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Neuroscienze

Epitelio nasale e urine: così si scopre il morbo della mucca pazza

pubblicato il 07-08-2014
aggiornato il 05-06-2017

Diagnosi precoce: presentati due test in grado di scovare i prioni mutati nei pazienti ancora in vita. In futuro si useranno anche per altre malattie neurodegenerative?

Epitelio nasale e urine: così si scopre il morbo della mucca pazza

Passi avanti nella diagnosi del morbo di Creutzfeldt-Jakob, la variante umana del morbo della “mucca pazza” diffusasi soprattutto nei primi anni del nuovo secolo, in seguito al consumo di carni bovine infette. A dimostrazione del ruolo avuto dalla ricerca italiana nella scoperta di questa malattia, arrivano due studi appena pubblicati dal New England Journal of Medicine. Entrambi puntano alla diagnosi precoce, impossibile finora, con la malattia scoperta soltanto post-mortem: nel corso dell’autopsia.

 

BASTA UN TAMPONE NASALE

Il primo test, già disponibile nella pratica clinica presso la neurologia del policlinico “Giambattista Rossi” di Verona, consiste in un prelievo effettuato nella cavità nasale attraverso un tampone. Così si raccolgono i neuroni olfattori, esposti all’ambiente esterno e accessibili al prelievo con procedure non invasive. Da qui la possibilità di scoprire subito l’eventuale presenza dei prioni mutati: ovvero quelle proteine in grado di cambiare forma nel sistema nervoso centrale che oggi rappresentano l’unico marcatore del morbo di Creutzfeldt-Jakob. Diversi studi, infatti, hanno già dimostrato che le mutazioni presenti nel cervello sono identiche a quelle che colpiscono la mucosa olfattoria. Secondo Salvatore Monaco, ordinario di neurologia all'ateneo veneto, «sebbene la validità del test sia stata confermata in una patologia a evoluzione invariabilmente fatale, la sua applicazione in varie malattie neurologiche può rappresentare uno strumento insostituibile nella diagnosi precoce e nel controllo di condizioni con effetto devastante a livello individuale e sociale».

 

ESAME DELLE URINE

Fino a oggi sia il morbo della mucca pazza che la variante umana della malattia, sono state riconosciute soltanto dopo la morte di animali e pazienti. Adesso a contribuire a effettuare la diagnosi dopo la comparsa dei primi sintomi, oltre al tampone nasale, sarà anche un semplice esame delle urine. Nel corso della malattia il prione, oltre che nel cervello, risulta presente anche in alcuni organi periferici - milza, tonsille, intestino - e, in tracce, nel sangue e nell’urina.

L’ultima ricerca ha permesso di scoprire la malattia nel 93% dei casi: senza fornire “falsi positivi”, ovvero diagnosi fallaci. L’approccio è stato possibile attraverso la protein misfolding cyclic amplification, una metodica che funziona sfruttando le caratteristiche del prione che «una volta a contatto, trasforma la proteina “sana” in una “malata” - spiega Fabio Moda,  che ha avviato lo studio nel 2012 al centro di scienze della salute dell’università di Houston e oggi è al lavoro all’istituto “Besta” di Milano -. Il prione, a sua volta, si lega ad altre proteine normali e le trasforma, innescando un meccanismo di conversione a cascata che promuove la progressione della patologia.

Con la Pmca si alimenta il campione da esaminare con proteine sane: se i prioni sono presenti le trasformeranno in proteine alterate, al punto da avere quantità rilevabili attraverso le comuni tecniche diagnostiche». Entrambi gli approcci potrebbero essere in futuro applicati anche ad altre malattie neurodegenerative: quali il morbo di Alzheimer, quello di Parkinson e le demenze frontotemporali, attraverso la rilevazione di marcatori specifici in tessuti periferici e liquidi biologici facilmente accessibili. «Nella malattia di Parkinson i disturbi olfattori possono precedere anche di un decennio i sintomi motori e le lesioni patologiche tipiche di questa malattia sono presenti nel sistema olfattorio», chiosa Gianluigi Zanusso, ricercatore del dipartimento di scienze neurologiche, neuropsicologiche, morfologiche e motorie dell’università di Verona.


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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