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Neuroscienze
Serena Zoli
pubblicato il 27-11-2023

Riserva cognitiva: così il nostro cervello si "tutela" per i momenti difficili



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Si chiama "riserva cognitiva" e si crea conducendo una vita stimolante. Succede che la demenza o un ictus creino danni che però non si manifestano nel comportamento. Ecco perché

Riserva cognitiva: così il nostro cervello si "tutela" per i momenti difficili

La “riserva cognitiva” è una sorta di tesoretto che si accumula nel cervello facendo un certo tipo di vita, che vedremo, e a cui il cervello ricorre per trarne risorse quando è sotto attacco, di una malattia come pure dell’invecchiamento. Si cominciò a parlarne a fine anni Ottanta quando, facendo l’autopsia di persone che erano morte anziane e in buona forma mentale, si scoprì che invece il cervello era malato di Alzheimer. Ma la manifestazione esterna non era comparsa: che cosa aveva supplito all’incapacità fisica dovuta alla demenza? Si cominciò allora a ipotizzare una misteriosa “riserva” nascosta che entrava in campo quando c’era bisogno di coprire un vuoto.

IL TEORIZZATORE YAAKOV STERN

Il vero teorizzatore di questa realtà cerebrale segreta è stato il neuroscienziato della Columbia University Yaakov Stern una ventina di anni fa, che soprattutto la segnalò legata all’invecchiamento, indicandola come causa delle migliori prestazioni cognitive di certe persone anziane rispetto ad altre all’apparenza in uguali condizioni fisiche. Poi il concetto si è esteso, per esempio la riserva cognitiva è stata tirata in campo per spiegare la migliore risposta a un ictus di alcuni individui non diversamente spiegabile.

STESSA MALATTIA MA ESITI DIFFERENTI

Ora uno studio originario del Friuli Venezia Giulia arriva a documentare l’effetto positivo della “riserva” nel caso complesso di tumori del cervello. La ricerca è particolarmente ampia, ben 700 pazienti, scelti se malati soltanto in uno dei due emisferi, o destro o sinistro, ed è pubblicata sulla rivista Brain Communications. «La crescita di un tumore cerebrale può ridurre capacità cognitive come memoria, linguaggio, capacità di concentrazione, elaborazione visuo-spaziale – spiega la dottoressa Barbara Tomasino, senior ricercatrice dell’Irccs Medea del Polo fiulano. – Tuttavia è possibile notare discrepanze nei pazienti tra la gravità della malattia e le sue manifestazioni: il nostro interesse è stato di andare a guardare dentro le cause di queste differenze». I pazienti sono stati sottoposti a risonanza magnetica per immagini e a una batteria di test indirizzati a stabilire le loro capacità cognitive prima dell’intervento di neurochirurgia.

PIÙ STUDI, LAVORO STIMOLANTE, ABITARE IN CITTÀ

Ed ecco i parametri che i ricercatori hanno considerato per misurare la quantità di riserva cognitiva di ciascuno: gli anni di scolarità, il tipo di lavoro (stimolante, non ripetitivo) e l’abitare in città. Ovviamente sono stati calcolati anche la grandezza, la localizzazione, il tipo di tumore per poter fare confronti. «Il lavoro che è risultato più “protettivo”, in grado di contribuire di più alla riserva cognitiva, è stato quello amministrativo, forse per la maggiore mobilità mentale che richiede – osserva Raffaella Rumiati, professoressa ordinaria di Neuroscienze cognitive alla Scuola superiore Sissa di Trieste e all’Università di Tor Vergata a Roma. – Più l’indice di riserva cognitiva è alto e più, a parità di danno cerebrale, il deficit risulta piccolo. La riserva nasce dalla plasticità cerebrale, è la sua manifestazione, e permette alla persona di contrastare l’indebolimento delle normali funzioni anche in una circostanza estrema come un tumore cerebrale».

L’EMISFERO SINISTRO PIÙ REATTIVO

Ora questa capacità di rimedio dinanzi alla lesione anatomica risulta ai ricercatori friulani più forte se il tumore si trova nell’emisfero sinistro. Perché? La risposta della dottoressa Tomasino è: «Non lo sappiamo. E’ una sollecitazione per ulteriori ricerche spuntata fuori nel nostro studio. Si dovranno considerare le funzioni specifiche della parte sinistra della testa». L’indagine si conclude con l’auspicio di venire utilizzata a fini di prevenzione e per forme di riabilitazione, ma come se per costruire una riserva cognitiva ci vuole una vita intera, e vissuta in un certo modo?

NUTRIRE IL CERVELLO

Barbara Tomasino spiega: «Si può intervenire con uno stile di vita sano, non solo buona alimentazione e attività fisica, ma pure nutrimento della mente. Il cervello ha bisogno di bombardamenti, di stimolazioni continue. E allora occorre “prescrivere” di leggere, di andare a teatro, di viaggiare, di frequentare mostre e amici, di avere un animale domestico da curare, insomma di vivere esperienze variegate. Lo si vede: ci sono anziani che frequentano gruppi, leggono appunto, coltivano hobby e si mantengono meglio di altri». Dunque, la “riserva cognitiva” si può rimpinguare – e spendere - man mano che si vive.

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Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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