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L'esperto risponde

Un’infezione aumenta il rischio di tumore prostatico?

pubblicato il 08-10-2015
aggiornato il 07-11-2017

Risponde Riccardo Valdagni, direttore della radioterapia oncologica 1 e della Prostate Cancer Unit dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano

Un’infezione aumenta il rischio di tumore prostatico?

Ho letto che lo sviluppo del tumore della prostata potrebbe essere influenzato anche da una malattia a trasmissione sessuale, dal Trichomonas vaginalis in particolare. È davvero così? 

Roberto F, Nuoro

Risponde Riccardo Valdagni, direttore della radioterapia oncologica 1 e della Prostate Cancer Unit dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano 

Il Trichomonas vaginalis è un protozoo flagellato unicellulare, ovvero un parassita che è presente nell’apparato genitale dell’uomo e della donna, il quale è all’origine dell’omonima malattia infiammatoria (Trichomoniasi vaginale) che si contrae per trasmissione sessuale. L’ipotesi di una probabile correlazione tra questa malattia sessuale e il tumore della prostata si deve al fatto che l’infiammazione è oggi riconosciuta come un potenziale fattore iniziatore di malattia neoplastica ma anche di progressione del tumore.

Ragion per cui le infezioni sessualmente trasmesse sono state oggetto, già da alcuni anni, di diversi studi epidemiologici tra cui una metanalisi i cui risultati avrebbero evidenziato che la gonorrea è l’evento infiammatorio di origine sessuale in grado di facilitare lo sviluppo del tumore della prostata, sebbene vi sia evidenza di attenzione anche per la sifilide e il trichomonas vaginalis. In merito a quest’ultimo, la correlazione con il tumore alla prostata è ancora incerta, ma vi sono dati a favore di una associazione alla forma tendenzialmente più aggressiva. È stato infatti osservato che una proteina secreta da questo parassita mima l’azione di una analoga proteina umana che il nostro corpo riconoscerebbe quindi come promotore di infiammazione, contribuendo all’avvio alla malattia e/o alla progressione del tumore stesso.

Nonostante queste premesse non possiamo dire con certezza che l’infezione, l’alimentazione o lo stile di vita in genere possano essere responsabili dell’insorgenza di un tumore della prostata. Occorre innanzitutto definire le caratteristiche e il tipo di malattia. Infatti, oggi riconosciamo molteplici varianti di tumore della prostata, molte di queste con aspetto e comportamento di totale indolenza, che non sono meritevoli quindi di trattamento; infatti circa il 40-50% delle nuove diagnosi presenta una bassa o assente aggressività, mancando di alcuni caratteristici tratti di malignità.

Non di meno, accanto a forme mediamente pericolose per la vita del paziente, esistono anche tumori della prostata di grande aggressività che fortunatamente rappresentano poco meno del 5%-10 delle nuove diagnosi. Per tutte le forme di malattia i fattori di rischio di sviluppare un tumore della prostata sono l’età avanzata, la razza (l’afro-americana è quella maggiormente predisposta al tumore prostatico), la familiarità ma anche la genetica, ovvero l’alterazione dei geni BRCA1 e BRCA2, responsabili del tumore della mammella.

Un recente studio comparativo condotto da 63 centri internazionali, tra cui anche il nostro istituto, su maschi con forte familiarità per tumore al seno femminile e maschile o con sindrome di Lynch, ha evidenziato una maggiore propensione a sviluppare un tumore alla prostata della forma più aggressiva nei portatori della mutazione genetica. Sebbene ancora in fase di studio, l’obesità e la sedentarietà sembrano essere correlate a malattie maggiormente aggressive.

Anche per il tumore alla prostata è fondamentale la prevenzione: la comunità uro-oncologica suggerisce una visita annuale del medico di medicina generale o dello specialista urologo a partire dai 40 anni in caso di familiarità o attorno ai 50 per gli altri maschi. La visita è utile per definire, in base alla valutazione del rischio di ammalarsi di questo tumore, l’opportunità e la cadenza con cui effettuare il dosaggio del Psa, che rappresenta un eccellente indicatore del benessere della prostata ma che non è unicamente un marcatore tumorale. Questo significa che l’associazione del Psa (valutato e interpretato in base anche alla sua crescita nel tempo) con gli altri cofattori di rischio (età, gruppo etnico e, in un prossimo futuro, la genetica), potrà aiutare a identificare un fetta di popolazione a maggior rischio di sviluppare una forma aggressiva, che potrà essere sottoposta a uno screening “di popolazione”. E questa selezione potrà anche rispondere in maniera efficace ed efficiente alla attuale richiesta di equilibrio di costi sociali sostenibili, senza cadere nel rischio di una eccessiva medicalizzazione della popolazione generale. 

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