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L'anoressia è contagiosa?

Spesso genitori e insegnanti chiedono rassicurazioni sul rischio di poter ammalarsi per un meccanismo di imitazione. La risposta è: no. Il disturbo non è mai causato da un solo fattore

L'anoressia è contagiosa?

Capita spesso che genitori ed insegnanti mi chiedano rassicurazioni sul rischio di potersi ammalare di anoressia per un meccanismo di imitazione: «Potrebbe ammalarsi frequentando la sua compagna di scuola tanto magra? Potrebbe ammalarsi cercando di imitare i corpi magrissimi delle modelle? Potrebbe ammalarsi andando su internet in quei siti che inneggiano alla magrezza?».

La risposta da dare, in maniera molto netta, è sicuramente no, o meglio: «Sicuramente non soltanto per quel motivo». La letteratura scientifica è concorde nel considerare l’anoressia nervosa come una malattia a genesi multifattoriale. Per immaginare le cause, e non la causa, di questa malattia, immaginiamo un bulbo di cipolla tagliato a metà: ogni cerchio concentrico, dal centro alla periferia, rappresenta un possibile fattore di rischio che, dall’intimo della nostra individualità (ad es. il nostro Dna), si estende fino agli aspetti più periferici della nostra società. Quindi la costituzione metabolica, le prime esperienze di contatto nell’infanzia, il temperamento e il carattere (il perfezionismo e la bassa autostima), le relazioni e le abitudini alimentari familiari, gli sconvolgimenti della pubertà, le relazioni con i coetanei, i modelli di salute e bellezza promossi dai media e dalle politiche governative, e mille altri aspetti variamente associati tra loro.

Non fissiamoci, pertanto, su un singolo fattore di rischio. Non si combatte l’anoressia oscurando un modello di magrezza né, tantomeno, “colpendo la pancia” del pubblico con racconti o immagini sconvolgenti di magrezza. Si combatte tenendo a mente che ognuno di noi, nel suo piccolo di genitore, fratello, amico, insegnante, gestore di mensa, esperto di media o legislatore, può fare qualcosa per ridurre la presenza di uno o più fattori di rischio, consapevole del limite che nessun singolo intervento sarà di per sé sufficiente. 

A proposito dei siti pro-ana, ovvero di quei siti e blog che inneggiano alla magrezza: ho seguito, qualche anno fa, una tesi di laurea in psicologia che studiava il fenomeno con un’estesa analisi di siti e blog italiani e stranieri. Più che l’esibizione di sintomi alimentari, i due messaggi più presenti nei vari siti pro-ana erano il bisogno di chiedere aiuto e, soprattutto, il bisogno di comunicare con qualcuno. 

Quindi, nutriamo i nostri ragazzi con dell’ottimo cibo, ma anche con abbondanti “porzioni” di contatto emotivo e di comunicazione empatica.

Stefano Erzegovesi



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