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La "Laurea dei Re" ad Umberto Veronesi

pubblicato il 06-12-2011
aggiornato il 13-11-2017

Insignito dal King’s College di Londra, prestigioso santuario della medicina anglossassone, per “l’umanizzazione della medicina” portata verso il paziente

La "Laurea dei Re" ad Umberto Veronesi

Insignito dal King’s College di Londra, prestigioso santuario della medicina anglossassone, per “l’umanizzazione della medicina” portata verso il paziente

Non c’era bisogno di asportare tutto il seno, bastava la quadrantectomia. Quando lo studio di Umberto Veronesi e della sua équipe uscì con risultati che dimostravano che le guarigioni ottenute con questo nuovo metodo erano sovrapponibili a quelle ottenute con l’intervento di mastectomia radicale, il New York Times lanciò la notizia in prima pagina. Adesso agli innumerevoli riconoscimenti si aggiunge il prestigiosissimo conferimento della laurea honoris causa “per l’umanizzazione della Medicina” da parte del King’s College di Londra, santuario della cultura medica anglosassone.

Umberto Veronesi è il primo italiano al quale il famoso ateneo conferisce questo titolo. Ha confessato di essere emozionato: “E’ un segnale di apprezzamento internazionale dell’Italia come culla del principio dell’integrità corporea nella cura dei tumori” ha detto l’oncologo. Veronesi, che da giovane aveva dimostrato molto interesse per la psicologia, ha voluto ricordare che è nata in Italia, alla fine degli anni Sessanta, la tradizione dell’attenzione all’identità del corpo come specchio dell’identità della mente. Per quegli anni, era un concetto rivoluzionario. E’ stato l’idea-guida seguita da Veronesi, prima all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, poi all’Istituto Europeo di Oncologia: “Bisognava affermare una nuova cultura, la cultura della dimensione psicologica della malattia, che ha sempre due realtà: quella clinica studiata dal medico, e quella umana percepita da ogni malato.”

Il seno riveste un ruolo di grande importanza per l’identità femminile profonda, e i lunghi anni di ricerca per arrivare all’intervento conservativo (prima con la quadrantectomia, poi con la tecnica del linfonodo-sentinella) hanno portato a una vera e propria rivoluzione copernicana, che Veronesi riassume così: “Il principio da seguire nella scelta di una terapia non è il massimo tollerabile (la dose o l’intervento più massiccio che il paziente può sopportare) ma il minimo efficace, cioè il trattamento che a parità  di efficacia garantisce la minore invasività o tossicità per il malato.”

Negli anni Sessanta Umberto Veronesi era considerato un “eretico” dalla stragrande maggioranza dei suoi colleghi, che quasi gli decretarono l’ostracismo a causa di questa tesi, che veniva giudicata arrischiata. Il tempo e gli incontrovertibili risultati dello studio su un grande numero di donne gli hanno dato ragione. Come “valore aggiunto”, la nuova realtà degli interventi conservativi ha ottenuto l’effetto di avvicinare un gran numero di pazienti alla prevenzione. Si è creato quindi un circolo virtuoso che ha avuto come esito la riduzione della mortalità. Sottolinea Veronesi: “In meno di 50 anni il tasso  medio di guarigione  per il tumore del seno è passato dal 40% dei casi al 80% di oggi. E il processo innescato non si è ancor fermato :  ora il nostro prossimo  obiettivo è eliminare il cancro  del seno dall’ elenco  delle  cause di mortalità della donna. Ce l’abbiamo già fatta in un caso : il tumore della cervice uterina. Con l’adesione in massa delle donne al pap test,  e poi alle nuove tecniche  di anticipazione diagnostica,  fino al vaccino, nei Paesi occidentali siamo sulla buona strada. Per il tumore del seno questo cambiamento di approccio è stato fondamentale perché  di  fronte alla possibilità reale di salvare il benessere fisico e psichico, le donne hanno vinto  la loro istintiva resistenza a sottoporsi agli esami ed hanno  iniziato ad aderire alla diagnosi precoce. Sulla base  dei primi risultati,  che ci hanno permesso di salvare il seno a migliaia di donne, limitando la mastectomia ai casi assolutamente necessari, abbiamo predicato per anni che prima il tumore è scoperto, maggiori sono le possibilità di trattamenti conservativi, e il mondo  femminile ci ha ascoltato. La partecipazione delle donne  ci ha stimolato a trovare strumenti e tecnologie diagnostiche sempre  più accurate e in grado potenzialmente di azzerare questo tumore. Il problema  rimane ora nei Paesi emergenti e a questo ci stiamo dedicando, soprattutto  in Africa.”

A Londra, nel venerando King’s College, Veronesi ha raccontato del suo anno di studio al Chester Beatty, dove conobbe i futuri premi Nobel Francis Crick e James Watson, che hanno rivoluzionato la scienza d’oggi con la scoperta della struttura del Dna. Erano tre giovani, entusiasti delle finestre che si aprivano sul mondo internazionale che è quello della scienza. Veronesi ricorda con piacere: “In poco tempo ho assorbito molto della cultura  e del metodo scientifico anglosassone, come l’ amore per le scienze naturali o  la valorizzazione della statistica applicata alle scienze. In particolare ho sviluppato la capacità  critica, tipicamente britannica,  nei confronti dei risultati individuali. Ho imparato che il primo pensiero dopo aver concluso una ricerca con successo, è quello di analizzarla criticamente, per vedere quali sono i punti deboli e quelli da migliorare. Questa mentalità ha reso meno difficile per me lanciare nel 1969, ad una assemblea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità molto stupita, l’idea del minimo efficace che avrebbe rivoluzionato la mia storia  personale e quella di milioni di malati. “

Ma nel panorama internazionale l’Italia ha un suo valore, tutt’altro che piccolo. Veronesi esemplifica basandosi sulla sua storia: “La storia dei progressi nella cura del tumore del seno è un modello di riferimento, un segno di speranza e una dimostrazione di eccellenza della ricerca italiana. E non parlo al passato. E’ un momento difficile per tutti, ma la nostra ricerca  non  è in cattive condizioni. Certo,  abbiamo il problema della riduzione  dei fondi, ma gli studi clinici continuano a produrre risultati interessanti.  La nostra ricerca non è mai stata estesa quantitativamente,  ma la sua qualità è buona. La produzione individuale dei nostri ricercatori è fra le  più alte al mondo. Questo perché, io credo, l’Italia ha le caratteristiche storiche e la tradizione di una comunità scientifica internazionale.”

Luigi Bazzoli


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