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Cardiologia

Trapianto di cuore: le tecniche per ridurre i rischi di rigetto

pubblicato il 22-05-2017
aggiornato il 27-09-2017

Nel 2016 in Italia 267 persone hanno avuto un trapianto di cuore, ma sono tre volte tanti quelli in attesa. Le ricerche per superare i rischi di rigetto e la carenza di organi

Trapianto di cuore: le tecniche per ridurre i rischi di rigetto

In Italia, nel 2016, in 267 ne hanno ricevuto uno sano. Quasi il triplo (742) sono ancora in attesa, invece. Un cuore nuovo equivale ad avere quasi una seconda vita, per chi si ritrova costretto a dover ricorrere al trapianto di quello che è il muscolo che regola la nostra esistenza. Ma resta il rischio di rigetto, ovvero la «replica» del sistema immunitario a un organo che continua a non sentire suo. Oggi tenerlo a distanza è più semplice rispetto al passato, grazie all’introduzione di farmaci da assumere per tutta la vita. Ma la speranza è quella di poter un giorno ridurre alla radice i rischi connessi a un trapianto. Come? Cercando di minimizzare le probabilità di rigetto.
 

La «molletta» che salva il cuore inoperabile
 

COME RENDERE MENO SENSIBILE IL SISTEMA IMMUNITARIO

Una delle piste più battute, in questo senso, è quella che punta alla desensibilizzazione del sistema immunitario. L’obiettivo è renderlo meno «suscettibile» al nuovo organo, rendendo meno reattivi gli anticorpi del paziente. Soltanto un’utopia? Non si direbbe, a vedere i risultati di una ricerca

presentata nel corso dell’ultimo congresso mondiale sullo scompenso cardiaco, tenutosi a Parigi. A condurla Guillaume Coutance, cardiochirurgo del gruppo ospedaliero de la Pitié-Salpêtrière della capitale francese. Con la sua equipe, lo specialista transalpino ha avviato un progetto di desensibilizzazione rivolto ai 523 pazienti che si sono sottoposti a un trapianto di cuore tra il 2009 e il 2015 nella struttura da lui coordinata. Obiettivo: renderli tutti idonei a ricevere un cuore nuovo. La procedura risulta infatti sovente rimandata, se la persona in lista di attesa possiede troppi anticorpi diretti contro l’antigene leucocitario umano. Sono queste molecole, infatti, a determinare il rigetto, che nel tempo determina la perdita di funzionalità dell’organo. Coutance ha sottoposto i pazienti a un trattamento preoperatorio: con globuline anti-timociti, immunosoppressori convenzionali e trasfusioni di plasma pre e post-trapianto (quest’ultimo passaggio solo per chi aveva i livelli più elevati di anticorpi). I pazienti sono stati seguiti per una media di 3,7 anni, per confrontare i tassi di sopravvivenza tra i tre gruppi. Non sono emerse differenze significative: i valori erano compresi tra il 72 e l’80 per cento, a seconda del livello di anticorpi circolanti.

IN QUALI CASI PUO' AVVENIRE IL PRELIEVO DEGLI ORGANI?

 

UN’OPPORTUNITA’ PER CHI PRIMA NON NE AVEVA

Il risultato evidenzia buone chance di riuscita del trapianto di cuore in maniera indipendente da quelli che sono gli anticorpi responsabili del rigetto. L’equipe francese ha dimostrato di poter controllare la risposta immunitaria dell’organismo «anche di quei pazienti che spesso non vengono trattati proprio perché il rischio di rigetto è troppo elevato», ha spiegato Coutance, secondo cui i risultati sono in gran parte «merito delle procedure di aferesi del plasma condotte prima e dopo l’intervento nei pazienti a più alto rischio». Episodi di rigetto, in realtà, ce ne sono stati. Ma non sempre si sono tradotti in una reazione tale da azzerare la funzionalità dell’organo. «La prospettiva è molto interessante, anche se in realtà non va a rispondere a quello che è l’ostacolo principale: ovvero la carenza di organi - dichiara Gino Gerosa, direttore del reparto di cardiochirurgia dell’azienda ospedaliero-universitaria di Padova, dove il 13 novembre 1985 Vincenzo Gallucci portò a termine il primo trapianto di cuore italiano -. La desensibilizzazione non aumenterà il numero di trapianti, però potrebbe dare un’opportunità a chi oggi non l’avrebbe in ragione dell’elevato numero di anticorpi preformati».
 

Come funzionano le liste di attesa per un trapianto di organo?
 

MA IL VERO PROBLEMA RIMANE LA CARENZA D’ORGANO

Gerosa va dritto al cuore del problema: la carenza di organi. «Non è calato il numero di donatori, ma la qualità dei cuori delle persone che muoiono», puntualizza l’esperto. «Anche il rigetto oggi è molto più gestibile rispetto al passato, grazie a terapie immunosoppressive che risultano anche ben tollerate pazienti». In attesa del cuore giusto, comunque, «oggi abbiamo delle soluzioni ponte per chi soffre di grave scompenso cardiaco che ci permettono di evitare il trapianto o attendere l’organo giusto senza compromettere la salute del paziente». Si tratta dei dispositivi di assistenza ventricolare, «che vengono posizionati all’interno di uno dei due ventricoli, di solito quello sinistro, per facilitarne la funzione di pompa, eiettando il sangue nell’aorta», aggiunge Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro Nazionale Trapianti. «Il trapianto di cuore costituisce l’unica terapia percorribile nelle persone affette da grave scompenso cardiaco, quando altri trattamenti medici o interventi chirurgici non portano più alcun beneficio. Il trapianto è indicato solo per quei pazienti che hanno un elevato rischio di morire e il limite di età per sottoporsi a questo intervento è di 65 anni. Tra le altre malattie che possono richiedere un trapianto ci sono le malformazioni cardiache congenite, gravi patologie valvolari e, in rarissimi casi, tumori cardiaci».  
 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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