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Neuroblastoma: un possibile aiuto dalla biopsia liquida

pubblicato il 21-05-2018

L’obiettivo di Federica Raggi: mettere a punto un test non invasivo che permetta di personalizzare il trattamento dei pazienti con neuroblastoma ad alto rischio e monitorarne la risposta terapeutica

Neuroblastoma: un possibile aiuto dalla biopsia liquida

Il neuroblastoma è un tumore che colpisce le cellule del sistema nervoso autonomo: si tratta della neoplasia solida più frequente in età pediatrica dopo i tumori del cervello, e colpisce soprattutto bambini sotto i 5 anni di età. I pazienti vengono distinti a seconda del loro specifico rischio di andare incontro a recidiva dopo il trattamento: il grado di rischio viene stimato a seconda dello stadio della malattia e delle caratteristiche molecolari e istologiche di ciascun tumore. Le forme di neuroblastoma “ad alto rischio” sono ancor oggi fatali nel cinquanta per cento dei pazienti, nonostante l’assunzione di terapie aggressive: è pertanto fondamentale identificare marcatori precoci che forniscano informazioni sulla progressione tumorale e sulla risposta alla terapia, per poter migliorare e personalizzare il trattamento.

Grazie all’iniziativa «Il pomodoro. Buono per te, buono per la ricerca», evento di raccolta fondi nell’ambito del progetto Gold for Kids della Fondazione Umberto Veronesi, Federica Raggi sta valutando se nel caso dei neuroblastomi ad alto rischio un possibile aiuto possa arrivare dalla cosiddetta biopsia liquida, cioè la possibilità di identificare molecole provenienti da un tumore a partire da un semplice prelievo di sangue. Una strategia quindi che permette di seguire l’evoluzione della malattia di ciascun paziente in tempo reale e in maniera non invasiva, e che potrebbe essere utile anche per identificare nuovi marcatori per questo tipo di tumore.


Federica, raccontaci di più del tuo progetto.

«I tumori rilasciano nel sangue piccole “bolle” (dette esosomi) che possono contenere Dna, Rna e proteine, preziosi indicatori della condizione della cellula malata: queste bolle rappresentano quindi una fonte affidabile di marcatori. Nel mio progetto punto a studiare le proteine contenute negli esosomi presenti nel sangue di pazienti con neuroblastoma ad alto rischio (prima e dopo chemioterapia): l’obiettivo è quello di identificare nuovi marcatori molecolari in grado di predire la resistenza del tumore al trattamento, e indicatori di suscettibilità ai singoli farmaci che permettano di selezionare i più efficaci ed escludere quelli potenzialmente inefficaci o dannosi per gli effetti collaterali».

 

Quindi i risultati di questo studio potrebbero in futuro aiutare la personalizzazione delle terapie per il neuroblastoma, giusto?

«Esattamente: se tutto va bene i pazienti di neuroblastoma ad alto rischio potranno avvalersi di una diagnostica ed un monitoraggio della terapia poco invasivi ma altamente informativi, con un importante impatto sulla decisionalità terapeutica».

 

Hai mai fatto ricerca all’estero?

«Sì, durante il percorso universitario ho effettuato un periodo in Inghilterra presso l’Università di Liverpool. Mi piacerebbe tornare all’estero come esperienza di confronto, ma penso che l’Italia abbia davvero bisogno di ricercatori che svolgano con passione il proprio lavoro».

 

Qual è stato il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Non c’è stato un episodio specifico, ma sicuramente il connubio tra scienza e divertimento ha aiutato la mia scelta: ricordo “Il piccolo chimico” e il fantastico racconto del corpo umano fatto dal geniale cartone degli anni ‘90 “Siamo fatti così”. Il Colonnello Pierre, capo dei globuli bianchi, ha contribuito a far nascere la mia passione soprattutto per il campo dell’immunologia».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Restando nell’ambito ludico, il gioco dei lego. Hai in mano un mattoncino e puoi costruire grandi cose, con l’intuito e la perseveranza. Spesso in questo lavoro i risultati attesi non si realizzano, ma distruggendo e ricostruendo puoi ripartire e rivedere il problema da un’altra prospettiva».

 

C’è un momento della tua vita professionale che vorresti cancellare?

«Spesso i risultati negativi mi creano ansia e frustrazione, e mi portano a mettere in dubbio le mie competenze. Ma il momento in assoluto peggiore è stata la recente scomparsa del direttore del mio laboratorio, il Dott. Luigi Varesio, che ha investito molto su questo progetto. In questi anni ha accompagnato il mio percorso, con il suo approccio intuitivo e analogico finalizzato all’innovazione. Mi ha insegnato a superare gli schemi e a guardare oltre l’apparenza».

 

Sicuramente una grave perdita e un momento molto difficile. Se lanci uno sguardo al futuro, cosa ti piacerebbe raggiungere fra 10 anni?

«Un brevetto innovativo in campo biomedico».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Il momento in cui ti trovi di fronte ad un risultato tanto atteso».

 

Al di là della curiosità scientifica, qual è la motivazione profonda che ti spinge a fare questo lavoro?

«Io faccio ricerca in un istituto pediatrico e sono costantemente a contatto con la sofferenza dei bambini. Ogni loro sguardo è una richiesta di aiuto. Mi sento spesso impotente, ma cerco di maturare un pensiero positivo che mi aiuti e dia forza alle mie giornate lavorative».

 

Federica, tu tra l’altro sei diventata mamma da poco: se un domani tua figlia volesse fare la ricercatrice, come reagiresti?

«Mi piacerebbe che avesse le mie stesse passioni e ambizioni professionali. Tuttavia non le auguro di vivere le frustrazioni che accompagnano i ricercatori in questo particolare momento storico».

 

Una cosa che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita.

«Viaggiare in mongolfiera».

 

Quali sono i tuoi hobby nel tempo libero?

«Da sempre amo leggere e viaggiare, ma da qualche anno mi sto dedicando anche al cucito».

 

Il tuo ricordo più caro di quando eri piccola?

«Il profumo dei biscotti delle mie nonne. Persone forti e carismatiche, le mie nonne hanno fatto del sacrificio il loro punto di forza: sono state la mia vera fonte di ispirazione nel mio percorso di vita personale e professionale».

 

Il tuo libro preferito.

«“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, un saggio neurologico in cui il medico racconta casi clinici unendo il tecnicismo della professione alle componenti affettivo-emotive. Ogni professione non può prescindere dagli aspetti umani ed emotivi che la rendono a misura d’uomo».

 

Agnese Collino
Agnese Collino

Biologa molecolare. Nata a Udine nel 1984. Laureata in Biologia Molecolare e Cellulare all'Università di Bologna, PhD in Oncologia Molecolare alla Scuola Europea di Medicina Molecolare (SEMM) di Milano, Master in Giornalismo e Comunicazione Istituzionale della Scienza all'Università di Ferrara. Ha lavorato nove anni nella ricerca sul cancro e dal 2013 si occupa di divulgazione scientifica


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