Do you speak “scienziatese”?

Uno dei principali, o forse IL principale, ostacolo della comunicazione tra scienziati e cittadini comuni risiede nel fatto che i primi “parlano complicato”.

Do you speak “scienziatese”?

Uno dei principali, o forse IL principale, ostacolo della comunicazione tra scienziati e cittadini comuni risiede nel fatto che i primi “parlano complicato”. Alzi la mano, infatti, chi non si è mai ritrovato a leggere il referto degli ultimi esami di controllo maledicendo fra sé e sé il “brutto vizio” dei medici di esprimersi con parole insolite e difficili e frasi spesso incomprensibili (oltre ad avere una pessima calligrafia). Anche a me, che sono biologa e un pochino me ne intendo di fisiologia, è capitato di dover rileggere due volte il referto di una radiografia prima di capire che il senso era, fortunatamente, “tutto bene”.

Non sono solo i medici a usare una terminologia altamente specifica, anche se sono quelli con cui, per ovvie ragioni, ci capita più spesso di entrare in contatto; è più probabile infatti avere a che fare con il proprio dottore che non con un fisico nucleare del CERN.

Tutti gli scienziati hanno la loro “lingua specialistica”, con la quale si capiscono solo fra “esperti”; anzi, la scienza ormai è così complessa e articolata che anche nell’ambito della stessa materia, scienziati di discipline diverse possono avere qualche problema di comunicazione. Un medico cardiologo, ad esempio, avrà sicuramente alcune difficoltà a leggere una relazione di un collega che si occupa di neuroscienze.

Ma allora perché gli scienziati si complicano la vita, e non “parlano come mangiano”? Si divertono forse a confondere le persone normali con il loro “scienziatese”? La risposta è, ovviamente, no (tranne forse qualche raro caso di scienziati con un senso dell’umorismo particolarmente bizzarro). Le ragioni sono altre, ben più profonde, e conoscerle può aiutare ad avvicinare due mondi, quello della scienza e quello della gente normale, apparentemente così distanti. La comprensione aiuta a smussare quella naturale diffidenza che, in quanto esseri umani, istintivamente scaturisce quando non si capisce bene qualcosa, soprattutto se abbiamo anche l’impressione che chi ce la comunica faccia apposta a rendere ardua l’impresa. E dalla diffidenza all’incomprensione, il passo è più breve di quello che si pensa.

Quando prendiamo una botta, un medico visitandoci probabilmente diagnosticherà un’ecchimosi, cioè un ematoma di lieve entità nella quale il travaso ematico è limitato. Altro non è che un semplice livido. Allora perché il medico non usa quest’ultima parola che tutti, dal professore universitario al panettiere sotto casa, capiscono all’istante?

Tutti sanno che un livido è una macchia bluastra e dolorosa se la schiaccio, però può anche essere un livido dell’anima; il cielo gonfio di pioggia è livido, e se mi hanno appena rigato la macchina sono livido di rabbia. Questi pochi esempi ci fanno capire che il linguaggio comune è, per sua natura, semplice e ambiguo; semplice, perché deve essere di immediata utilità nelle normali situazioni di tutti i giorni, ambiguo perché ogni parola può rimandare a più di un significato. Queste caratteristiche riflettono le molteplici sfaccettature della vita pratica, relazionale ed emozionale.

Il nostro cervello, inoltre, normalmente pensa per “metafore”; una metafora è qualcosa che sta al posto di qualcos’altro ma che mi aiuta a comprenderla per associazione. In un certo senso, noi esseri umani siamo naturalmente predisposti al linguaggio ambiguo. Nel quotidiano siamo in grado di discriminare tra i diversi significati di una parola in base al contesto, e non è essenziale coglierne il significato nei minimi dettagli; non importa infatti se mi sfugge il senso preciso di “cielo livido”, intuisco comunque che se non voglio bagnarmi è meglio che io prenda l’ombrello.

Uno scienziato, di qualunque disciplina, ha invece la necessità che le parole che usa per descrivere i fenomeni siano univoche, senza ambiguità che lascino spazio alla libera interpretazione personale, e che descrivano senza ombra di dubbio ciò di cui si sta parlando. Un medico che prescrive una pomata per un’ecchimosi deve essere sicuro che un qualunque altro collega o professionista, come un farmacista, applichino lo stesso identico significato alla parola, agendo di conseguenza senza errori, ad esempio fornendo il farmaco idoneo al paziente.

Nella scienza l’ambiguità va evitata, perché genera imprecisione, variabilità non controllabile e conseguente non riproducibilità dei risultati; questo approccio si deve per forza riflettere anche nella “lingua” che gli scienziati usano per descrivere ai colleghi un certo fenomeno, in modo che la scienza sia il più oggettiva, rigorosa  e riproducibile possibile.

Lo “scienziatese” inoltre, oltre a essere di per sé ricco di terminologia tecnica, è anche denso di concetti complessi, perché complessa è la scienza e i fenomeni del mondo naturale; molti di quei concetti non sono immediati, richiedono delle conoscenze che derivano da anni di studio specialistico e sono spesso contrari al senso comune.

È chiaro quindi come i due linguaggi, quello comune di tutti i giorni, e quello della scienza, siano diametralmente opposti perché rispondono ad esigenze molto diverse. Come fare dunque a “comunicare”? Come può la scienza, che usa un linguaggio così necessariamente ostico, parlare ai cittadini? La sfida è proprio quella di creare un linguaggio condiviso, che non banalizzi i concetti scientifici ma che, quando si rivolge a un pubblico di non esperti, cerchi di utilizzare un linguaggio più immediato e intuitivo, magari sfruttando quelle “metafore” che noi tutti, scienziati e non, utilizziamo naturalmente per relazionarci col mondo esterno

Gli scienziati da una parte devono quindi comprendere questa necessità e adoperarsi per migliorare la loro comunicazione; i cittadini dall’altra, essere pazienti quando al proprio medico scappa qualche parola di troppo in “scienziatese”.



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