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Alcohol Prevention day 2014: presidiare la prevenzione, costruire salute

Celebrare un evento dedicato alla prevenzione dei rischi legati all’alcol è un iniziativa che sono onorato di contribuire a garantire grazie all’impulso primordiale della Società Italiana di Alcologia

Alcohol Prevention day 2014: presidiare la prevenzione, costruire salute

Celebrare un evento dedicato alla prevenzione dei rischi legati all’alcol è un iniziativa che sono onorato di contribuire a garantire grazie all’impulso primordiale della Società Italiana di Alcologia che con l’Alcohol Prevention Day, la giornata cardine del Mese di Prevenzione Alcologica promosso da SIA e AICAT, ha incontrato nel corso degli anni nelle competenze tecnico scientifiche e di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e nel supporto del Ministero della Salute , una formalizzazione ideale e l’occasione ideale per proporre i trend epidemiologici e diffondere messaggi utili a definire le misure e le azioni idonee a contrastare l’impatto dell’alcol sulla società e sul sistema sanitario.

L’APD è servito quest’anno, come per ciascuna delle precedenti tredici edizioni annuali consecutive, come momento di confronto per l’indispensabile attivazione delle istituzioni sul problema del consumo dannoso e dell’alcoldipendenza, per valutare i possibili interventi pubblici, nazionali e regionali e per riflettere su come la società interpreta un’abitudine normalizzata nel quotidiano che può diventare rischiosa e dannosa se si sceglie senza conoscere.

I dati dell'Osservatorio Nazionale Alcol dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS) presentanti nel corso dell’Alcohol Prevention Day (APD) svoltosi a Roma segnalano numerosi punti di riflessione i due estremi della curva della popolazione, i giovanissimi e gli anziani, come target più sensibili al rischi e al danno causato dall’alcol. Sono troppi 7 o 8 milioni di consumatori a rischio in Italia. Il 20 % delle neoplasie maligne valutate per i maschi e il 6.9 % per le donne di tutti i decessi registrabili per neoplasie maligne è attribuibile all’alcol; i decessi per cancro causato dal consumo di alcol (oltre 4000/anno) incidono per 1/3 sul totale del numero di decessi maschili alcolcorrelati ponendosi come prima causa di morte parzialmente attribuibile tra i maschi.  Il 56 % delle cirrosi epatiche tra i maschi e il 24 % di quelle femminili è attribuibile all’alcol. La prevalenza maggiore è registrata nel sesso maschile a causa di un elevato numero di decessi per neoplasie maligne.   Per i più giovani è invece l’incidentalità stradale ad essere la prima causa di morte: 1 decesso  su 3  per i maschi e 1 su 5 per le donne potrebbe essere evitato non ponendosi alla guida dopo aver bevuto. E’ evidente che il fenomeno del binge drinking, il bere per ubriacarsi, influisce sulla mortalità dei giovani, una mortalità che non ti aspetti se dovessi riporre cieca fiducia nell’applicazione di ottime norme esistenti a tutela dei minori sotto l’età legale che oggi vieta ai minori di anni 18 non solo di ricevere in somministrazione ma anche in vendita alcolici. Fiducia disillusa quando la realtà esaminata evidenzia, invece, che il mondo liquido creato intorno ai giovani non ha barriere di età, genere o regionalità e coinvolge vasti strati di popolazione adulta. Gli anziani destano preoccupazione e rappresentano la popolazione con il maggior numero di consumatori a rischio in Italia. Un obiettivo negletto della prevenzione di cui non se affronta mai il problema con adeguata attenzione pur assorbendo notevoli risorse economiche del SSN. Quasi la metà degli ultra65enni maschi a rischio, insieme al 20 % circa di ultra65enni femmine eccedenti i limiti imposti dalle linee guida richiedere una sensibilizzazione e rimodulazione dei consumi. 

