L’Italia non è un paese per scienziati?

A scorrere la storia della scienza in Italia degli ultimi anni, si stenta quasi a credere che sia la stessa nazione che ha dato i natali ad alcuni dei più grandi scienziati di tutti i tempi.

L’Italia non è un paese per scienziati?

A scorrere la storia della scienza in Italia degli ultimi anni, si stenta quasi a credere che sia la stessa nazione che ha dato i natali ad alcuni dei più grandi scienziati di tutti i tempi, da Galileo Galilei, passando per l’epoca d’oro della fisica con Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna, a premi Nobel del calibro di Carlo Rubbia e Rita Levi Montalcini. Questi ultimi hanno realizzato le loro ricerche più importanti all’estero; del resto, l’Italia investe in ricerca e sviluppo appena l’1,3% del PIL (e ulteriori decurtazioni si prevedono per il 2014), a fronte di quasi il 4% di paesi come la Svezia e la Finlandia, ed è agli ultimi posti in Europa per numero di impieghi nelle professioni della scienza e della tecnologia.

L’Italia sembra aver dimenticato il suo passato di culla della cultura e del metodo scientifico. Mai come in questi ultimi anni, la scienza nel Bel Paese ha subito attacchi su diversi fronti: tagli ai finanziamenti per la ricerca, provvedimenti legislativi sempre più penalizzanti - l’ultimo in ordine di tempo è la proposta di legge del 6 agosto 2013 in materia di sperimentazione animale elaborata senza consultare la comunità scientifica e che, se resa operativa, di fatto bloccherebbe gran parte della ricerca biomedica - e, soprattutto, un diffuso sentimento antiscientifico e irrazionale.

Il 22 novembre scorso Nature Neuroscience, rivista scientifica del gruppo Nature, ha dedicato un lungo editoriale alla situazione della scienza in Italia indicandola come un esempio che gli stati occidentali NON devono seguire in materia di politiche della ricerca e rapporti scienza-società. Pochi giorni dopo, la Professoressa Elena Cattaneo, biologa esperta di cellule staminali e senatrice della Repubblica, ha scritto una lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano denunciando l’ostracismo delle istituzioni nei confronti della ricerca e l’umiliazione della cultura scientifica che, per la Cattaneo, stanno condannando l’Italia a morte. Il quotidiano La Repubblica, in un articolo che riprende l’editoriale di denuncia di Nature Neuroscience e fa il punto degli avvenimenti più recenti in materia di rapporti tra scienza, politica e società, sintetizza così: “L’Italia non è un paese per scienziati!”

Eppure qualcosa non torna. I ricercatori e gli scienziati italiani sono tra i più stimati e apprezzati a livello internazionale. Le nostre università forniscono una delle migliori preparazioni al mondo nelle discipline tecnico-scientifiche. Lo Stato Italiano crede dunque nel valore dell’educazione e della ricerca scientifica che si trova, del resto, tra i principi fondamentali della nostra Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”(art.9).

E allora che cosa è andato storto? Come si spiega la voragine di sospetto e sfiducia tra politica e società civile da una parte e scienza dall’altra? Qualcosa si è inceppato nel meccanismo di comunicazione tra la parti. Le ragioni sono molteplici, ma il risultato è un “muro contro muro” che, come spesso accade quando ci si scontra anziché dialogare, rende tutti perdenti. È perdente la scienza, che dà un’immagine distorta e falsa di se stessa, distaccata dalla realtà e portatrice di interessi “elitari” e viene dunque ostacolata, ed è perdente la società nel suo insieme, perché non esiste sviluppo economico, sociale e culturale senza un adeguato sviluppo scientifico.

Eppure, anche in questo scenario cupo e preoccupante, c’è ancora un’Italia della ricerca che crede nel proprio lavoro, che si ribella all’idea che in Italia non si possa continuare a fare ricerca scientifica competitiva e di livello internazionale. È un’Italia che raramente trova spazio sui media e di cui si parla poco, perché, come dice un saggio adagio popolare: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”.

La foresta della scienza sono una generazione di giovani ricercatori che in Italia hanno scelto di restare, di tornare o di venire da paesi esteri. Giovani scienziati, uomini e donne, che lavorano nei laboratori di tutta la penisola e si destreggiano ogni giorno tra mancanza di fondi, ostacoli burocratici e legislativi, ma che vanno avanti comunque, animati da una grande passione per la scienza e consapevoli dei benefici che essa porta alla collettività. Biologi, medici, chimici, informatici, ingegneri ma anche filosofi della scienza e bioeticisti - perché la scienza deve essere anche etica- che si impegnano ogni giorno per il progresso della conoscenza e per trovare nuove soluzioni ai problemi del mondo moderno, come la cura per diverse malattie, ma anche le questioni energetiche e alimentari del pianeta.

Ed è di questa Italia della ricerca, entusiasta, giovane e lavoratrice, che voglio parlare in questo blog, è questa l’Italia a cui voglio dar voce. Una finestra affacciata sui laboratori, per conoscere più da vicino il valore degli scienziati italiani o che lavorano in Italia, i loro progetti di ricerca, il patrimonio di competenze di cui dispongono e che rappresentano il futuro per il nostro paese. Una finestra aperta anche sulla quotidianità del lavoro del ricercatore, perché dopotutto, anche chi indossa un camice e impugna una pipetta, è prima di tutto un uomo (o donna) e un cittadino.

Conoscere è il primo ma fondamentale passo per un dialogo sano e costruttivo; una prima pietra per costruire un ponte sul baratro che ora separa il mondo della scienza dalla società civile e dalle istituzioni. I buoni semi ci sono, la scienza italiana può tornare a crescere più rigogliosa di prima, in armonia e in dialogo con la società civile. Perché in futuro non ci sia più ragione di dire che l’Italia non è un paese per scienziati!



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