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Cardiologia

Ipertensione in calo in Italia, ma si usa ancora troppo sale

pubblicato il 16-12-2016
aggiornato il 19-06-2017

L’aumento della pressione sanguigna è un fenomeno che oggi riguarda soprattutto i Paesi poveri. Ma anche in Italia conviene tenere la guardia alta

Ipertensione in calo in Italia, ma si usa ancora troppo sale

Sbaglia chi considera l’ipertensione un problema (soltanto) dei Paesi ricchi. L’aumento della pressione sanguigna, considerato il più rilevante fattore di rischio per l’insorgenza di malattie cardio e cerebrovascolari, è sempre più diffusa anche tra gli Stati in via di sviluppo. Al giorno d’oggi oltre la metà degli ipertesi vive in Asia: circa 226 milioni in Cina, 200 milioni in India e 235 milioni nell’est asiatico. A livello globale, sono gli uomini ad essere ipertesi più delle donne: 597 milioni contro 529.

 

OLTRE LA META’ DEGLI IPERTESI VIVE IN ASIA

Il dato emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista The Lancet, realizzata attraverso i risultati di 1479 indagini su popolazioni esaminate di età superiore a 18 anni dal 1975 al 2015. Nello studio sono state arruolate oltre venti milioni di persone. La pressione arteriosa è stata valutata attraverso la misura di due parametri: la pressione sistolica, ovvero la forza con cui il cuore pompa sangue all’interno dei vasi sanguigni, e la pressione diastolica, che misura la resistenza del flusso di sangue dentro questi vasi. Entrambi i parametri sono misurati in millimetri di mercurio (mmHg). La pressione alta, con una massima uguale o superiore a 140 (sistolica) e una minima uguale o superiore a 90 (diastolica), sottopone a sforzo e tensione i vasi sanguigni, il cuore, il cervello e i reni. Da qui l’aumentato rischio di sviluppare l’ictus cerebrale e l’infarto del miocardio, che provocano la morte di 7,5 milioni di persone in tutto il pianeta ogni anno. La ricerca ha identificato nel 2015 il Regno Unito come il Paese europeo con la proporzione più bassa di pazienti affetti da pressione alta, mentre fra quelli con le stime più alte compare la Croazia. Nel mondo, il primato della proporzione più bassa va alla Corea del Sud, agli Stati Uniti, al Canada, al Perù e a Singapore, mentre oltre la metà degli ipertesi vive in Asia.

 

 

IL RUOLO DELLA DIETA

Negli ultimi quarant’anni il numero di persone che convive con la pressione alta è pressoché raddoppiato, raggiungendo 1,13 miliardi. Se da un lato diminuiscono gli ipertesi nei Paesi industrializzati, dall’altro aumentano in quelli a medio e basso reddito: in particolare nell’Africa Sub-Sahariana e in Asia. La diminuzione della pressione arteriosa sembra dipendere da una migliore alimentazione e dal ricorso precoce alle terapie. L’incremento riscontrato soprattutto nelle aree del pianeta in via di sviluppo rimanda invece a una dieta poco equilibrata, ricca di calorie, grassi saturi e povera di frutta e verdura. «Ciò che sorprende è che la pressione alta sembra essere meno associata a condizioni di benessere, come invece avveniva un tempo», afferma Majid Ezzati, docente di salute pubblica all’Imperial College di Londra e coordinatore della ricerca.

 

LIEVI PROGRESSI IN ITALIA

Per quanto riguarda la situazione italiana, il confronto tra due periodi (1998-2002 e 2008-2012) ha evidenziato una riduzione dei livelli di pressione arteriosa negli adulti: tanto negli uomini quanto nelle donne. «Il consumo di troppo sale nell’alimentazione, quello ridotto di frutta e verdura, il fumo di sigaretta e la sedentarietà sono alla base dell’aumento della pressione arteriosa - aggiunge Simona Giampaoli, direttore del reparto di epidemiologia delle malattie cardio e cerebrovascolari dell’istituto Superiore di Sanità, che ha curato la raccolta dei dati italiani inseriti nello studio -. Per controllare il numero degli ipertesi occorre adottare politiche sanitarie che migliorino lo stile di vita della popolazione generale e identificare i soggetti con pressione elevata, in modo da assicurare gli opportuni interventi di prevenzione e di cura».

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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