Le bevande di riferimento e le modalità di consumo sono ovviamente differenti per le differenti generazioni ed è noto ed evidente che il 90 % dei consumi a rischio per gli anziani è legato al consumo di bevande alcoliche tradizionali che determinano un rischio comunque identico  a quello registrabile tra i giovani essendo l’alcol il problema e non la bevanda usata.  E viene da pensare che una media di non meno di 400.000 giovani di entrambi i sessi di età inferiore ai 18 anni esposti ad un rischio che travalica nel danno, se non nell’evento fatale alcolcorrelato, rappresenta ogni anno un tributo che la nostra società ha il dovere di evitare. Vada per la prevenzione selettiva, vada pure per l’informazione e l’educazione, il “mantra” di chi mira solo al profitto secondo alcune associazioni di advocacy europee, ma nulla si potrà raggiungere in termini di risultato tangibile se non si affrontano e risolvono i problemi di legalità legati alle modalità di marketing, pubblicita’, vendita, somministrazione di alcol nei luoghi e nei contesti dove gli adulti devono assicurare massima protezione  e rigorosa applicazione delle norme a tutela dei minori.  I giovani binge drinkers italiani dichiarano di non trovare alcuna difficoltà a procurarsi in Italia ed acquistare le bevande alcoliche che consumano sino all'intossicazione prevalentemente nei luoghi di aggregazione giovanile, come dimostrato dalle indagini europee ESPAD. 

Il 13 % circa di tutte le intossicazioni registrate nei Pronti Soccorsi italiani è a carico di giovani di sotto ai 14 anni di età , un dato consolidato nel corso degli anni e che non accenna a diminuire. Come ripetuto dal Ministro della Salute nella Relazione al Parlamento, ampiamente riportato attraverso i pareri della Consulta Nazionale Alcol della Legge 125/2001, incomprensibilmente disciolta due anni fa, è necessario rafforzare nei giovani la capacità di fronteggiare le pressioni sociali al bere operando nei contesti significativi quali la scuola, i luoghi del divertimento, della socializzazione e dello sport contrastando la valorizzazione impropria, in violazione delle direttive comunitarie, di richiami alle proprietà salutistiche o di incremento delle performance, del successo sessuale o sociale connesso al bere evitando l’uso delle sponsorizzazioni per eventi dedicati ai giovani che creano un collegamento confondente tra valori sani come quelli sportivi, culturali e musicali e un abitudine che è da ritardare il più possibile, come sancito dall’OMS, per ridurre  le conseguenze patologiche molto gravi quali l’intossicazione acuta alcolica e l’alcoldipendenza, ma anche i problemi fisici, psicologici e sociali verificati  in un età delicata e sensibile all’azione dell’alcol e  che influenzano negativamente lo sviluppo cognitivo ed emotivo, peggiorando le performances scolastiche, favorendo aggressività e violenza.

Per ottenere risultati apprezzabili sono condivisibili gli orientamenti espressi dal Ministro alla Salute in merito al contributo degli operatori sociosanitari. E’ condivisibile e auspicabile che la popolazione più anziana debba essere aiutata a superare le difficoltà soprattutto culturali che ostacolano l’adeguata percezione dei rischi correlati al consumo alcolico più tradizionale, ricevendo istruzioni chiare e sicure sui limiti da rispettare per un consumo realmente moderato, in relazione all’età, al genere e alle patologie più frequenti. E’ indispensabile, invece, per i giovani procedere a ricomprendere tutti i casi che giungono all’osservazione in un sistema virtuoso di protezione, reale, condivisa tra strutture sanitarie e famiglie. Per i giovani che manifestano comportamenti di grave abuso o che sono oggetto di rilevazione casuale in un Pronto Soccorso per ubriachezza o intossicazione alcolica è necessario garantire attraverso il SSN protocolli operativi che consentano di ricomprendere in una rete di protezione il minore, come imperativo in un stato di diritto e di tutela della salute dell’adolescente. I contesti di urgenza e pronto soccorso ma anche quelli di interesse pediatrico o comunque di assistenza sanitaria primaria devono poter offrire adeguate ed efficaci azioni d’intercettazione precoce e di consulenza per la sollecitazione e motivazione al cambiamento, con eventuale avvio ad appropriati interventi di sostegno per il mantenimento della sobrietà.

L’ho detto, scritto e ripetuto: i giovani non possono essere lasciati soli. 

