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Pediatria

Celiachia: assolte le prime pappe. Conta di più la genetica

pubblicato il 02-10-2014
aggiornato il 14-11-2017

L'introduzione precoce del glutine non ha un ruolo protettivo nei bambini predisposti alla malattia

Celiachia: assolte le prime pappe. Conta di più la genetica

«Se finora siamo stati convinti dell’importanza dei tempi di introduzione del glutine nella dieta, oggi sappiamo che non deve costituire una preoccupazione per le mamme: il momento in cui i prodotti farinacei finiscono nel menù dei neonati non è determinante nella prevenzione della celiachia». Il messaggio arriva da uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, a firma di 19 tra medici e ricercatori italiani. Quella che nell’ultimo periodo era una tesi che si stava consolidando all’interno della comunità scientifica, risulta dunque “smontata”.

 

CONTRORDINE

Né l’allattamento al seno prolungato né l’inserimento del glutine nella dieta tra il quarto e il sesto mese di vita nel neonato sono in grado di arrestare la degradazione della mucosa intestinale riscontrabile nei pazienti celiaci. Anzi: rispetto a ciò che era emerso da alcune recenti ricerche scandinave, ritardare l’ingresso del glutine nella dieta nei bambini predisposti procrastinerebbe la comparsa della malattia, in modo da evitare che la stessa possa minare lo sviluppo di alcuni organi, a partire dal cervello.

Nessun problema, invece, per le mamme che non riescono ad allattare: il latte artificiale non avrebbe responsabilità sullo sviluppo dell’intolleranza. «Non è il caso di fasciarsi la testa se si pensa al momento in cui occorre somministrare per la prima volta prodotti con il glutine», afferma Carlo Catassi, docente di pediatria all’Università Politecnica delle Marche e co-direttore del centro di ricerca sulla celiachia dell’ateneo del Maryland di Baltimora.

 

LA RICERCA

Nello studio, condotto tra il 2003 e il 2008, i medici di venti centri italiani hanno osservato 944 bambini: tutti positivi al test genetico per valutare la predisposizione alla malattia e tutti con almeno un parente di primo grado celiaco. Il campione è stato suddiviso in due sottogruppi: a una parte il glutine è stato somministrato per la prima volta al sesto mese di vita (cento milligrammi al giorno contro un placebo), all’altra al compimento di un anno.

Dalle mamme sono state raccolte diverse informazioni: riguardanti le abitudini alimentari del bambino, il momento di introduzione del glutine nella dieta, eventuali casi di infezioni intestinali accusate nel periodo di studio. Obiettivo: valutare una possibile correlazione fra la comparsa della malattia e la tipologia di svezzamento e allattamento. Complessivamente l'intolleranza è stata riscontrata in 77 bambini, tramite biopsia: con una frequenza pari al 5,2%. Se all’età di due anni l’incidenza della celiachia nei bambini “precoci” risultava sensibilmente più alta, la differenza s’è andata assottigliando fino al compimento del primo quinquennio di vita: alla soglia del quale il divario non è stato considerato significativo.

 

SCREENING ALL’ASILO?

«Ciò che è emerso è un maggiore rischio per i bambini che ereditano dal genitore celiaco le molecole proteiche del sistema maggiore di istocompatibilità, responsabile del riconoscimento della frazione tossica del glutine», prosegue Catassi, facendo così emergere un maggior “peso” della componente genetica rispetto a quella legata alla dieta e ad altri fattori ambientali. Riscontrata questa disparità, Alessio Fasano, direttore della divisione di gastroenterologia e nutrizione pediatrica al Massachussetts General Hospital di Boston, non ha mancato di sottolineare che «questa scoperta spiana la strada a tutti gli studi che mirano ad apportare efficaci interventi di prevenzione».

Da qui l’ipotesi di effettuare un test genetico - attraverso un semplice prelievo - nei bambini, in modo da individuare quelli ad alto rischio di celiachia. «Perché non valutarlo a partire dalla nascita?», si chiede Catassi, dopo aver riscontrato che l’80% dei soggetti dello studio aveva sviluppato l’intolleranza entro i primi tre anni. «I soggetti positivi sarebbero i candidati ideali per uno screening al momento dell’ingresso nella scuola primaria: con lo scopo di diagnosticare precocemente la malattia». Se evitarla non è comunque possibile, l’intervento precoce permetterebbe di ridurre al minimo gli effetti negativi sullo sviluppo.

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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