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La lotta al dolore? Va avanti, ma troppo lentamente

pubblicato il 25-05-2012

Il 27 maggio prossimo si celebra la Giornata del Sollievo, decisa da Umberto Veronesi quando era Ministro della Salute proprio per combattere il dolore, in tutte le sue forme. Ma l’Italia continua a registrare negli ospedali ritardi scandalosi

La lotta al dolore? Va avanti, ma troppo lentamente

Il 27 maggio prossimo si celebra la Giornata del Sollievo, decisa da Umberto Veronesi quando era Ministro della Salute proprio per combattere il dolore, in tutte le sue forme. Ma l’Italia continua a registrare negli ospedali  ritardi scandalosi

 

Il dolore sta diminuendo, ma lentamente. E non c’è dubbio che chi ne soffre inutilmente, chi potrebbe trarne giovamento da un più corretto uso dei farmaci, ha diritto a essere non impaziente, ma assolutamente intollerante e indignato.  Il quadro italiano della “città dolente” emerge dai dati recentemente pubblicati da due fonti diverse:  la Relazione sullo stato di attuazione della legge 38/2010 (cioè le Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore) inviata al Parlamento dal ministero della Salute; e una ricerca della Fadoi ( la federazione dei dirigenti internisti ospedalieri), basata sull’analisi di 5.200 cartelle cliniche in 26 ospedali italiani. Da entrambe scaturisce che la situazione sta evolvendo ma che c’è ancora molta strada da percorrere.

Nel primo documento, la relazione governativa,  il dato più importante è che il consumo di farmaci oppiacei è aumentato del 30 per cento in due anni, cioè dal momento della promulgazione della legge. Non è poco. Ma siamo ancora ben lontani da altri Paesi europei: il consumo è ancora un terzo della media europea, ha scritto sul Corriere della sera Luca Moroni, presidente della Federazione Cure palliative. Cure peraltro che vengono praticate domicilio solo nel 40% del Paese. E’ uno “spread” ancora troppo alto, dovuto anche al fatto che mancano ancora le norme attuative della legge. Si dice che siano finalmente pronte in questi giorni e potrebbero arrivare in “regalo” per la Giornata nazionale del Sollievo che si celebrerà il 27 maggio. Ma fino ad oggi la mancanza di queste norme generali ha provocato il fatto che le regioni si siano mosse ciascuna per conto proprio con risultati inevitabilmente molto diseguali. Lo stesso Rapporto ministeriale nota che il consumo di oppiacei forti, del valore medio di 1,17 euro pro capite, ha punte elevate in Val d’Aosta, Alto Adige e Liguria, mentre è al di sotto dell’euro in Lazio, Campania, Basilicata e Calabria. Stessi sbalzi per quel che riguarda gli oppiacei deboli (0,79 euro in media), in cui primeggiano la Toscana e le regioni del nord, mentre il sud appare molto lontano. D’altra parte il consumo dei farmaci tradizionali non oppioidi è ancora 10 volte quello degli oppioidi. Con in testa Sicilia e Sardegna.  Se c’è un “federalismo” che credo nessuno possa propugnare e approvare, è quello del dolore. 

La stessa grave disuguaglianza nel godere di un diritto fondamentale del malato emerge dall’indagine Fadoi, centrata sugli ospedali, che aveva anche l’obbiettivo di promuovere le terapie del dolore e sensibilizzare il personale e che ha evidenziato un dato nello stesso tempo interessante e inquietante. Il fatto stesso che i medici siano stati impegnati per due mesi in questo studio, in cui venivano rilevate le diverse tipologie di dolore e le terapie utilizzate, ha portato a un incremento del 16% del consumo di oppiacei, soprattutto negli ospedali del sud che partivano da un livello più basso. Il che significa che si tratta soprattutto di un problema di attenzione ai bisogni del malato e non di mancanza di competenze o risorse. Sempre nel corso dello studio l’attitudine a misurare nei malati l’intensità del dolore è passata dal 44,7% dei casi al 77,4%. E poi c’è chi sostiene che la ricerca non aiuta i malati!

 E’ un risultato certamente positivo, per quei 26 ospedali coinvolti nell’iniziativa. Ma ci preoccupano tutti gli altri, dove, a quanto pare, considerando la media di partenza indicata nell’indagine, a più della metà dei  pazienti vengono misurate soltanto la febbre e la pressione, mentre il livello del dolore è considerato irrilevante.

Riccardo Renzi


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