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I morti di alcol contano se si sa come contarli

L’Istituto di Statistica inglese rivede il sistema di stima dei decessi causati dal consumo di alcolici

I morti di alcol contano se si sa come contarli

Non si sa se sia uno dei tanti effetti della Brexit, ma sta di fatto che la Gran Bretagna ha deciso di modificare le modalità con cui stimare la mortalità causata dall’alcol restringendo, letteralmente, a cause specifiche il calcolo dei decessi correlati piuttosto che continuare a prendere in considerazione tutte le stesse, per le quali alla luce dei dati in letteratura sono disponibili i rischi relativi attribuibili all’uso di alcol. Tecnicismi, qualcuno osserverà, ma gli addetti ai lavori e le diverse associazioni interessate guardano sempre con legittimo sospetto a variazioni che, nei fatti, non rendiconteranno, come sino a oggi avvenuto, su tutte le cause (totalmente e parzialmente attribuibili all’alcol).


Si tratta di una vecchia questione dibattuta anche con Jurgen Rehm, tra i massimi esperti mondiali di strategie politiche per ridurre i danni alla salute provocati dall’alcol e dalle droghe in generale, con cui molti anni fa proponemmo all’Unione Europea uno standard di calcolo che ancora oggi, modificato e per certi versi semplificato, si continua ad adottare per giungere a stime sovranazionali indipendenti prodotte attraverso l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questi dati sono resi disponibili per una corretta valutazione comparativa dell’effetto delle politiche sull’alcol e dell’implementazione di iniziative, strategie e azioni in cui oltre 150 Nazioni sono impegnate nel rispetto della strategia mondiale che si propone la riduzione dell’impatto dell’alcol nel mondo e nelle singole Nazioni. Tra queste, la Gran Bretagna non brilla certo per sobrietà, anzi. 


Chiunque può verificare lo stato dell’arte in termini di mortalità sul recente report presentato nel corso del Comitato Regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’Europa del settembre 2016 e rendersi conto delle tendenze registrate nel corso degli anni per le più importanti malattia come la cirrosi epatica, gli incidenti e il cancro che da soli contabilizzano oltre l’85 per cento della mortalità parzialmente e totalmente causata dall’alcol. In quest’ottica e con il modello di  calcolo adottato, è logico che le statistiche di merito possano concentrarsi su queste tre cause e sulle malattie cardiovascolari causate dal bere: sempre un costo per la società e sempre un carico evitabile di malattia a fronte della valutazione netta tra «benefici» e danni causati dall’alcol anche a fronte di un consumo moderato: mai privo di rischio, qualunque sia la quantità consumata. Non è chiaro se il calcolo proposto dalla Gran Bretagna «taglierà» la mortalità parzialmente attribuibile all’alcol, che assomma comunque la quota maggiore di mortalità. Ma i critici non escludono che possa comunque favorire la definizione di un quadro epidemiologico più leggero e meno impattante del consumo di bevande alcoliche nella popolazione inglese, per evitare di porre in discussione il «minimum price»: il prezzo minimo che la Scozia ha adottato e che, ovviamente, diminuendo la disponibilità delle bevande alcoliche, infliggerebbe un duro colpo agli interessi commerciali.

 

I morti contano, si potrebbe dire. E costano, si potrebbe aggiungere. Se in Europa quasi 160 miliardi di euro sono spesi per far fronte ai danni provocati dal bere e nel mondo si conteggiano 3,3 milioni di decessi causati dall’alcol, si dovrebbe riflettere su cosa si può e si deve fare. Qualche anno fa scrissi che diciottomila morti in Italia non fanno impressione. Non va meglio in Gran Bretagna: ventiduemila morti stimati, di cui circa 6700 totalmente alcol-correlati, sessantatremila previsti nei prossimi cinque anni insieme a oltre quattro milioni di ricoveri. Numeri che determinano un costo per il servizio sanitario inglese di circa 17 miliardi di sterline  - in Italia i costi dell’alcol sono stimati in 25 miliardi l’anno - evidentemente non trascurabile considerando pure che queste evidenze hanno indotto il governo britannico a introdurre una nuova strategia e nuove linee guida, più restrittive di quelle precedenti. Alla luce delle dinamiche attuali, di conseguenza, non si può essere sicuri che le nuove statistiche potranno rappresentare meglio il bicchiere mezzo vuoto, in omaggio a una maggiore prevenzione, o supporteranno l’approccio del mezzo pieno. O, più oggettivamente, si collocheranno nel mezzo.


Nei fatti sinora i trend della Gran Bretagna hanno mostrato un incremento dai livelli precedenti di mortalità dovuta all’alcol. Se dal cambio di metodo possa derivare anche un’incomprensione sul reale andamento e sulla indispensabile valutazione pregressa e ricostruzione delle serie storiche, lo sapremo e sapremo valutare. Nel frattempo chi vuole può continuare a basarsi sulle stime indipendenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che continueranno a monitorare sempre con lo stesso metro un fenomeno evitabile a fronte di una sapiente e consapevole interpretazione di un comportamento che ha molti aspetti di pregiudizio alla salute: primo tra tutti il cancro, tema della prossima settimana di consapevolezza Awarh 2017, in programma dal 20 al 24 novembre. Per darne evidenza sui socuial network, l'hashtag ufficiale è #Awarh2017 (dal sito è possibile scaricare materiali grafici utilizzabili offline e online). L'evento punta a ribadire quanto già da anni asserito nel Codice Europeo contro il Cancro: «Se si vuole fare prevenzione oncologica, non bere è la scelta migliore». 




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