Il cervello non ha sesso: il capitale umano delle donne nella scienza

Per secoli le donne sono rimaste ai margini della scienza e della tecnologia; un capitale umano preziosissimo che deve imparare a rivendicare un ruolo da protagonista

Il cervello non ha sesso: il capitale umano delle donne nella scienza

In questi giorni, a Roma, ha avuto luogo La Nuvola Rosa un importante evento promosso da Microsoft e altre aziende che operano nel settore dell’innovazione tecnologica per invogliare le giovani ragazze a intraprendere carriere nella scienza e nella tecnologia. Ho avuto il piacere di partecipare come relatrice e di portare la mia testimonianza: un’opportunità preziosa per smantellare un luogo comune, ancora radicato: che scienza e tecnologia non siano mestieri per donne.

Se ripercorriamo la storia delle scoperte scientifiche e tecnologiche, di figure femminili ne troviamo ben poche. La storia della scienza è principalmente una storia di scienziati uomini; a prima vista questo sembrerebbe confermare il luogo comune che le donne siano meno portate per discipline tecniche: ma è davvero così, o è semplicemente una storia di mancate opportunità? Fino a buona parte del Novecento, le donne non avevano gli stessi diritti degli uomini, e men che meno gli stessi diritti all’istruzione. Oggi per fortuna, le cose stanno cambiando, almeno nei paesi occidentali: in molti paesi in via di sviluppo le donne sono ancora vittime di una cultura che nega loro quasi tutti i diritti. Pensiamo a Malala, la coraggiosa bambina pakistana a cui i talebani hanno sparato perché si “ostinava” ad andare a scuola, diventata un simbolo del diritto delle donne di avere un’adeguata istruzione e, quindi, un futuro.

Per secoli le società si sono organizzate su una rigida differenziazione dei ruoli: il lavoro richiedeva notevole forza fisica, ed era appannaggio degli uomini mentre le numerose difficoltà di dare alla luce e crescere i figli, spesso numerosi, relegava le donne a un ruolo marginale nella società e nella cultura. Le poche eccezioni che, invece, si distinguevano nelle varie discipline, dovevano spesso lottare contro grossi pregiudizi sociali. Negli ultimi centocinquant’anni, però, proprio grazie ai progressi della scienza e della tecnologia, il mondo è cambiato: questa rigida divisione dei ruoli non ha più senso di esistere ed è giunto il momento per le donne di scrollarsi di dosso il peso culturale di secoli di storia che volevano la donna arrendevole e impulsiva, non adatta a discipline razionali e rigorose come la scienza.

Perché le donne, quando gliene viene data la possibilità, sanno fare grandi cose nella scienza, sebbene per emergere devono generalmente lavorare di più dei loro colleghi uomini, e devono ancora superare numerosi pregiudizi e condizionamenti sociali.

In oltre cento anni di storia e più di ottocento premi Nobel conferiti dalla sua istituzione, solo quarantaquattro donne ne sono state insignite, e solo tredici per meriti scientifici. Tra queste, ricordiamo con fierezza la nostra Rita Levi Montalcini, premio Nobel nel 1986 per i suoi studi sui neuroni. Tra queste, vi è anche una delle sole quattro persone della storia ad aver ricevuto ben due premi Nobel, uno per la fisica nel 1903 e uno per la chimica nel 1911: Marie Curie.

Le ultime in ordine di tempo sono state, nel 2009, le scienziate Elizabeth Blackburn e Carol Greider, insieme al collega Jack Szostak per le scoperte sui telomeri (le estremità dei cromosomi) e come sono collegati all’invecchiamento delle cellule: un ottimo esempio di collaborazione proficua tra scienziati donne e uomini, anche se non è sempre andata così.

Ci sono state molte donne il cui contributo essenziale è stato dimenticato o riconosciuto solo molto tempo dopo: un esempio su tutti è quello di Rosalind Franklin. Nel 1953, la rivista Nature pubblicò un articolo di appena due pagine in cui due scienziati, un inglese e un americano, descrivevano per la prima volta la struttura della molecola chimica più importante di tutte: il DNA, la molecola della vita. I due scienziati erano James Watson e Francis Crick, che avevano dedotto la struttura a doppia elica sulla base di una “fotografia” del DNA scattata con la tecnologia della diffrazione a raggi X. Nove anni dopo, Watson e Crick, insieme al collega Maurice Wilkins, ricevettero il Premio Nobel. Sicuramente Watson e Crick meritarono il premio per essere riusciti a interpretare la foto del DNA. Ma ciò che non venne riconosciuto allora, ma solo in tempi recenti, fu che quella specifica foto, la “foto 51”, fu realizzata da una ricercatrice donna, Rosalind Franklin: ne Watson ne Crick erano riusciti ad ottenere un’immagine così definita da permettergli di dedurre la struttura tridimensionale del DNA.

Il contributo di una donna fu quindi essenziale per una delle scoperte che hanno rivoluzionato la storia dell’uomo, dando poi il via alle biotecnologie e all’ingegneria genetica, grandissime applicazioni tecnologiche. Rosalind Franklin, morì a soli 38 anni per tumore molto aggressivo alle ovaie, probabilmente causato dalle continue esposizioni ai raggi X durante i suoi esperimenti. La consegna del Nobel anche alla Franklin, insieme ai tre colleghi uomini, sarebbe stato un doveroso riconoscimento.

Ho lavorato quasi otto anni in un laboratorio di ricerca in ambito oncologico: ho avuto colleghe e colleghi eccezionali, dotati di grande intuizione, di grande intelligenza e di totale dedizione al lavoro, spesso faticoso, dello scienziato.  E mi sento di poter affermare che il cervello non ha sesso e che le donne rappresentano un capitale umano importantissimo per la scienza e la tecnologia, al pari degli uomini.

Oggi sempre più ragazze, per fortuna, scelgono di intraprendere una carriera scientifica, anche se sono ancora troppo poche rispetto ai colleghi dell’altro sesso. Non si può negare che, ancora oggi, pure nel mondo della ricerca e dell’innovazione, per le donne è sempre più difficile affermarsi. A parità di livello e di competenza professionale, le donne guadagnano il 30% in meno dei colleghi uomini e raggiungono meno spesso le posizioni di comando.

Il cambiamento è in mano nostra: sta a noi imparare a essere più combattive e essere pronte ad affermare, con gentilezza ma con fermezza il proprio punto di vista e a difenderlo dalle critiche. Sta a noi scrollarci di dosso il complesso di inferiorità che ci portiamo più o meno inconsciamente sulle spalle, bagaglio che arriva dal passato ma che non ha più senso di esistere nel presente. Sta a noi far capire ai nostri colleghi e ai nostri compagni il nostro legittimo desiderio di affermare le nostre uguali capacità anche nel mondo professionale.

Per fortuna, in parte, il cambiamento è già in atto; sempre più donne scelgono una carriera nella scienza e nella tecnologia. Oltre il 60% dei ricercatori nelle scienze biologiche e biomediche, ad esempio, sono donne. Quest’anno come Fondazione Veronesi sosteniamo 153 ricercatori selezionati sulla base dell’eccellenza del loro curriculum e dell’innovatività del progetto: di questi 153, 113 sono donne. Molte di queste donne le ho conosciute personalmente; tutte hanno una grande passione e stanno lavorando con eccellenza per dare un contributo all’innovazione in campo medico, nell’oncologia, nelle neuroscienze e nella cardiologia.

La scienza e l’innovazione tecnologica sono l’unica alternativa possibile per un futuro sostenibile e per società più giuste: noi donne potremo e dovremo essere protagoniste del cambiamento.



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