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Neuroscienze

Pareidolia: la nostra immaginazione influisce su ciò che vediamo

pubblicato il 05-10-2020

La descrizione della pareidolia sarà al centro dell'intervento che l'astrofisico Luca Perri terrà in occasione di «Science for Peace and Health»

Pareidolia: la nostra immaginazione influisce su ciò che vediamo

In base agli studi scientifici e all’esperienza, i nostri pensieri sono in grado di alterare ciò che sentiamo o vediamo, portando alla creazione di una realtà solo nostra. Così il mondo che ci circonda appare mediato in modo soggettivo dai nostri sensi e dalla nostra mente. La nostra immaginazione, in particolare, può influire su ciò che vediamo e udiamo. Il mondo che ci circonda rappresenta dunque lo specchio di ciò che percepiamo in modo soggettivo, piuttosto che della realtà oggettiva. Nel 2014 la scoperta di questo fenomeno, noto come pareidolia, è valso un IgNobel (riconoscimento satirico che viene assegnato annualmente a dieci ricercatori autori di ricerche «strane, divertenti, e perfino assurde») per le neuroscienze a un gruppo di ricercatori canadesi e cinesi. Furono loro i primi a capire che cosa accade nel cervello delle persone che vedono la faccia di Gesù in un pezzo di pane tostato.


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PAREIDOLIA: DI COSA SI TRATTA?

La pareidolia visiva è l'illusione subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma casuale. È la tendenza istintiva e automatica a trovare strutture ordinate e forme familiari in immagini disordinate. L'associazione, come spiegherà Luca Perri in apertura della terza giornata di «Science for Peace and Health», si manifesta in special modo verso le figure e i volti umani. «Si tratta di un fenomeno istintivo, molto più comune di quanto in realtà potrebbe lasciare intendere il suo nome - anticipa l’astrofisico -. La pareidolia nasce con ogni probabilità dalla necessità che avevano i nostri antenati preistorici di riconoscere un eventuale predatore mimetizzato tra la natura. Per loro riuscire a collegare pochi elementi visibili per individuare un animale feroce era necessario alla sopravvivenza della specie». Nonostante si tratti di una facoltà congenita nell’uomo, presente fin dall’età infantile, il tipo di oggetti individuati dipende molto anche dalle esperienze pregresse e dalla cultura visiva personale. Non è un caso che volti di Cristo o della Madonna appaiano sui muri, sugli alberi, sulle piastre dei ferri da stiro e persino sulle fette di pane tostato solo alle persone particolarmente credenti. In pratica, spesso vediamo ciò che vogliamo vedere e il fenomeno, secondo uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Oxford, sembra riguardare perlopiù le donne, in quanto più abili a decodificare le emozioni dalle espressioni facciali.


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IL RUOLO DELLA PAREIDOLIA NELL'EVOLUZIONE DELL'UOMO

Al di là delle differenze di genere, però, parliamo di un comportamento piuttosto ricorrente, che ha lasciato il segno anche sull’evoluzione dell’uomo. Si pensi per esempio a come ci comportiamo quando, in prossimità di un incrocio, avvertiamo una brusca frenata. In quel caso il cervello, recuperando le informazioni stoccate grazie alle esperienze del passato, ci guida a «fermarci» prima di attraversare la strada. Anche quando una macchina in corsa, in realtà, non è a pochi metri da noi. Una volta recepito l’allarme, però, il cervello ci pone in uno stato di allerta rispetto a un pericolo che già conosciuto. «L’esperienza, a conti fatti, riempie un vuoto di conoscenza - spiega Perri -. È come se il cervello ci invitasse a fermarci una volta in più, anche quando non è necessario. Tutt’al più ci si spaventerà una volta in più. Meglio questo, però, che correre un rischio evitabile».

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LE IMPLICAZIONI PER L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE

La pareidolia è un elemento che ci accompagnerà nel prossimo futuro, con la diffusione dell’intelligenza artificiale. «Nel momento in cui saremo riusciti a trasmetterne tutte le potenzialità ai pc, la pareidolia tornerà un’applicazione quotidiana anche nel mondo del lavoro», chiarisce Perri, che da oltre dieci anni si occupa di divulgazione tra radio, televisioni, carta stampata, festival e social network. «Col machine-learning, per esempio, chiediamo alla tecnologia di individuare e caratterizzare qualcosa al posto nostro. Migliorando quest’ultima, sarà possibile procedere all’analisi e alla catalogazione di documenti, immagini e video anche ricchi di dettagli». E proprio in ambito fotografico si ritrova un’applicazione concreta di questa distorsione percettiva che nasce nella mente dell’uomo: per esempio nel momento in cui un’applicazione riconosce da sola il volto attorno a cui costruire un ritratto o un social network quello da taggare nella foto che ci accingiamo a pubblicare. Cos’altro è questo, se non l’ingresso della pareidolia nelle nostre vite?

 

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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