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È allarme in Africa per il tifo resistente agli antibiotici

pubblicato il 02-06-2015
aggiornato il 21-02-2017

Il ceppo H58 non risponde ai farmaci e oggi è il più diffuso nelle aree a rischio. Di febbre tifoide, ogni anno, muoiono almeno duecentomila persone nel mondo

È allarme in Africa per il tifo resistente agli antibiotici

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«Il mondo sta affrontando un’epidemia di febbre tifoide resistente i farmaci». Il messaggio emerge da uno studio pubblicato su Nature Genetics. Protagonista è la salmonella enterica, un batterio responsabile delle febbri tifoidi diagnosticate ogni anno in oltre venti milioni di persone nel mondo: con un tasso di mortalità pari a uno su cento.

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FEBBRE TIFOIDE: DI COSA SI TRATTA?

L’agente patogeno, trasmesso in maniera diretta tramite urine e feci contaminate o attraverso il contatto con acque infette e alimenti venuti a contatto con esse, è responsabile di una condizione che si manifesta con un’ascesa progressiva della temperatura, dolori addominali e perdita di appetito. Ma sono le complicanze più gravi a risultare spesso fatali: come le emorragie e le perforazioni intestinali. La maggior parte di esse si manifestano soltanto nei Paesi in cui le condizioni igieniche e sanitarie non sono delle migliori: quasi sempre in Africa e in Asia, con alcuni episodi anche in Sud America. È in queste realtà che si registra il maggior numero di casi di malattia. Ed è da cosa sta accadendo a queste latitudini che è partito un gruppo di ricercatori, intenzionati a fotografare il trend della malattia nei Paesi del Continente Nero.

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L’ASCESA DELL’H58

Dall’indagine è emerso che anche la salmonella enterica è oggi divenuta più pericolosa in ragione del fenomeno della resistenza agli antibiotici. Gli oltre settanta ricercatori coinvolti nello studio, dopo aver valutato le sequenze di Dna di oltre 1800 specie batteriche, hanno infatti notato che in Asia e in Africa il patogeno è quasi sempre rappresentato dall’H58, un ceppo di salmonella che ha già dimostrato di aver sviluppato una resistenza multipla agli antibiotici. Di conseguenza la sua diffusione è destinata ad aumentare e il costo dei trattamenti a crescere, avvertono gli autori dello studio. Dalla ricerca emerge come l’H58 abbia probabilmente preso piede in Kenya, per poi diffondersi nei Paesi dell’Africa meridionale. Perché a resistere sia soprattutto questo ceppo - oggi di fatto predominante rispetto agli altri - non è ancora chiaro. Di sicuro c’è che, rispetto ad altri sottotipi, l’H58 mostra alcune variazioni nel proprio genoma. Ma che siano proprio queste a conferire la resistenza, è tutt’altro che certo.

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QUALE PREVENZIONE?

A primo impatto, il problema sembra toccare soltanto il continente africano. Di fatto, però, non è così. C’è il rischio che il batterio resistente si diffonda nelle aree limitrofe in cui le condizioni igieniche non sono ideali. Quanto alla popolazione occidentale, il problema riguarda i viaggiatori. Un vaccino - non sempre efficace - contro il patogeno esiste, ma è soltanto raccomandato a chi si reca in aree dove c’è un rischio riconosciuto di esposizione alla salmonella typhi. La prevenzione, dunque, si basa sull’esclusione dalla dieta, nel corso di un soggiorno in un’area esposta al batterio, di frutta e verdura crudi (non si sa con quale acqua siano state lavate), latte non pastorizzato, gelati, dolci, acqua non potabile e bevande col ghiaccio. Importante è anche lavarsi le mani prima di maneggiare il cibo.


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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