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Oncologia

I cellulari non aumentano il rischio di tumore al cervello

pubblicato il 24-05-2016
aggiornato il 03-07-2017

Uno studio durato 30 anni non registra un aumento dei casi di tumore al cervello, nonostante l’ampio uso del cellulare. Ma le onde elettromagnetiche rimangono fra i possibili cancerogeni

I cellulari non aumentano il rischio di tumore al cervello

L’utilizzo dei telefoni cellulari non aumenta il rischio di ammalarsi di tumore al cervello. Lo conferma  una ricerca australiana pubblicata sulla rivista Cancer Epidemiology, in cui è stata valutata l’esposizione per un periodo di tempo (trent’anni) considerato sufficientemente lungo per valutare un eventuale effetto cancerogeno. Dunque pare smontata l'accusa rivolta alle radiazioni elettromagnetiche di favorire l'insorgenza di tumori cerebrali.

STABILE IL NUMERO DI TUMORI CEREBRALI

I ricercatori dell’Università di Sidney hanno valutato l’eventuale associazione incrociando le diagnosi di tumore cerebrale effettuate in Australia tra il 1982 e il 2012 – 19.858 negli uomini e 14.222 tra le donne: dati tratti dal registro tumori nazionale - con le statistiche di diffusione dei cellulari, sbarcati sul mercato australiano nel 1987 e oggi posseduti dal 94 per cento della popolazione (fonte Authority nazionale per i media e le telecomunicazioni). Attraverso un modello informatico è stato calcolato il numero dei tumori cerebrali che si sarebbero dovuti registrare se la causa fosse stata da ricercare nelle sorgenti di emissione di onde elettromagnetiche. Nessuna sorpresa, invece.

La fascia di popolazione che utilizza i cellulari è decuplicata in vent’anni, mentre negli ultimi tre decenni l’incidenza di tumori al cervello in pazienti di età compresa tra venti e 84 anni è rimasta stabile nelle donne e cresciuta lievemente (+0.05 per cento) tra gli uomini. Aumenti considerati significativi sono stati osservati soltanto negli over 70, ma a partire dal 1982: dunque prendendo in esame anche un lustro in cui i telefonini non erano a disposizione della popolazione australiana. Risulta così «improbabile trovare una causa nell’utilizzo dei cellulari - affermano gli autori della ricerca -. L’ipotesi più accreditata è che l’apparente aumento dei casi possa essere giustificato dal miglioramento delle procedura diagnostiche»: risonanza magnetica e tomografia assiale computerizzata, introdotte in Australia verso la fine degli anni ’70.

 

QUALE RISCHIO DALLE ONDE ELETTROMAGNETICHE?

Lo studio fa chiarezza su un tema che riecheggia con frequenza sul web, ma talvolta anche all’interno della comunità scientifica. Nel 2011 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro - il braccio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si occupa di ricerca e prevenzione oncologica - definì le onde elettromagnetiche come «possibili cancerogeni per l’uomo» e come tali le inserì nel gruppo 2B dell’elenco con cui viene valutato il rischio oncologico dei diversi composti. Da quel momento diverse ricerche - la più significativa, pubblicata sull’International Journal of Oncology, documentò un rischio aumentato di sviluppare un glioma nei frequenti utilizzatori di cordless e cellulari, con una latenza di vent’anni - avevano ottenuto simili conclusioni e messo sotto accusa radio, televisori, wi-fi, forni a microonde, dispositivi bluetooth e apparecchi telefonici senza fili.

Così i ricercatori australiani hanno preso in esame i principali studi che sostenevano questo legame per fare un raffronto tra i casi di malattia attesi e quelli osservati in Australia in un solo anno, il 2012: 1.866 (previsti) rispetto ai 1.435 (diagnosticati). La ricerca, come dichiarano gli stessi autori, ha un limite: «Si tratta di un’analisi dei trend ambientali. Non ci sono dati individuali che correlino la frequenza di utilizzo di un cellulare a un indicatore di salute». Ma i numeri sono abbastanza robusti per usare toni rassicuranti. Non sono le onde elettromagnetiche ad aumentare il rischio di sviluppare un tumore cerebrale.


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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