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Neuroscienze

Vi ricordate della mucca pazza? Il morbo è ormai debellato

pubblicato il 18-07-2014
aggiornato il 03-02-2017

L’infezione è in via di eradicazione in tutta Europa. L’Italia è in prima fila nella lotta alla malattia

Vi ricordate della mucca pazza? Il morbo è ormai debellato

 

L’Italia, parola del Comitato permanente della catena alimentare dell'Unione europea, è un paese “a rischio trascurabile”. L’encefalopatia spongiforme bovina (Bse) che procurò allarme all’inizio del nuovo millennio è in fase di eradicazione in tutta Europa. Drastico il calo di contagi registrato dal 2001 al 2012: da 2166 ad appena 16 casi. «L’emergenza è ormai alle spalle», afferma Cristiano Corona, veterinario del centro di referenza nazionale per lo studio delle encefalopatie degli animali e neuropatologie correlate dell'Istituto zooprofilattico sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta. L’ultimo congresso mondiale sulle malattie da prioni ha rappresentato l’occasione per fare il punto su una malattia che, negli scorsi anni, ha provocato 140 morti in Gran Bretagna e un grave danno all’industria alimentare.

 

BSE, DI COSA SI TRATTA?

Molti di noi l’hanno scoperta attraverso il divieto di mangiare alcuni tagli di carne di manzo, in particolare quelli a stretto contatto con l’area cerebrale e con il midollo spinale. Ma l’encefalopatia spongiforme bovina, divenuta nota sulle tavole degli italiani come morbo della mucca pazza, non è la classica infezione che può risolversi con una lieve sintomatologia a carico dell’apparato digerente. Si tratta di una malattia scoperta a metà degli anni ’80 in Gran Bretagna, a seguito del crescente numero di morti tra i bovini: fino anche a cento al giorno. Le ricerche, però, si sono intensificate nei dieci anni successivi, dopo aver visto che disturbi simili si manifestavano anche nell’uomo.

Da qui il Nobel conferito a Stanley Prusiner nel 1997 per gli studi compiuti sul morbo di Creuzfeld-Jakob, la variante umana di «una malattia, al momento non curabile, causata da una proteina presente nel sistema nervoso centrale - puntualizza Giuseppe Legname, direttore del laboratorio di biologia dei prioni della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste -: nel momento in cui cambia la propria forma, comporta la morte delle cellule adiacenti. Il morbo di Creuzfeld-Jakob ha un decorso molto più veloce di qualsiasi altra demenza: la morte può arrivare anche in tre mesi».

 

IL VIA IN GRAN BRETAGNA

Premesso che esistono forme familiari della malattia, la cui origine non è però nota, e che le stesse siano anche piuttosto diffuse nelle regioni meridionali e nel Nord-Est italiano, le attenzioni furono da subito puntate sulla trasmissione del morbo dall’animale all’uomo. Era il 1996 quando l’allarme scattò «a seguito di diversi casi anomali della malattia, che, associata fino a quel momento agli anziani, iniziava a manifestarsi con discreta frequenza anche in pazienti molto giovani - spiega Maurizio Pocchiari, direttore del reparto patologie neurologiche degenerative e infiammatorie dell’Istituto Superiore di Sanità -.

Anche l’esordio era atipico: spesso i pazienti finivano dall’ortopedico per dolori articolari e muscolari e non si riusciva a risalire alla causa». La casistica ricorrente in Gran Bretagna fece pensare che la causa della malattia potesse essere nella dieta. La scoperta decisiva fu di Prusiner: a causare il contagio era la carne contaminata da tracce di materia cerebrale. Le conseguenze, in considerazione degli oltre sette milioni di animali infetti, avrebbero potuto essere più pesanti. «L’uomo è refrattario alla malattia: non è da escludere che gli inglesi infetti siano molti di più, ma che soltanto pochi di essi abbiano sviluppato il morbo di Creuzfeld-Jakob», chiosa Pocchiari.

 

RESTRIZIONI A TAVOLA

La contromossa fu obbligatoria. Stop al consumo di farine animali negli allevamenti ed eliminazione, prima della macellazione, di tutte le parti del corpo in grado di trasmettere la malattia dai bovini all’uomo: come il cranio, la colonna vertebrale e l’intestino. Così l’Italia è riuscita a limitare i danni: appena 145 casi di malattia su oltre sette milioni di animali controllati. «Se la nostra filiera alimentare è molto controllata, lo dobbiamo anche all’epidemia di casi di encefalopatia spongiforme bovina», rammenta Corona.

«Oggi si può essere tranquilli: dall’introduzione del divieto di cannibalismo (i bovini non possono consumare farine prodotte macinando carcasse di eguali animali, ndr) in Italia si sono registrati appena tre casi: scoperti in vacche che producevano latte e che non avrebbero dovuto essere macellate. L’encefalopatie spongiforme bovina è stata drammatica, per i morti e per le risorse spese. Ma la sua prossima eradicazione rappresenta un successo per la ricerca, anche italiana».


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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