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Studio il sistema immunitario per migliorare la lotta ai tumori

pubblicato il 01-04-2019

Giovanni Germano punta a identificare i meccanismi utilizzati dal sistema immunitario per riconoscere i tumori e potenziare l’immunoterapia

Studio il sistema immunitario per migliorare la lotta ai tumori

L’immunoterapia, ovvero il potenziamento e lo sfruttamento del sistema immunitario contro il cancro, è considerata l’ultima frontiera nella lotta contro il cancro, e la scoperta dei meccanismi attuati dal tumore per spegnere la risposta immunitaria è valsa il premio Nobel per la Medicina a James P. Allison e Tasuku Honjo nel 2018. Oggi i farmaci immunoterapici sono utilizzati di routine per il trattamento di molti tumori, in primis melanoma e polmone. Tuttavia l’immunoterapia non funziona su tutti i pazienti, e circa un 50% di persone non risponde efficacemente a questi farmaci. Alcuni tumori, infatti, sono silenti e non vengono «visti» dal nostro sistema immunitario, mentre altri stimolano una robusta risposta del sistema immunitario. Grazie al sostegno di Fondazione Umberto Veronesi, Giovanni Germano potrà studiare a fondo i meccanismi con cui il sistema immunitario riconosce i tumori fortemente immunogenici, con l’obiettivo di sfruttarli nei tumori meno visibili per renderli più responsivi alle cure.

Giovanni, vuoi raccontarci qualcosa di più sul tuo progetto?

«Studi recenti hanno dimostrato che alcune mutazioni riguardanti i cosiddetti meccanismi di riparazione del Dna sono in grado di aumentare notevolmente il tasso di mutazione del genoma, e conseguentemente di alcune proteine prodotte. Queste proteine anomale, chiamate “neoantigeni”, vengono riconosciute come qualcosa di nuovo ed estraneo dal sistema immunitario, che le attacca per difenderci».

 

E in che modo pensate di poter sfruttare questo meccanismo, che di per sé rappresenta un danno per l’organismo?

«In uno studio precedente, abbiamo dimostrato che l’utilizzo di farmaci in grado di stimolare il sistema immunitario, in modelli animali dove il meccanismo di riparazione del Dna è alterato, permette di eradicare il tumore in maniera molto efficace. Pensiamo pertanto di studiare a fondo questi modelli animali, per capire quali siano i meccanismi utilizzati dal sistema immunitario per riconoscere i neoantigeni e potenziare la risposta all’immunoterapia».

 

Siete interessati a un meccanismo molecolare in particolare?

«Il progetto si focalizzerà principalmente su cellule dell’immunità innata, macrofagi e cellule dendritiche, per capire come siano in grado di cooperare con i linfociti T, responsabili dell’immunità adattativa, in risposta ai trattamenti immunoterapici».

 

Quali ricadute potrebbe avere la tua ricerca per la salute umana?

«L’identificazione dei meccanismi cellulari alla base di un’attivazione forte e duratura del sistema immunitario è importantissima: una volta noti, infatti, questi meccanismi potranno essere utilizzati per potenziare le cure basate sull’immunoterapia anche in tumori solitamente poco visibili al sistema immunitario e quindi poco responsivi a queste terapie».


Raccontaci qualcosa di te: cosa ti ha spinto a scegliere la strada della ricerca?

«Durante il primo anno di Università sono rimasto affascinato dallo studio della cellula e dalla complessità nascosta dentro il suo micro-mondo. Molta importanza hanno avuto in seguito i saggi divulgativi di Boncinelli e Dulbecco. Dopo la loro lettura, non ho più avuto dubbi su quale sarebbe stata la mia strada».

 

C’è un momento del tuo percorso lavorativo che vorresti incorniciare?

«Quando abbiamo ricevuto la conferma da Nature, la prestigiosa rivista scientifica internazionale, che un nostro lavoro era stato accettato. È stata la più grande ricompensa per tre anni di duri sacrifici».

 

Dove ti vedi fra dieci anni?

«Nel lavoro del ricercatore la programmazione è importante ma può portare vincoli e limiti. Tra dieci anni mi vedo libero di andare verso l’inesplorato».

 

Qual è per te il significato profondo della ricerca che dà senso alle tue giornate lavorative?

«Fare ricerca per me è guardare per la prima volta qualcosa che il mondo ancora non conosce. Esplorare l’inesplorato. Scoprire ciò che è sempre esistito ma che nessuno è mai stato in grado di conoscere fino a quell’istante».

 

Pensi che si potrebbe fare qualcosa di più per aiutare chi fa scienza?

«Il lavoro del ricercatore dovrebbe essere più valorizzato e considerato allo stesso livello di quello del medico o del clinico. La comunità dovrebbe capire che la cura parte dalla ricerca e che all’origine di ogni farmaco c’è sempre un ricercatore che l’ha testato».

 

Hai una moglie e una bimba di 19 mesi. Sei soddisfatto della tua vita?

«La vita di laboratorio impone talvolta sacrifici molto pesanti, ma cerco di passare più tempo possibile con la mia famiglia e di vivere con loro i momenti importanti della vita».

 

Se potessi scegliere, con quale personaggio famoso ti piacerebbe andare a cena?

«Mi piacerebbe conoscere James Allison o Tasuku Honjo, i vincitori del Nobel per la Medicina del 2018 grazie ai loro studi sull’immunoterapia. Vorrei chiedere loro cosa si prova a sapere di aver contribuito a dare una nuova speranza di vita e possibilità di salvezza a molte persone».


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