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Tumori tiroidei: cerco la differenza tra quelli sporadici e familiari

pubblicato il 03-04-2017
aggiornato il 05-07-2017

Nonostante la maggior parte dei carcinomi della tiroide non abbiano fattori ereditari, il 5-10% è dovuto a una predisposizione familiare: Paola Caria sta studiando un modo per distinguerli

Tumori tiroidei: cerco la differenza tra quelli sporadici e familiari

I tumori della tiroide rappresentano l’1-2% di tutte le forme di cancro, e sono 3 volte più frequenti nelle donne rispetto agli uomini. Sebbene la maggior parte dei carcinomi papillari della tiroide non sia causato da fattori ereditari e sia pertanto considerato sporadico, il 5-10 per cento dei casi è dovuto ad una predisposizione familiare. Nonostante siano stati condotti numerosi studi per capire se le forme familiari siano biologicamente distinti dalla tipologia sporadica, questa distinzione è ancora da chiarire. Grazie a una borsa di ricerca della Fondazione Umberto Veronesi Paola Caria, biologa cagliaritana, trascorrerà un periodo di ricerca presso l’Università di Manitoba, in Canada, dove esaminerà un possibile marcatore che discrimini tra le forme familiari e sporadiche di tumore della tiroide.
 

Paola, dicci di più sul tuo progetto di ricerca.

«È stato osservato che le cellule di tumore tiroideo dei pazienti affetti da un cancro sporadico mostrano un accorciamento dei telomeri: si tratta di sequenze di Dna collocate alle estremità dei cromosomi, dove fungono un po’ da cappuccio, e che sono quindi fondamentali per preservare la stabilità del genoma. La cosa interessante è che nei pazienti colpiti da forme familiari i telomeri sono più corti sia nelle cellule tumorali che nei linfociti, importanti cellule del sistema immunitario. Questa differenza tra tumori tiroidei sporadici e familiari potrebbe costituire un possibile biomarcatore predittivo per distinguerli. Il mio progetto si propone quindi di approfondire i dati sulla lunghezza e sulla specifica organizzazione tridimensionale dei telomeri nei cancri tiroidei familiari e sporadici, attraverso la raccolta e l’analisi di campioni di pazienti affetti da tumore e di individui sani».
 

Quali potrebbero essere quindi le prospettive e le eventuali applicazioni per i pazienti?

«I risultati di questo lavoro potrebbero fornire informazioni utili nella pratica clinica e nuovi parametri con cui valutare il potenziale rischio di sviluppo di tumori in pazienti con più di un parente affetto da tumore tiroideo. Questo potrebbe portare allo sviluppo di nuove strategie di cura che includano la possibilità di test predittivi, consulenza genetica e valutazione del rischio, come accade per altri tumori a predisposizione familiare».
 

Paola, stai per intraprendere un periodo di ricerca di sei mesi in Canada: eri mai stata all’estero per lavoro?

«Sì, sono stata al Centro di Genetica Medica dell’Università di Ghent, in Belgio. Ero curiosa di osservare da vicino come si fa ricerca in un paese diverso dal mio, e naturalmente desiderosa di ampliare le mie conoscenze scientifiche sia dal punto di vista pratico che teorico. Questa mia prossima esperienza di ricerca sarà oltre oceano, e sarà diversa da quella precedente, perchè partirò con un background scientifico più solido e con la mia famiglia. Questa occasione mi aiuterà a diventare più indipendente, e spero di lavorare in un modo diverso da quello a cui sono abituata in Italia». 

Come mai hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Ho capito che mi sarebbe piaciuto fare scienza al liceo, quando ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze sulla biologia della cellula. È stato così che assieme ad una mia compagna di classe ho deciso di iscrivermi alla facoltà di biologia, inizialmente con l’intenzione di insegnare questa disciplina. Poi, frequentando i laboratori, ho capito che il lato sperimentale mi affascinava e mi divertiva al tempo stesso, e questo connubio mi ha portato a scegliere questa strada».


Come ti vedi fra dieci anni?

«Spero di fare ancora questo bellissimo mestiere».


Cosa ti piace di più della ricerca?

«Mi piace il fatto di poter essere libera di sviluppare le mie idee, di avere la possibilità di entrare in contatto con tutto il mondo e infine, soprattutto in ambiente universitario, di stare in mezzo a tanti giovani».


E cosa invece eviteresti volentieri?

«La precarietà finanziaria».


Cosa avresti fatto se non avessi fatto la ricercatrice?

«La maestra d’asilo: adoro i bambini».

 
Cosa fai nel tempo libero?

«Non ne ho molto, ho un figlio piccolo e quando dorme mi guardo un bel film!».


Se un giorno tuo figlio ti dicesse che vuole fare il ricercatore, cosa gli diresti?

«Secondo me i figli vanno lasciati liberi di decidere, ma se mi dovesse chiedere un consiglio gli direi di andare all’estero».


Una cosa che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita.

«Fare un viaggio a New York».


La cosa di cui hai più paura?

«La solitudine».

 
La cosa che più ti fa arrabbiare.

«L’incoerenza e la poca umiltà».


Un ricordo a te caro di quando eri bambina.

«Gli spaghetti di mia nonna!».

 
Il tuo libro preferito?

«Veronica decide di morire, di Paulo Coelho».


Una pazzia che hai fatto?

«Comprare casa con un mutuo di 30 anni».

 

@AgneseCollino



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