E’ necessario ingaggiare i medici, attuare una formazione medica, sollecitata dalla Legge 125/2001 a oggi disattesa. Una formazione cui la SIA e l’ISS hanno dato un nome buone gambe tramite i corsi IPIB (Identificazione Precoce e Intervento Breve) e che oggi sono privi di risorse che invece dovrebbero garantire quelle conoscenze, e  professionalità operative tali da poter contribuire a rendere, da un lato, consapevoli i medici del loro ruolo, delle loro competenze e capacità nel costruire benessere e dall’altro lato, a cascata, a incrementare la consapevolezza della specificità del rischio alcol per le persone anziane offrendo loro e a tutta la popolazione che afferisce alle strutture del SSN  adeguati strumenti per aiutare gli anziani al rispetto dei parametri di consumo prescritti da non superare per non incorrere in patologie che hanno un incidenza evitabile sulle risorse del SSN. Gli operatori sanitari, e in particolare i medici di base, possono svolgere un importante ruolo di prevenzione per tutte le categorie di popolazione dedicando una maggiore attenzione ai consumi alcolici dei propri assistiti.

Nessun medico, a tale riguardo, dovrebbe consigliare il consumo di alcol, pur moderato, come principio terapeutico o di prevenzione per le patologie cardiovascolari come da alcuni sostenuto impropriamente per anni, non essendo opportuno contrastare patologie basate sul contrasto dei fattori di rischio evitabili (fumo, sovrappeso, ipercolesterolemia, attività fisica) attraverso l’introduzione di un ulteriore fattore di rischio, una molecola tossica, cancerogena e in grado di determinare dipendenza.

Senza scomodare l’etica, è evidente che la farmacologia corrente offre rimedi di cui è dimostrata e tangibile l’efficacia. Questo è uno dei motivi per i quali non è possibile fornire un messaggio relativo alla moderazione generalizzabile all’intera popolazione ma sia necessaria una valutazione da parte del medico che è l’unico che possa stabilire quando, quanto e se consumare bevande alcoliche.

Ancora una volta, è riscontro oggettivo il verificare che nonostante il settore di Salute Pubblica si impegni a implementare, pur con le scarse e continuamente depotenziate risorse finanziarie previste dalla Legge 125/2001, iniziative di comunicazione, sensibilizzazione, promozione della salute per ottenere un innalzamento della consapevolezza nella popolazione relativamente al rischio determinato dal consumo dell’alcol, un approccio esclusivamente basato su questo tipo di prevenzione non è di per sè sufficiente a determinare in maniera significativa un adeguato contrasto al consumo rischioso e dannoso di bevande alcoliche.

Dai dati della Relazione al Parlamento del Ministro della Salute e dall’analisi dell’ISS sull’andamento in crescita dell’alcoldipendenza si possono cogliere elementi di riflessione sulla necessità di garantire che quote sempre più consistenti di alcoldipendenti  possa trovare adeguata intercettazione e accoglienza in un sistema di diagnosi, cura e riabilitazione.

Ogni anno una quota non inferiore a 5.000 nuovi utenti incrementa costantemente il numero di alcoldipendenti che dai 21.000 circa  del 1996 ha visto più che triplicato a 69.770 gli utenti con problemi legati all’alcol che fa ricorso alle strutture del SSN che sono passate, nello stesso periodo, , nello stesso periodo, da 280 a 454 (+62 % circa). E’ da segnalare che nel corso degli ultimi anni il personale impiegato per servizio di alcologia ha seguito una dinamica più lenta rispetto all’aumento considerevole degli utenti con conseguente aumentato numero di utenti per personale sanitario presente nei servizi stessi. Ogni unità di personale aveva nel 1996 in carico 10 alcoldipendenti, nel 2012 oltre 16. Solo il 30 % del personale attivo nei servizi è oggi esclusivamente dedicato alla cura e alla riabilitazione dell’alcoldipendenza in contesti di cura tendenzialmente orientati alla cura delle tossicodipendenze; contesti ai quali l’alcoldipendente potrebbe avere (e ha)  difficoltà a riferirsi percependo l’esigenza di un contesto di trattamento sostanzialmente differente, integrato e multidimensionale,  la cui erogazione e gestione potrebbe agire da barriera all’accoglienza e al recupero stesso per emergenti limitazioni o difficoltà organizzative e gestionali del servizio.

