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L’alimentazione della mamma in gravidanza può influenzare la suscettibilità al tumore al seno nella prole?

pubblicato il 23-03-2015
aggiornato il 02-10-2017

È quanto sta cercando di scoprire Veronica Bellisario, ricercatrice molisana di 29 anni che lavora nei laboratori dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma

L’alimentazione della mamma in gravidanza può influenzare la suscettibilità al tumore al seno nella prole?

 

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Tutti ormai sanno che una dieta bilanciata, ricca in frutta, verdura e cereali integrali e povera di grassi saturi e zuccheri è un’importante arma di prevenzione, ad esempio contro i tumori, l’obesità e le malattie a essa correlate. Ma quanto conta ciò che abbiamo “mangiato” quando eravamo ancora nella pancia della mamma attraverso la sua alimentazione? L’influenza dell’alimentazione in gravidanza sulla salute dell’individuo dopo la nascita è un nuovo, interessante filone di ricerca sul quale sta lavorando anche Veronica Bellisario, ricercatrice sostenuta nel 2015 da Fondazione Veronesi.

Veronica ha 29 anni ed è originaria di Isernia. Dopo il liceo scientifico si è trasferita nella capitale dove ha conseguito presso l’Università La Sapienza prima la Laurea Triennale in Scienze Biologiche e poi quella Specialistica in Neurobiologia. Si è poi spostata a Firenze per svolgere un Dottorato di Ricerca in Ecologia, Etologia, Antropologia e Biosistematica ed è infine tornata a Roma come ricercatrice post-dottorato all’Istituto Superiore di Sanità.

Veronica, di cosa si occupa il tuo progetto di ricerca?

«I fattori “ambientali”, primi fra tutte le molecole provenienti dall’alimentazione della madre durante lo sviluppo embrionale possono programmare le cellule per la vita adulta, influenzando la fisiologia dell’individuo. Voglio capire se una dieta ad alto contenuto di grassi della madre in gravidanza possa influenzare lo sviluppo della ghiandola mammaria e i fattori ormonali regolatori della prole e modificare nella vita adulta la suscettibilità ad alcune malattie, come il tumore al seno. Lo studio verrà effettuato con un modello murino: gli animali verranno nutriti prima e durante la gestazione con una dieta ad alto contenuto di grassi e verrà valutata nella prole lo sviluppo della ghiandola mammaria nelle diverse fasi della vita (pubertà ed età adulta) tramite analisi morfologiche, di espressione genica e analizzando i livelli di estrogeni, dell’ormone dello stress e degli ormoni insulinici». 

Quali sono le applicazioni per la salute che la tua ricerca aiuterà a sviluppare per il futuro?

«Lo studio aiuterà a identificare marcatori metabolici e alimentari di suscettibilità tumorale in età precoce, soprattutto durante la pubertà, che è un delicato periodo di cambiamento metabolico e funzionale, permettendo così di attuare strategie di prevenzione. L’obiettivo finale, ancora più importante, sarà quello di guidare le persone a fare scelte sane in termini di cibo e stile di vita, sia per se stessi sia per i propri figli, e frenare la duplice minaccia di obesità e cancro». 

Perché hai scelto la strada della ricerca?

«Fin da piccola ho sempre avuto una spiccata propensione per tutte le materie scientifiche in generale. Sicuramente una fonte di ispirazione è stata mia madre, anche lei biologa, che nonostante non si sia mai dedicata alla ricerca mi ha sempre fatto appassionare all’argomento; con il suo microscopio mi faceva vedere le cellule vegetali e del sangue. Credo sia stata la sua passione a contagiarmi».

C’è un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare?

«Sembrerà retorica, ma i momenti belli sono stati tanti e anche i piccoli traguardi li ho vissuti con l’entusiasmo di grandi vittorie. Ricordo con gran piacere il primo lavoro scientifico pubblicato e la mia prima conferenza. Un bel ricordo è legato anche alla comunicazione dell’assegnazione della borsa di Fondazione Veronesi: il mio capo mi ha abbracciata, eravamo entrambe molto contente, credo sia stata una boccata d’aria fresca per entrambe, sapete bene quanto sia difficile trovare finanziamenti per la ricerca scientifica in Italia»

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Mi piace la sua imprevedibilità: l’idea che la ricerca nasca dalla fame di conoscenza, che sia alimentata dalla passione e sicuramente non da interesse; l’idea che nulla sia scontato e che nonostante le aspettative non è dato sapere con certezza a cosa porterà uno studio»

E cosa invece eviteresti volentieri?

«Se potessi eviterei volentieri la sperimentazione animale. Ma sono perfettamente cosciente che, ad oggi, non si potrebbe fare ricerca biomedica a nessun livello senza il loro utilizzo»

Come ti vedi fra 10 anni?

«Sicuramente mi vedo ancora con il camice, responsabile scientifico di un progetto scritto da me; spero uno fra tanti altri che seguiranno»

Ognuno di noi ha avuto, nella propria personale e professionale, delle figure di riferimento. Quali sono state le tue?

«Il mio modello di vita è certamente mia nonna: una donna forte, determinata, indipendente e coraggiosa. Dal punto di vista professionale la mia tutor, la dottoressa Francesca Cirulli che mi ha seguito sia durante la tesi di laurea specialistica che durante il dottorato,  è stata un mentore con la M maiuscola per me, una persona e una ricercatrice brillante e piena di risorse».

Cosa avresti fatto se non avessi fatto la ricercatrice?

«Non saprei immaginarmi in altre vesti, ma se non avessi intrapreso questa strada mi sarebbe piaciuto diventare un ufficiale dell’esercito e intraprendere la carriera militare».

Qual è secondo te il campo della ricerca biomedica che nei prossimi decenni rivoluzionerà il modo in cui ci cureremo?

«Se dovessi scommettere, punterei sulle cellule staminali, credo che più di qualunque altra cosa possano offrire una possibilità concreta per la cura di moltissime malattie».

Per finire, qual è il senso profondo che ti spinge a fare ricerca e dà significato al tuo lavoro?

«L’idea di fare qualcosa che nel suo piccolo possa essere utile a tutti».


@ChiaraSegre

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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