andare in posti qualificati senza un’opportuna documentazione ingenera giudizi tecnici incompleti con conseguenze e incomprensioni per il malato.

Alberto Scanni
@AlbertoScanni



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