Il Ministero della Salute, ricordavo, registra oltre 69.000 alcoldipendenti in carico ai servizi di alcologia. Troppo pochi. Pur nella consapevolezza che un incremento dai circa 21.000 utenti del 1996 non è irrilevante, sono da sempre incline a considerare l’incremento in tale numerosità non come indicazione dell’aumento dell’alcoldipendenza in Italia ma come incremento delle persone che si rivolgono alle strutture del SSN per essere curate. Intendiamoci: il tasso di alcoldipendenza è realmente in costante aumento e deve indurre in valutazioni di merito e serie considerazioni sulla tenuta e la sostenibilità di un intervento impegnativo come quello del recupero dell’alcoldipendente anche alla luce delle considerazioni di valutazione di un ingente sommerso, di centinaia di migliaia di persone che hanno bisogno di aiuto e assistenza specifica e che nei fatti restano esclusi  fuori da qualunque forma di trattamento che potrebbe restituire loro futuro, autonomia e dignità.

Oggi solo il 24 % degli alcoldipendenti riceve un trattamento;       l’ampliamento al 40 % consentirebbe di ridurre del 13 % la mortalità specifica e il ricorso a prestazioni e procedure sanitarie a carico del SSN. Gli enormi costi generati dall’alcol e oggi pagati dalla società, lo stigma sociale che etichetta come “vizioso” e non come malato l’alcoldipendente impone un impegno che, oltre che scientifico, è etico e rivolto a rendere centrale la persona e la sua necessità di aiuto. Chi soffre in conseguenza di una personale, errata interpretazione del bere, oggi spesso favorita dalle pressioni sociali e mediatiche e da logiche di promozione, commerciali sicuramente prevalenti rispetto all’esigenza di più elevati livelli di tutela della salute, ha diritto all’accesso a un intervento capace di riabilitare e restituire la persona alla vita produttiva, agli affetti familiari, alla società.

La missione e la sfida sono chiare: sollecitare la creazione di una rete efficiente di competenze garante di migliori opportunità di prevenzione e di cura da porgere al maggior numero possibile di alcoldipendenti che oggi non è intercettato dal sistema o a esso non si rivolgono. Per la prima volta in Italia le cinque Società Scientifiche più rilevanti di settore si uniscono per promuovere attraverso il sito web www.unfinalemigliore.it un iniziativa di servizio alla collettività e di sensibilizzazione a tutto campo sull’alcoldipendenza, una condizione che richiede oggi massima attenzione sociale e sanitaria.

A tredici anni dall’approvazione della Legge 125/2001, la legge quadro per la prevenzione dell’alcoldipendenza, una riflessione è d’obbligo sui risultati conseguiti e, soprattutto, sulle nuove problematiche che emergono e che ci fanno ritrovare bel lontano dal raggiungimento di obiettivi tangibili di una riduzione consistente del numero dei consumatori a rischio, ancora troppi e, per certi versi isolati e non supportati  rispetto all’esigenza di poter essere sottratti alle logiche che li vorrebbe esclusivamente consumatori e poco o niente persone di cui tutelare adeguatamente sicurezza e salute.

Sono valutazioni, quelle che ho cercato di condividere con chi legge,  derivanti dalle evidenze scientifiche che la ricerca italiana, pur in assenza d’investimenti correnti, dimostra di produrre con tenacia e orgoglio al fine di supportare  la costruzione di capacità e di monitoraggio epidemiologico che sono fondamentali per assicurare un cambio determinato di rotta, idoneo a valorizzare le persone come risorsa per il contrasto al rischio e al danno alcolcorrelato e quindi supportare il capitale umano di cui c’è necessità per costruire contesti e prospettive non minacciate da interpretazioni del bere e da disvalori relativi al consumo di alcol  che con la salute e la sicurezza hanno poco o nulla a che vedere.

Ridurre le conseguenze negative del bere è un cardine delle politiche di prevenzione universale e specifiche che l’Italia, l’Europa e il mondo possono affrontare come vera sfida di sostenibilità per le generazioni future e l’intera società. 

Emanuele Scafato



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