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Vietato anoressiche?

Fa discutere la proposta di legge per «punire» chi promuove modelli alimentari troppo magri

Vietato anoressiche?

Ho letto con interesse un articolo su La Stampa, in cui si commenta una recente proposta di legge sul divieto di promuovere modelli di eccessiva magrezza sui media e di far sfilare modelle troppo magre nel mondo della moda. Rivedendo i dettagli della proposta di legge, mi sono venute in mente alcune riflessioni.

Articolo 1: Il divieto di far sfilare modelle o modelli con un indice di massa corporea (Bmi) inferiore a 18.5 mi sembra un criterio poco sensibile e poco specifico. Ci sono persone costituzionalmente magre, quindi con un indice minore di 18.5, che non soffrono di disturbi alimentari e godono di ottima salute. D'altra parte, ci sono moltissime persone, sofferenti di anoressia nella delicata fase del cosiddetto «shift bulimico», bisognose di cure anche con un BMI maggiore di 18.5.

Articolo 2: l'obbligo di certificato medico e di valutazione psicologica «che attestino l'assenza di disturbi alimentari per poter sfilare» manca ugualmente di specificità. Per fare una diagnosi valida, per disturbi «sfuggenti» come sono i disturbi alimentari, sono necessari medici e psicologi con una competenza ed esperienza specifica e, anche in questo caso, non è detto che una singola visita sia sufficiente. Alcuni disturbi alimentari seri sono giustamente definiti una «epidemia nascosta»: sono poco riconoscibili dall'esterno e molte persone, seppur sofferenti, si «nascondono» e faticano a chiedere aiuto, perché afflitte da sentimenti di vergogna e di inadeguatezza.

Articolo 3: fatico sempre a considerare la punizione come uno strumento deterrente nei confronti di una malattia. In questo caso, dai 75mila euro in su, con carcere fino a sei mesi, per «chi fa sfilare persone troppo magre», e da 50mila a 100mila euro, con carcere da sei mesi a un anno, per i «mezzi di informazione che promuovono un'immagine di eccessiva magrezza incoraggiando il ricorso a restrizioni alimentari per un periodo prolungato», sarebbero una misura in grado di ridurre l'incidenza e la prevalenza dei disturbi alimentari? Secondo me no, per un motivo molto specifico: i disturbi alimentari sono malattie complesse, con più fattori di rischio e mai un'unica causa. Il cento per cento delle persone è esposto ai modelli di magrezza tipici della società occidentale, ma solo il 3-5 per cento (circa) delle persone esposte si ammala di un disturbo alimentare clinicamente significativo. Oltre agli stimoli ambientali, sono importantissimi la predisposizione genetica, il temperamento e il carattere (pensiamo al perfezionismo), gli stili alimentari e la disponibilità di certi cibi, le relazioni in famiglia, le relazioni con i coetanei e almeno altre dieci variabili.

 

Consideriamo questa proposta di legge come un utile stimolo per far comprendere la complessità dei disturbi alimentari e, soprattutto, per farne comprendere il dolore, profondo e nascosto, che non richiede divieti e punizioni, ma comprensione e apertura all'ascolto. Nel mondo della moda, così come nelle palestre, nelle scuole, e nelle famiglie, ci sono persone che soffrono di un disturbo alimentare e che vogliono solo essere capite e non giudicate. Diversamente, si sentiranno braccate e si nasconderanno ancor più di prima.



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